• Il caro carburanti spinge su i prezzi nel pieno della campagna presidenziale. Pressioni su Zelensky affinché non turbi il mercato.
  • Il Cremlino prevede di reclutare altri 400.000 militari. No al negoziato svizzero.

Lo speciale contiene due articoli.

L’inflazione americana persiste, secondo i dati ufficiali, che ieri hanno sancito un valore di 0,4% congiunturale (marzo su febbraio) e 3,5% tendenziale (marzo 2024 su marzo 2023). La narrazione corrente, tutta tesa a dipingere l’economia americana in trascinante sviluppo, vede dunque svanire le aspettative di un taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve americana a giugno. Se ne riparlerà a settembre, almeno così dicono i più seguiti commentatori di Wall Street.

La reazione dei mercati ai dati pubblicati alle 14.30 ora italiana è stata immediata e violenta. In pochi minuti i future americani sull’oro sono scesi di 1,34% sino al minimo di giornata a 2.337 dollari l’oncia, per poi risalire di nuovo verso 2.360 $/Oz. Prima pausa per il metallo prezioso, insomma, dopo otto giornate di fila con nuovi massimi record.

Tutte le commodity hanno indietreggiato vistosamente dato il rafforzamento del dollaro, che ha guadagnato più dell’1% sull’euro, sceso a 1,076, e soprattutto sullo yen, già in caduta libera da settimane e che ieri ha toccato un nuovo minimo. La moneta giapponese è da tempo scesa ai livelli del 1985 in termini nominali, e il brusco calo di ieri probabilmente costringerà la banca centrale giapponese a intervenire, dopo la storica decisione di metà marzo di rialzare i tassi di interesse dopo 17 anni.

A ben guardare, però, le cose non stanno esattamente come le si vorrebbero dipingere. Intanto, vi è da dire che negli Usa non c’è un’inflazione derivante da una dinamica di inseguimento tra prezzi e salari. Anzi, le statistiche ufficiali sull’occupazione in Usa, diffusi dal Bureau of Labour Statistics (Bls), riportano spesso dati sugli occupati e sulla creazione di posti di lavoro che vengono rivisti al ribasso a mesi di distanza, anche per cifre imponenti. Inoltre, vi sono importanti divergenze tra le statistiche di Bls e, ad esempio, quelle contenute nell’indice Ism (indice relativo all’attività manifatturiera). In questo caso, l’indice di occupazione rilevato all’interno dell’Ism è in calo netto già dall’autunno scorso. Anche gli indici sull’occupazione relativi alle piccole aziende sono in calo. La situazione dell’occupazione negli Usa, in sintesi, è molto meno florida di quanto appare dalle statistiche ufficiali, elemento che contrasta con la narrazione di una inflazione da domanda. Una differente metodologia di calcolo dell’inflazione, ad esempio, quella utilizzata da Truflation, mostra che l’inflazione si trova a 1,79%, praticamente la metà di quella ufficiale.

Altri elementi convergenti, come ad esempio il numero dei lavori par time, fanno pensare che la situazione economica negli Stati Uniti sia meno florida di quanto appare. Sembrerebbe in atto una campagna elettorale condotta (anche) a mezzo dei dati economici. Il presidente in carica, Joe Biden, ha tutto l’interesse a mostrare all’elettorato americano un’economia forte, nel tentativo di essere rieletto. Dunque, l’inflazione «persistente» rappresenterebbe in realtà il risvolto accettabile di una economia in generale stato di buona salute. Nel caso di sconfitta alle elezioni, però, il cerino rimarrebbe in mano allo sfidante Donald Trump, che si troverebbe tra le mani una economia molto meno sana di quanto oggi appare dai dati ufficiali. Quello che è certo è che in termini elettorali l’economia è una seria preoccupazione degli elettori, e il prezzo della benzina è ancora un elemento che grava sul consenso. Questo pesa molto poco nel paniere ufficiale dell’inflazione, il 3,3% appena, e il Bls dice ufficialmente che il prezzo della benzina è salito in un anno di appena 1,3%. Oggi si trova grosso modo a 3,62 dollari al gallone, ma quando Biden è entrato nell’ufficio ovale la benzina costava 2,25 dollari al gallone. Un incremento del 60% non è esattamente un buon biglietto da visita per un presidente che punta ad essere rieletto. Inoltre, il prezzo della benzina, dopo essere calato fino a 3 dollari al gallone a dicembre, da gennaio è in rialzo costante e in tre mesi è risalito di quasi il 20%.

Effetto delle difficoltà che si stanno verificando nella raffinazione del petrolio, sia per la indisponibilità di molti impianti per le manutenzioni, sia per le tensioni geopolitiche. Non a caso, due giorni fa è sceso in campo il segretario americano alla Difesa, Lloyd Austin, avvisando che gli attacchi dell’Ucraina contro le raffinerie di petrolio in territorio russo possono avere impatti seri sui mercati energetici globali, ovvero un aumento dei prezzi della benzina. Austin ha esortato il governo di Kiev «a concentrarsi su obiettivi militari», evitando di provocare tensioni sui mercati mondiali e, soprattutto, sulla campagna elettorale per la Casa Bianca.

Al di là dei dati americani, l’andamento dei prezzi di molte merci (oro, argento, rame, alluminio, petrolio, benzina) non è dovuto in sé a una domanda eccessiva, ma agli squilibri che si stanno verificando dal lato dell’offerta. Squilibri generati dalla situazione geopolitica e dalle assurde iniziative climatiche. Non è agendo sui tassi di interesse che si può risolvere una crisi come questa. Servono politiche industriali figlie di una visione pragmatica. Le banche centrali non possono risolvere un problema che in sé è politico.

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