C’è qualcosa di non chiaro, di inespresso, nell’editoriale di ieri del Corriere della Sera, autorevolmente firmato dal professor Angelo Panebianco. Il titolo in prima pagina è neutro («Una certa idea d’Europa»), mentre diventa chiarissima la titolazione all’interno, nella pagina dei commenti, dove l’editoriale si distende: «L’Europa avrebbe bisogno di una grande coalizione». Sperando di non tradire lo schema argomentativo di Panebianco, l’analisi è così riassumibile. Sia per ciò che riguarda la coda della crisi russo-ucraina, sia pensando all’instabilità in Africa, sia considerando la minaccia strategica cinese, sia ragionando sull’esigenza europea di sicurezza e difesa, sia riflettendo sul nodo dell’immigrazione, sia – infine – facendo i conti con gli eccessi di dirigismo di Bruxelles, insomma squadernando sul tavolo tutti i problemi presenti e futuri dell’Unione, geopolitici ed economici, servirebbe una grande coalizione. Questo è l’incipit: «Servirebbe all’Europa una “grande coalizione”? Sì, servirebbe, anche se è difficile che possa nascere». E ancora, più avanti: «Una grande coalizione, eliminati da una parte e dall’altra gli incompatibili […], potrebbe affrontare alcuni dei più gravi problemi che ha l’Europa». E per tutto lo svolgimento dell’articolo, passando in esame ognuna delle emergenze citate, Panebianco spiega quanto sarebbe desiderabile questa mitica grande coalizione. Ora, il piccolo «dettaglio» che non può essere sfuggito a un politologo di tale valore è che la grande coalizione c’è già. Non solo: è esattamente la formula politica che domina incontrastata Parlamento-Commissione-Consiglio da diverse legislature europee. E sta dominando questa legislatura, con un patto di ferro tra socialisti, Ppe e macronisti. Addirittura il patto è allargato ai Verdi e ai grillini italiani, alla cui scelta fu numericamente dovuto il semaforo verde iniziale alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen.
Dunque, non è possibile pensare a una gaffe, a uno svarione per cui uno dei massimi politologi italiani auspica per il futuro esattamente la formula politica che oggi già esiste, e che di tutta evidenza non pare in grado di affrontare le emergenze che ha peraltro contribuito ad aggravare. E allora che dobbiamo pensare? Leggendo ciò che sta tra le righe, si coglie il punto vero. Panebianco non vuole che si saldi l’alleanza tra Ppe e Ecr (cioè tra i Popolari e i Conservatori oggi guidati da Giorgia Meloni); non vuole che i socialisti vadano all’opposizione; non vuole che il Ppe si sottragga all’abbraccio con gli stessi socialisti; non vuole che a Emmanuel Macron sia sottratto il ruolo di ago della bilancia; e soprattutto non vuole che, nelle istituzioni europee, si giunga a un sano bipolarismo. Curiosa nemesi: da decenni i principali editorialisti del Corsera sono favorevoli al bipolarismo (pur -ci spiegano – da affinare, da perfezionare, da civilizzare). Poi però, in sede europea, insistono per il mantenimento di coalizioni ibride, confuse, politicamente inconcludenti.
E, a ben vedere, i reiterati inviti rivolti a Giorgia Meloni sul «taglio delle ali», sugli «opposti estremismi da mettere fuori gioco», nascondono un dono avvelenato. Come dire: potrai essere accettata ma a patto di rinunciare a ciò che ti ha caratterizzato in tutta la tua vita politica e ti ha fatto vincere, e cioè a una netta alternanza tra destra e sinistra. E perché mai la Meloni dovrebbe aderire a questo schema che (primo) vedrebbe altre figure certamente più abituate di lei a galleggiare in coalizioni eterogenee e (secondo) la vedrebbe ingabbiata proprio sui dossier su cui ha costruito la sua credibilità e il suo consenso?
Con rispetto per Panebianco, il ragionamento pare assai poco convincente. A maggior ragione nel momento in cui una serie di condizioni favorevoli si stanno allineando davanti alla Meloni. Elenchiamole: la recentissima clamorosa apertura di Manfred Weber all’Italia sull’immigrazione è segno evidente di un Ppe più disposto all’accordo con Ecr; in Italia è presumibile che tra un anno Fdi avrà un risultato notevole alle Europee; in Spagna lo stesso accadrà per Popolari e Vox (che, entro il 2023, potrebbero aver vinto le politiche); e pure in Germania la Cdu-Csu potrebbe essere (già se ne colgono i primi segnali) rivitalizzata da un periodo all’opposizione. Non si comprende perché la Meloni dovrebbe perdere queste chance e consegnarsi a una prospettiva indistinta.
Non è un caso se i primi a strillare contro l’eventuale accordo Ecr-Ppe e contro la solidarietà all’Italia dei cristianodemocratici tedeschi sono stati i supermacronisti. Ha catturato attenzione una scomposta dichiarazione di Sandro Gozi: «Weber scopre il problema migratorio, lo risolve con muri nel Mediterraneo pagati dall’Ue e nulla dice su come rendere l’Europa più potente, credibile e utile per i nostri alleati, a partire dagli Usa. Il suo obiettivo è solo l’alleanza estremista Ppe-Ecr». Curioso siano i macronisti, dopo il recente inginocchiamento alla Cina, a dar lezioni di ortodossia occidentale. In più, l’assurda definizione di «alleanza estremista» rende bene la paura di tanti: perdere potere di interdizione. E la Meloni dovrebbe riconsegnarglielo?
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