Flop investimenti green negli Usa, l’eredità «gruviera» di Starace in Enel
Francesco Starace (Ansa)
Eolico e colonnine di ricarica hanno prodotto soltanto debiti. Rumor: l’ex ad avrebbe ancora contatti con alcuni manager.

Ci sono amori che finiscono quasi per consunzione, con buona pace delle due parti, e altri invece che vengono vissuti come un distacco forzato, traumatico.

Appartiene alla seconda categoria il matrimonio tra l’Enel, il colosso dell’energia controllato dal Tesoro, e il suo ex amministratore delegato Francesco Starace. Nozze durate 9 anni, l’ingegnere nucleare ha ricoperto il ruolo di ad dal 2014 al 2023, precedute peraltro da un lunghissimo fidanzamento, Starace è entrato in azienda addirittura nel 2000 e dal 2008 al 2014 ha guidato Enel Green Power, la costola del gruppo dedicata alle rinnovabili.

Insomma più di un ventennio. Così quando ad aprile dello scorso anno il Mef ha presentato una lista per Enel con Paolo Scaroni presidente e Flavio Cattaneo ad e il fondo Covalis è sceso in campo sfidando il governo e proponendo una serie di nomi che vedevano in cima come presidente quello del banchiere d’affari Marco Mazzucchelli, spontaneamente il pensiero di tutti è andato alla possibilità che dietro ci fosse lo zampino dello stesso Starace. Pensiero, ci mancherebbe altro, perché quelle voci non sono mai state confermate. Anzi, di buona lena smentite. E meno male per lui, vista la figura non proprio gloriosa portata a casa dall’hedge fund.

Ma non solo. Rumor raccontano che il rapporto tra l’ingegnere ed alcuni manager storici del gruppo (sarebbe stato visto in un ristorante con l’ad di Endesa José Bogas che lo stesso Starace ha voluto a capo della controllata spagnola al posto di Andrea Brentan) non si sia mai interrotto del tutto. E che sia soprattutto l’ex ad a farsi vivo. Probabilmente, 23 anni in un’azienda sono una vita, si parlerà di ciclismo e poesia (di cui Starace è assai appassionato), certo, ma è difficile che il discorso non ricada su Enel e sulle sfide che si ritrova ad affrontare il nuovo management. La principale riguarda la necessità di ridurre il forte indebitamento che la gestione Starace in preda a una sorta di «smania ambientalista» a tassi bassi ha contribuito a creare portandolo dai 38 miliardi netti del 2014 ai 60 e passa dell’ultimo bilancio.

Come non ricordare i risultati non proprio lusinghieri della campagna in Nord America, un investimento complessivo in 10 anni di circa 12 miliardi che stime degli analisti alla mano porterà a un Ebitda di appena 700 milioni, in parte garantito dagli incentivi fiscali del governo. Agevolazioni a parte, sono proprio gli Usa a non portare bene al manager formatosi al Politecnico di Milano. O meglio, l’abbinata tra Stati Uniti ed energie rinnovabili.

Non ha infatti avuto il successo sperato l’investimento nella mobilità elettrica che prevedeva la realizzazione di un business integrato con la costruzione di un’infrastruttura di colonnine di ricarica e la vendita dell’energia al cliente finale. Del progetto è rimasta la vendita online di wallbox (gli apparecchi per la ricarica domestica dell’auto) ormai fuori mercato.

Mentre c’è la scure della comunità dei nativi americani Osage, raccontati in un recente film di Martin Scorsese, su un progetto eolico in Oklahoma di qualche anno fa. Purtroppo per Enel la decisione del giudice distrettuale non fa parte della pellicola ma è una sentenza con la quale è stato deciso che l’azienda non aveva un permesso del Consiglio Osage.

Ora Enel rischia di pagare circa 260 milioni di dollari per rimuovere 84 pale eoliche dalle terre dei nativi. La società farà ricorso, ma il presidente dell’Osage Minerals Council, Everett Waller, interpellato dal Financial Times è stato chiaro e ha messo sotto accusa le decisioni della passata gestione: «Enel, ti costerà una fortuna non averci chiesto un permesso. Era tutto quello che dovevi fare».

Del resto nell’era Starace il rapporto con le comunità locali non è stato semplicissimo. Buon vento non ha tirato neanche in Colombia, per dire, dove il progetto eolico Windpeshi ha incontrato per lungo tempo le proteste delle popolazioni indigene costringendo l’azienda a cancellarlo. Insomma l’elenco degli affari in perdita è lungo, al punto che potrebbe anche esserci il rischio di un’azione di responsabilità. Non è un caso se il nuovo management è stato costretto a concentrare buona parte dei suoi sforzi sulla vendita di asset per ridurre l’indebitamento (Australia, Cile, Romania e Perù) anche se con minor foga rispetto all’ultimo piano dell’ex ad che prevedeva cessioni «forsennate» per 21 miliardi nel triennio 2023-2025. «ll piano di cessioni taglia-debito di Enel va avanti senza fretta e al giusto prezzo giusto», ricorda sovente l’attuale ad Flavio Cattaneo.

Starace, va detto, ci ha messo poche settimane a consolarsi. A maggio 2023 si era già impegnato come nuovo partner di Eqt Infrastructure (colosso svedese degli investimenti infrastrutturali) alla ribalta negli ultimi mesi in Italia per l’acquisizione del 60% della rete fissa e mobile WindTre. Operazioni saltata dopo settimane di tira e molla. E l’ingegnere?

Il primo deal a sua firma è arrivato a novembre con l’acquisizione di Statera (accumulazione, lo storage, di batterie) per 500 milioni di sterline in Inghilterra. «Statera», ha spiegato il manager, «in latino vuol dire bilancia e il compito di quest’azienda è quello di tenere bilanciata la domanda e l’offerta per la rete inglese». Sarebbe interessante capire se Starace l’ha trovato il suo di equilibrio lavorando in un private equity di prestigio dove però di certo non avrà la possibilità di applicare la strategia che in un suo famoso intervento alla Luiss gli era valso l’epiteto di ideologo del terrore: «Per cambiare un’azienda come Enel», spiegava nel 2016 a uno studente, «vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro creando quindi malessere nel ganglio e colpendo poi in modo plateale chi si oppone al cambiamento».

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