Donald Trump si è consegnato alle autorità di New York. Accompagnato dai suoi legali, l’ex presidente, il primo nella storia americana ad essere incriminato, si è presentato ieri pomeriggio davanti al giudice, Juan Merchan, in un’udienza da lui stesso polemicamente definita «surreale». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non aveva ancora lasciato il tribunale e non erano quindi disponibili molte informazioni ufficiali.
D’altronde, lunedì sera, il giudice aveva stabilito che le telecamere non avrebbero potuto riprendere le procedure in corso all’interno dell’aula giudiziaria, respingendo così la richiesta avanzata da varie testate giornalistiche, che avrebbero voluto coprire in diretta l’inedito evento. Trump – a cui sono state prese le impronte digitali – avrebbe chiesto espressamente che gli fosse scattata la foto segnaletica, forse per sfruttare a suo favore l’immagine utilizzandola per i manifesti elettorali della campagna 2024.
Non solo. A Trump sono stati rivelati anche i 34 capi di imputazione formulati contro di lui, con il diretto interessato che si è dichiarato non colpevole. Nella tarda serata italiana di ieri, era inoltre attesa una conferenza stampa del procuratore distrettuale di Manhattan, il dem Alvin Bragg. Sempre ieri, a New York si sono tenute in mattinata delle manifestazioni pro e contro l’ex presidente: non sono mancati momenti di tensione e qualche colluttazione. Inoltre, poco prima di consegnarsi, Trump ha mandato un’email ai suoi supporter. «Oggi piangiamo la sconfitta della giustizia in America», ha scritto, «Oggi è il giorno in cui un partito politico al potere arresta il suo principale oppositore per non aver commesso alcun reato». «Non ho dubbi che prevarremo ancora una volta e vinceremo la Casa Bianca nel 2024», ha aggiunto.
È inoltre circolata l’ipotesi che il giudice potesse colpire Trump con un «gag order»: un ordine restrittivo, cioè, che gli vieti di parlare in pubblico dell’incriminazione. Si tratta di un’eventualità criticata ieri dai deputati repubblicani e contro cui, secondo Reuters, l’ex presidente sarebbe pronto a fare ricorso, appellandosi al Primo emendamento (che tutela la libertà di espressione). Ricordiamo d’altronde che Trump si è ricandidato ufficialmente alla nomination presidenziale repubblicana il 15 novembre. E che ha intenzione di cavalcare elettoralmente la questione della persecuzione giudiziaria. Tuttavia, lunedì sera, uno dei legali di Trump, Joe Tacopina, era sembrato escludere la possibilità di un «gag order». «Non può essere, non accadrà. Non credo che qualcuno lo stia nemmeno cercando», aveva dichiarato a Fox News, per poi aggiungere: «Ciò infiammerebbe davvero le passioni e gli animi che sono già stati infiammati da questo caso. Non esiste uno scenario in cui accadrà. Sono sicuro di questo. Non credo che verrà richiesto». Come che sia, qualora l’ordine restrittivo venisse realmente emesso, avrebbe inevitabilmente delle ripercussioni politiche. E potrebbe spingere qualcuno a supporre che Merchan punti a interferire nella campagna elettorale per le presidenziali del 2024 (proprio ieri l’ex presidente è tornato ad accusare su Truth il togato di faziosità, chiedendo lo spostamento del processo a Staten Island).
Sempre per la notte scorsa, ora italiana, era inoltre prevista una conferenza stampa in Florida dell’ex inquilino della Casa Bianca, che ha fatto ritorno nella sua villa di Mar-a-Lago subito dopo l’udienza newyorchese. Inoltre, nella nottata di lunedì, Trump era andato nuovamente all’attacco di Bragg, chiedendo la sua incriminazione per aver fatto trapelare alla stampa alcune informazioni riguardanti le sue accuse.
Nel frattempo, nelle scorse ore l’ex inquilino della Casa Bianca ha allargato la propria squadra legale, assumendo Todd Blanche: ex avvocato di Paul Manafort che, in passato, ha lavorato anche per la Procura di Manhattan. Tutto questo, mentre Trump sta continuando a «monetizzare» lo scontro con Bragg: il suo team elettorale ha infatti riferito che dalla notizia dell’incriminazione giovedì scorso sono stati raccolti sette milioni di dollari in donazioni. E intanto la politica continua a dividersi. Ieri The Hill riportava che, secondo vari repubblicani, l’incriminazione di Manhattan pone le basi per un pericoloso precedente, che potrebbe in futuro riguardare altri ex presidenti. Tuttavia anche fra i democratici non tutti dormono sonni tranquilli: da più parti si registra infatti il timore che questo caso giudiziario possa avere un effetto boomerang per l’asinello.
È in questo quadro che, per il momento, gli occhi restano puntati sulle primarie presidenziali repubblicane. Se gran parte del Gop si è schierato con Trump contro la procura di Manhattan, domenica è sceso formalmente in campo per la nomination Asa Hutchinson: ex governatore repubblicano dell’Arkansas, che ha chiesto all’ex presidente di ritirarsi dalla corsa elettorale proprio a causa delle vicende giudiziarie che lo riguardano.
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