Papa Leone XIV (Ansa)
Il Papa fa chiaro riferimento alle uscite del leader degli States: «Non si trascina ciò che è santo in ciò che è sporco e tenebroso».
C’è una polvere rossa che copre i piedi dei profughi e dei combattenti nelle regioni anglofone del Camerun, una terra dove la bellezza della vegetazione lussureggiante contrasta dolorosamente con il sangue versato in anni di conflitto civile.
È in questo scenario di «passione» che ieri Papa Leone XIV, nel suo quarto giorno di viaggio apostolico in Africa, ha scelto di piantare ancora il vessillo di una pace che non è semplice diplomazia, ma una radicale alternativa esistenziale e politica. In un incontro per la pace che si è tenuto nella cattedrale di San Giuseppe a Bamenda, il Papa ha denunciato ancora una pericolosa deriva: la strumentalizzazione del sacro per fini di potere.
«Guai», ha ricordato papa Prevost, «a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti!».
Questo richiamo alla «città sul monte» attribuito da Leone XIV alla città africana di Bamenda ha un sapore innegabilmente agostiniano. Perché mentre la città degli uomini è una struttura di potere che cerca di occupare lo spazio orizzontale della terra per possederlo, la civitas super montem occupa lo spazio verticale della storia per orientarlo. La prima si fonda sul dominandi libido (libidine di dominio), la seconda sulla caritas che, proprio perché è pubblica e visibile, si offre come guida per tutti.
Questa visione getta ulteriore luce sulle tensioni che arrivano da Washington. Mentre il Papa parla di pace in Africa, negli Stati Uniti si consuma uno scontro senza precedenti tra il Vaticano e l’amministrazione di Donald Trump. Il vicepresidente JD Vance ha recentemente ammonito Leone XIV, invitandolo a «stare attento quando parla di questioni di teologia» e rispolverando la dottrina della «guerra giusta» durante un evento di Turning Point Usa. Ma non si è fatta attendere la replica dei vescovi americani che in una nota firmata dal il vescovo James Massa ha chiarito che il Papa non sta offrendo «opinioni», ma sta esercitando il suo ministero come Vicario di Cristo, ricordando che «un principio costante di quella tradizione millenaria è che una nazione può legittimamente impugnare la spada solo “per autodifesa”, una volta che tutti gli sforzi di pace siano falliti ( Catechismo della Chiesa Cattolica , n. 2308 )».
Le parole pronunciate a Bamenda da Leone XIV sembrano scritte per rispondere all’immagine, diventata virale, di una preghiera nella Sala Ovale della Casa Bianca dove pastori evangelici, guidati da Paula White Cain, invocavano la benedizione divina per la guerra contro l’Iran. Ma sarebbe riduttivo e in fondo sbagliato. Quello di Leone XIV è un richiamo che accomuna tutti i papi nel recente magistero: non si può utilizzare Dio per compiere violenza. Il chiarimento più limpido in proposito è nel famoso (e contrastato) discorso di Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006, quello che partiva dal dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Dio è Logos, è Ragione, e «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio», disse papa Ratzinger. Pertanto, usare Dio per giustificare la violenza è un atto irragionevole che nega l’essenza stessa della divinità.
Il Papa ieri in Camerun ha denunciato quello che definisce un «mondo capovolto», dove miliardi di dollari vengono spesi per devastare, mentre mancano le risorse per l’istruzione e la ricostruzione. Chi preda le risorse della terra - ha accusato il Pontefice - spesso reinveste i profitti in armi, alimentando cicli infiniti di morte.
Ma Bamenda non è solo un luogo di sofferenza; è, nelle parole del Papa, un laboratorio di speranza. Nonostante la crisi anglofona, la comunità ha visto nascere un Movimento per la Pace che unisce cristiani e musulmani. «Siete voi ad annunciare la pace a me e al mondo intero», ha confessato Leone XIV, lodando i leader religiosi che mediano tra le parti contrapposte. Il Papa ha voluto ringraziare in particolare le donne, laiche e religiose, che si prendono cura dei traumatizzati dalla violenza, spesso agendo nell’ombra e in condizioni di pericolo.
Riprendendo l’esortazione Evangelii Gaudium del suo predecessore Francesco, Leone XIV ieri ha ribadito che la missione della Chiesa è una presenza nel cuore del popolo. L’obiettivo è formare «politici con un’anima, insegnanti con un’anima», persone che scelgano di stare con gli altri e per gli altri.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 17 aprile con Carlo Cambi
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante un incontro dello scorso 23 gennaio a Roma (Ansa)
- Oggi il vertice convocato da Macron con i Paesi interessati al piano di sminamento dello Stretto strategico. Berlino, però, chiede il mandato delle Nazioni Unite. L’America studia il programma assicurativo sulle navi.
- L’annuncio di Trump: «Stop all’arricchimento dell’uranio in Iran». Poi torna sul Papa: «Deve capire che non possono avere l’atomica». Spunta l’ipotesi di nuove sanzioni secondarie.
Lo speciale contiene due articoli.
Giorgia Meloni, a quanto apprende La Verità, parteciperà in presenza, oggi a Parigi, al vertice dei cosiddetti «volenterosi»: circa quaranta leader, molti collegati in videoconferenza, sono attesi alla riunione convocata dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer. Sul tavolo del summit, la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. L’impegno dei «volenterosi», però, come più volte sottolineato dalla Verità a proposito di una eventuale partecipazione italiana alla missione, è subordinato alla stabilizzazione del cessate il fuoco tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra. Fino a quando la guerra sarà pienamente in corso, e senza un mandato internazionale ad esempio dell’Onu, non se ne parla, perché ogni partecipazione a interventi anche di semplice sminamento delle acque dello Stretto sarebbe a tutti gli effetti un ingresso in guerra. Lo ha ribadito ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «La Germania», ha detto ieri Merz, come riporta Nova, «contribuirà alla futura salvaguardia della navigazione nello stretto di Hormuz ma solo a determinate condizioni. Ho coordinato questa posizione all’interno del governo tedesco. Una missione di questo genere richiederebbe un mandato internazionale, preferibilmente delle Nazioni Unite, una risoluzione del governo tedesco e un mandato del Parlamento tedesco. Siamo ancora lontani da questo obiettivo». La Germania potrebbe partecipare con navi sminatrici o da ricognizione.
Così come solo parole ascolteremo oggi dai «volenterosi»: le chiavi della soluzione del conflitto sono nelle mani di Donald Trump e Benjamin Netanyahu da un lato e del regime iraniano dall’altro. La situazione nello Stretto è, per usare un eufemismo, confusa: l’Iran ha minato le acque e chiede un pedaggio alle navi che vogliono attraversare Hormuz; gli Usa hanno disposto un blocco navale per le navi dirette verso porti iraniani o in uscita da essi.
Secondo alcune fonti, qualche nave ha comunque attraversato lo Stretto, ma il volume di traffico resta a livelli minimi: «Gli Stati Uniti», ha detto ieri Stephen Miller, stretto collaboratore di Trump, «potrebbero mantenere il blocco navale dei porti iraniani a tempo indeterminato.
La linea è chiara: gli Stati Uniti non accetteranno mai minacce da parte di un Iran dotato di armi nucleari, e l’embargo sta soffocando l’economia iraniana». Da Teheran arriva un altolà all’idea dei «volenterosi»: «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, «la sicurezza dello Stretto di Hormuz è garantita dall’Iran da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra».
In sostanza, per ora i «volenterosi» sono allo stadio delle buone intenzioni. Detto ciò, l’Italia, se e quando la missione internazionale verrà effettivamente organizzata, potrà offrire un contributo di estremo rilievo: sono ben otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti all’impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, che sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Dispongono di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali un sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; un ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; un sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, e in questo genere di operazioni la nostra Marina militare è considerata una eccellenza a livello mondiale.
Da parte sua, un funzionario Usa ha detto al Wall Street Journal che è quasi pronto un programma statunitense per assicurare le petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, ma si stanno risolvendo alcune questioni di sicurezza con la Marina prima del suo avvio. Il programma, a quanto ha spiegato il responsabile degli investimenti Conor Coleman, assicurerà perdite fino a 40 miliardi di dollari per le navi disposte ad attraversare lo Stretto.
«Teheran rinuncerà al nucleare»
Donald Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe accettato di consegnare la cosiddetta «polvere nucleare» in suo possesso e di sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo indefinito. Parlando alla Casa Bianca, il presidente ha affermato che l’Iran starebbe mostrando una maggiore apertura negoziale rispetto al passato e che un accordo «molto probabile» escluderebbe lo sviluppo di armi nucleari. Secondo Trump, la consegna riguarderebbe materiale nucleare legato anche a precedenti attacchi e ai siti sotterranei iraniani. I colloqui proseguirebbero in un clima positivo, con nuovi incontri previsti nei prossimi giorni. Il 21 aprile scadrà il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Uno stretto alleato di Trump, come il capo delle forze di difesa pakistane Asim Munir, ha recentemente incontrato il presidente del parlamento della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Qalibaf. Scopo del faccia a faccia è, in particolare, stato quello di organizzare un nuovo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo i colloqui finiti in stallo lo scorso sabato.
Se da una parte è aperta al dialogo, Washington, dall’altra, non sta rinunciando ad aumentare la pressione sul regime khomeinista. «Le nostre forze sono pronte a riprendere le operazioni di combattimento, qualora questo nuovo regime iraniano facesse una scelta sbagliata e non accettasse un accordo», ha affermato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che ha anche parlato del blocco americano a Hormuz. «Minacciare di lanciare missili e droni contro navi, navi commerciali che transitano legalmente in acque internazionali, non è controllo. Questa è pirateria. Questo è terrorismo. La Marina degli Stati Uniti controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di risorse e capacità reali, e stiamo attuando questo blocco», ha dichiarato. Al contempo, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha assicurato che Washington è pronta a «usare la forza» verso chi cerchi di forzare il blocco americano a Hormuz. E attenzione: la pressione americana non è soltanto di natura militare ma anche economica. Appena l’altro ieri, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha infatti minacciato di colpire l’Iran con delle sanzioni secondarie. L’obiettivo è chiaramente quello di mettere ulteriormente in ginocchio l’economia della Repubblica islamica, per costringere quest’ultima a negoziare da una posizione di debolezza. Al contempo, Trump è tornato a parlare di Leone XIV. «Deve capire che l’Iran non può avere un’arma nucleare», ha detto.
Nel frattempo, Teheran si è mostrata timidamente ottimista sul fronte diplomatico. «Nonostante la nostra profonda sfiducia negli Stati Uniti, derivante dai ripetuti tradimenti della diplomazia, abbiamo comunque intrapreso i negoziati in buona fede e restiamo cautamente ottimisti», ha affermato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani. «Se Washington adotterà un approccio razionale e costruttivo, questi negoziati potranno portare a un risultato significativo», ha aggiunto. Questo ovviamente non significa che la strada sia del tutto in discesa: sempre ieri, un alto funzionario iraniano ha infatti sottolineato che la questione dell’uranio arricchito resta forse il principale nodo sul tavolo negoziale. Dall’altra parte, la medesima fonte ha però parlato di progressi. Ciò significa che lo stallo diplomatico, soprattutto dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Libano, potrebbe essere in procinto di essere superato.
In tutto questo, la Cina ha auspicato che Washington e Teheran tornino al tavolo negoziale, mentre anche Ankara sta spingendo per la diplomazia. «Continueremo a fornire il supporto necessario affinché il cessate il fuoco in corso si trasformi in una tregua permanente e, infine, in una pace duratura, senza che diventi più complesso e difficile da gestire», ha dichiarato il ministero della Difesa turco. Bisognerà infine vedere come si svilupperà il rapporto tra Trump e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è sempre stato freddo verso il cessate il fuoco tra Usa e Iran. Tuttavia, ieri ha accettato la tregua libanese. Solo il tempo ci dirà se Gerusalemme si allineerà completamente alla Casa Bianca nei suoi sforzi diplomatici con Teheran. Un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi decisivo per il destino della crisi iraniana: in un senso o nell’altro.
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Vladimir Putin (Ansa)
Dallo scoppio della guerra nel 2022 i Paesi della Ue sono i principali compratori mondiali di gas russo, più ancora degli asiatici. Intanto Bruxelles impone i suoi balzelli green anche agli ucraini, che con l’altra mano riempie di quattrini. Un atteggiamento suicida.
Come si dice suicidio in danese? Secondo l’Intelligenza artificiale, che mi aiuta nella ricerca, la traduzione è selvmord. E nella lingua di Hans Christian Andersen come si scrive ipocrita? Sia per le donne che per gli uomini si usa hikler. State pensando che mi voglia trasferire a Copenhagen? Tranquilli, non correte a festeggiare: non ho nessuna intenzione di traslocare. Mi sono interessato alla trasposizione dei due termini dopo aver letto l’intervista rilasciata alla Stampa dal commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jorgensen.
Intervistato dal corrispondente a Bruxelles del quotidiano sabaudo, l’esponente socialdemocratico di Odense mi ha richiamato alla mente sia la volontà di togliersi la vita, sia l’atteggiamento ipocrita di chi fa il contrario di ciò che predica. Infatti, alla domanda se per effetto della guerra in Iran non sia il caso di ripensare al divieto di acquisto del gas russo, Jorgensen risponde con un perentorio «assolutamente no». «La Russia ha trasformato l’energia in un’arma contro di noi e non dovremo mai più ripetere l’errore di mettere il nostro destino economico e il nostro benessere nelle mani di Putin». Peccato che senza il gas del Qatar e senza quello di Mosca, con le pompe di benzina a secco perché dal Golfo non arriva più una goccia di petrolio, il nostro destino economico e il nostro benessere sono messi in serio dubbio a prescindere da Putin. Jorgensen addirittura esclude che si possa tornare al gas russo anche una volta raggiunta la pace in Ucraina. «Il divieto è nella nostra legislazione, non si tratta di sanzioni che possono essere eliminate una volta finita la guerra».
In altre parole, anche quando si raggiungerà una tregua, l’Europa continuerà a essere in guerra con Mosca. Come lo definireste voi un simile atteggiamento? Per me non c’è alcun dubbio: la Ue in questo modo sceglie di suicidarsi perché, nonostante abbia a portata di mano chi potrebbe evitare uno choc energetico, insiste a rifiutare alcun contatto e, addirittura, si impone di non acquistare gas e petrolio russo anche nel caso in cui si raggiunga la pace. Pure un bambino sarebbe in grado di capire che in questo modo a farsi del male è per prima l’Europa, il cui comportamento è autolesionistico. Ma Jorgensen dice che il problema non è riallacciare relazioni commerciali con Mosca, ma ridurre i consumi di fonti fossili, accelerando la transizione energetica. Peccato che il Green deal abbia messo in croce il sistema industriale europeo, regalando quote di mercato crescenti, in particolare nel settore automobilistico, alla Cina. In pratica, stiamo procedendo dritti verso uno selvmord, per dirla in danese.
Tuttavia, il comportamento europeo è pure fortemente ipocrita perché, mentre da un lato dice di non voler mettere il proprio destino nelle mani di Putin, dall’altro sottobanco continua a finanziare la guerra in Ucraina. L’ipocrisia al quadrato. Lo dice lo stesso commissario Ue all’Energia nell’intervista alla Stampa. Leggere per credere. «C’è ancora una terribile guerra in corso in Ucraina e Putin sta facendo molti soldi grazie a questa crisi. Aiutarlo a riempire di nuovo le sue casse è una cosa impensabile per l’Unione europea. Dal 2022 abbiamo speso più soldi comprando energia dalla Russia di quanti ne abbiamo dati in aiuti all’Ucraina».
Jorgensen parla di imbarazzo, ma in realtà la definizione più appropriata per definire il comportamento del Vecchio Continente credo sia ipocrisia. Da un lato si fanno dichiarazioni di principio e si varano decine di sanzioni. Dall’altro si fa il contrario. Ci sono due magnifici grafici di una recente ricerca dove si evidenziano gli acquisti di gas attraverso gli oleodotti e di Gnl sbarcato da navi russe, dove si vede che l’acquirente principale è l’Europa. Il Crea, centro indipendente di ricerca sull’energia con sede a Helsinki, nel suo ultimo rapporto spiega che, nel solo mese di marzo, 14 spedizioni di prodotti petroliferi provenienti da raffinerie che utilizzano greggio russo e che sono classificate dalla Ue tra quelle ad alto rischio sono sbarcate nei porti europei.
E, sempre a marzo, i proventi delle esportazioni russe di combustibili fossili hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi anni, con un raddoppio delle entrate. Ma chi sta acquistando gas e petrolio russo? Per quanto riguarda il Gnl, la Ue compra la metà delle forniture di Mosca, mentre per il gas il principale acquirente è, con il 33%, sempre l’Unione. Nel solo mese di marzo i cinque maggiori importatori europei hanno versato nelle casse del Cremlino 1,3 miliardi di euro. E chi è stato a dare il maggior contributo? La Spagna, con 355 milioni e un incremento del 124% rispetto al mese precedente. Poi seguono l’Ungheria, la Francia, il Belgio e la Bulgaria. Inoltre i nuovi dazi sul carbonio imposti dalla Ue per favorire la transizione green, oltre a danneggiare l’industria europea, stanno impedendo all’Ucraina di importare in Europa l’acciaio prodotto da Kiev.
Dunque, riepilogando, l’Unione compra gas dalla Russia finanziando la guerra di Putin ma nega all’Ucraina, per una questione ecologica, di poter vendere i suoi prodotti. Come lo definireste voi questo comportamento? In danese si dice hykler.
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