L’appello alla grande ammucchiata per non fare virare a destra l’Unione
Giorgia Meloni (Ansa)
Dopo l’avvicinamento fra Ppe ed Ecr, il «Corriere» invoca una maxi coalizione per affrontare i nuovi scenari. Ma Giorgia Meloni non deve farsi ingabbiare proprio adesso che i conservatori sono favoriti alle prossime elezioni.

C’è qualcosa di non chiaro, di inespresso, nell’editoriale di ieri del Corriere della Sera, autorevolmente firmato dal professor Angelo Panebianco. Il titolo in prima pagina è neutro («Una certa idea d’Europa»), mentre diventa chiarissima la titolazione all’interno, nella pagina dei commenti, dove l’editoriale si distende: «L’Europa avrebbe bisogno di una grande coalizione». Sperando di non tradire lo schema argomentativo di Panebianco, l’analisi è così riassumibile. Sia per ciò che riguarda la coda della crisi russo-ucraina, sia pensando all’instabilità in Africa, sia considerando la minaccia strategica cinese, sia ragionando sull’esigenza europea di sicurezza e difesa, sia riflettendo sul nodo dell’immigrazione, sia – infine – facendo i conti con gli eccessi di dirigismo di Bruxelles, insomma squadernando sul tavolo tutti i problemi presenti e futuri dell’Unione, geopolitici ed economici, servirebbe una grande coalizione. Questo è l’incipit: «Servirebbe all’Europa una “grande coalizione”? Sì, servirebbe, anche se è difficile che possa nascere». E ancora, più avanti: «Una grande coalizione, eliminati da una parte e dall’altra gli incompatibili […], potrebbe affrontare alcuni dei più gravi problemi che ha l’Europa». E per tutto lo svolgimento dell’articolo, passando in esame ognuna delle emergenze citate, Panebianco spiega quanto sarebbe desiderabile questa mitica grande coalizione. Ora, il piccolo «dettaglio» che non può essere sfuggito a un politologo di tale valore è che la grande coalizione c’è già. Non solo: è esattamente la formula politica che domina incontrastata Parlamento-Commissione-Consiglio da diverse legislature europee. E sta dominando questa legislatura, con un patto di ferro tra socialisti, Ppe e macronisti. Addirittura il patto è allargato ai Verdi e ai grillini italiani, alla cui scelta fu numericamente dovuto il semaforo verde iniziale alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen.

Dunque, non è possibile pensare a una gaffe, a uno svarione per cui uno dei massimi politologi italiani auspica per il futuro esattamente la formula politica che oggi già esiste, e che di tutta evidenza non pare in grado di affrontare le emergenze che ha peraltro contribuito ad aggravare. E allora che dobbiamo pensare? Leggendo ciò che sta tra le righe, si coglie il punto vero. Panebianco non vuole che si saldi l’alleanza tra Ppe e Ecr (cioè tra i Popolari e i Conservatori oggi guidati da Giorgia Meloni); non vuole che i socialisti vadano all’opposizione; non vuole che il Ppe si sottragga all’abbraccio con gli stessi socialisti; non vuole che a Emmanuel Macron sia sottratto il ruolo di ago della bilancia; e soprattutto non vuole che, nelle istituzioni europee, si giunga a un sano bipolarismo. Curiosa nemesi: da decenni i principali editorialisti del Corsera sono favorevoli al bipolarismo (pur -ci spiegano – da affinare, da perfezionare, da civilizzare). Poi però, in sede europea, insistono per il mantenimento di coalizioni ibride, confuse, politicamente inconcludenti.

E, a ben vedere, i reiterati inviti rivolti a Giorgia Meloni sul «taglio delle ali», sugli «opposti estremismi da mettere fuori gioco», nascondono un dono avvelenato. Come dire: potrai essere accettata ma a patto di rinunciare a ciò che ti ha caratterizzato in tutta la tua vita politica e ti ha fatto vincere, e cioè a una netta alternanza tra destra e sinistra. E perché mai la Meloni dovrebbe aderire a questo schema che (primo) vedrebbe altre figure certamente più abituate di lei a galleggiare in coalizioni eterogenee e (secondo) la vedrebbe ingabbiata proprio sui dossier su cui ha costruito la sua credibilità e il suo consenso?

Con rispetto per Panebianco, il ragionamento pare assai poco convincente. A maggior ragione nel momento in cui una serie di condizioni favorevoli si stanno allineando davanti alla Meloni. Elenchiamole: la recentissima clamorosa apertura di Manfred Weber all’Italia sull’immigrazione è segno evidente di un Ppe più disposto all’accordo con Ecr; in Italia è presumibile che tra un anno Fdi avrà un risultato notevole alle Europee; in Spagna lo stesso accadrà per Popolari e Vox (che, entro il 2023, potrebbero aver vinto le politiche); e pure in Germania la Cdu-Csu potrebbe essere (già se ne colgono i primi segnali) rivitalizzata da un periodo all’opposizione. Non si comprende perché la Meloni dovrebbe perdere queste chance e consegnarsi a una prospettiva indistinta.

Non è un caso se i primi a strillare contro l’eventuale accordo Ecr-Ppe e contro la solidarietà all’Italia dei cristianodemocratici tedeschi sono stati i supermacronisti. Ha catturato attenzione una scomposta dichiarazione di Sandro Gozi: «Weber scopre il problema migratorio, lo risolve con muri nel Mediterraneo pagati dall’Ue e nulla dice su come rendere l’Europa più potente, credibile e utile per i nostri alleati, a partire dagli Usa. Il suo obiettivo è solo l’alleanza estremista Ppe-Ecr». Curioso siano i macronisti, dopo il recente inginocchiamento alla Cina, a dar lezioni di ortodossia occidentale. In più, l’assurda definizione di «alleanza estremista» rende bene la paura di tanti: perdere potere di interdizione. E la Meloni dovrebbe riconsegnarglielo?

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