«Come dimostra la sensibile riduzione dei tassi, i mercati finanziari stanno investendo con fiducia su questa nuova fase che stiamo affrontando: la definirei una vera e propria riforma strutturale perché ci permette di allentare quello che è stato il maggior freno allo sviluppo degli ultimi decenni. (Ogni euro risparmiato sui tassi ci permette di eliminare il capitolo più improduttivo della nostra spesa pubblica, per liberare risorse da reinvestire in scuola, sanità, riduzione del carico fiscale».
Così parlò «Giuseppi» alla Camera, inaugurando il governo Conte bis lo scorso 9 settembre 2019, quattro giorni dopo il giuramento. Missione per ora fallita – verrebbe da dire – dal momento che il rendimento del Btp a dieci anni è salito dallo 0,94% del 5 settembre 2019 all’1,4% del 14 novembre; in pratica un aumento di quasi il 50%. Sempre ieri, lo spread (cioè la differenza tra questi tassi e quelli dei Bund) è improvvisamente salito a quota 175. Ragionando con la stessa logica perversa con cui hanno straparlato per mesi molti esponenti del Partito democratico quando era in carica il governo gialloblù, dovremmo dire che il costo del debito sulle nuove emissioni è aumentato di questa percentuale astronomica.
Ma così non è oggi, così come non lo era prima. Vale la pena di ricordare nuovamente perché. Prima di tutto, la supposta credibilità non ha avuto alcun effetto sul costo del nostro debito a dieci anni, che invece è aumentato. Ciò non significa affatto che i mercati abbiano valutato negativamente la legge di bilancio in corso di approvazione. È accaduta una cosa molto più banale. Negli ultimi due mesi, dopo una prepotente discesa dei rendimenti, gli investitori sono saggiamente tornati a chiedere un rendimento più normale. Riprova ne sia il fatto che, secondo Bloomberg, la montagna di debito a rendimento addirittura negativo è scesa dal massimo storico di circa 17.000 miliardi di dollari (pari a quasi un terzo del totale) a un più «normale» – si fa per dire – livello di circa 12.000 miliardi. Ovvero il 20% dei Bond in circolazione. E lo stesso costo del Bund tedesco a dieci anni è comunque aumentato pur rimanendo sotto lo zero visto che da settembre a novembre è passato da -0,60% a -0,30%.
Così come del resto Matteo Salvini non ha avuto alcun effetto taumaturgico nella poderosa diminuzione del costo dei nostri Btp, visto che a maggio 2019 rendevano il 2,7% contro un 1,65% dei primi giorni di agosto, quando ancora la crisi di governo non era esplosa. L’unico signore eventualmente da ringraziare è Mario Draghi che a Sintra ha annunciato in quei giorni l’apertura di una nuova stagione di quantitative easing. Misura già allora giudicata inopportuna dalla Germania e dai suoi cugini che non gradiscono affatto -come è logico che sia – tassi di interesse prossimi a zero se non addirittura inferiori in quanto tali da pregiudicare l’equilibrio economico e patrimoniale di fondi pensione e banche. Quanto all’immediata trasmissione di questi livelli di tasso sul costo del debito in essere vale quanto già più volte scritto sulle colonne della Verità. Anche nei momenti di più forte tensione sui mercati finanziari durante l’ottobre/novembre del 2018, il costo medio ponderato delle nuove emissioni di debito della Repubblica italiana superava l’1%. Il costo medio del debito ha quindi continuato a diminuire anche nel 2018 dal momento che lo stock in essere genera oneri finanziari in misura pari al 2,7%.
Non lo ripeteremo mai abbastanza, ma il bilancio di uno Stato non funziona come quello di un privato, specialmente laddove il primo sia dotato di sovranità monetaria. «Va ricordato che, a differenza di aziende e famiglie, la spesa statale non è vincolata alle entrate, poiché è la sola istituzione che “possiede la propria banca” – la Banca centrale. Può quindi spendere più di quanto incassa in tasse, dato che può essere finanziato dalla Banca centrale che, con la propria capacità di creare moneta funge da prestatore di ultima istanza», scriveva Paul De Grauwe nel saggio I limiti del mercato. E ciò sporadicamente vale anche per gli Stati dell’Eurozona, monetariamente «castrati», nei rari casi in cui la Bce può decidere di comportarsi come tale. Quando si parla di bilancio dello Stato, la credibilità è come il populismo: semplicemente non esiste.
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