Carlo Nordio (Ansa)
Il ministro attaccato dall’ex giudice Giancarlo Caselli perché vorrebbe che dopo due assoluzioni finisse il processo. Ma Md condivide lo sconcerto: «Oggi impugnazioni più limitate».
Se ci fosse un indice di Borsa anche per la barbarie giuridica saremmo in piena bolla. Sarà l’effetto del referendum sulla giustizia, o il ritorno in tv dei grandi gialli irrisolti, ma ormai c’è anche una discreta gara alla forca. L’ultimo episodio ha per vittima Carlo Nordio, che mercoledì ha osato dire, da «semplice uomo di legge», che è sconcertato dalla vicenda processuale di Alberto Stasi e che forse sarebbe il caso, alla seconda assoluzione, di chiuderla lì con i processi.
Parole di mero buon senso e di normale umanità, che però non sono andate giù all’ex giudice Giancarlo Caselli. Che in un intervento sulla Stampa insieme a un avvocato amministrativista torinese, Vittorio Barosio, ha accusato il ministro della Giustizia di ben tre nefandezze: interferire indebitamente in un’inchiesta; riproporre un cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi; violare la distinzione tra potere esecutivo e giudiziario. Come vedremo, sono tre addebiti completamente scentrati. E la cosa più divertente è che sulla medesima vicenda, ieri, è intervenuta da sinistra Magistratura democratica che ha quasi dato ragione a Nordio, obiettando solo sul fatto che servano nuove norme.
L’antefatto, ovviamente, è che Stasi era stato assolto in primo e secondo grado, ma poi la Cassazione ordinò di ripetere il processo d’appello e lì si beccò 16 anni di galera. Caselli e Barosio, entrambi classe 1939, sostengono che nella proposta di abolire il terzo grado di giudizio avanzata da Nordio «riecheggia una vecchia tesi innocentista che ha origine dai governi Berlusconi». E con ciò, par di capire, saremmo di fronte non a una misura di umanità per tutti, ma a un frutto del Male. Qualcosa di vero c’è. A luglio del 2022, il Cavaliere rilanciò l’idea di limitarsi a due gradi in caso di assoluzione. L’allora presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, rispose con prudenza: «Aspettiamo di vedere un testo, il tema è tecnicamente discutibile (…) Dopo una doppia conforme di assoluzione già oggi non c’è un’ampia possibilità di ricorso per Cassazione. Eliminare totalmente le impugnazioni per la parte pubblica sarebbe eccessivo. Quindi mi muoverei con cautela». Insomma, non s’inalberò. Anche perché l’idea di abolire il terzo grado è vecchia di almeno 40 anni ed è spesso stata inserita in elenchi di riforme magari non proprio a scopo umanitario, ma solo per ridurre il carico e la durata dei processi.
Come Caselli sa bene, poi, ai tempi di Mani Pulite molti suoi colleghi hanno proposto di eliminare i giudizi di appello. L’allora capo della Procura di Milano, Francesco Saverio Borrelli, propone di lasciare solo il ricorso per Cassazione il 31 gennaio 1997, imitato in due occasioni da Piero Grasso (21 novembre 1999 e 9 marzo 2004). Lo stesso padre del nuovo Codice, Giovanni Conso, con alcuni distinguo sui riti alternativi, aprì subito all’idea di Borrelli. E la sinistra? L’allora responsabile Giustizia del Pds, Pietro Folena, ammise che dove il primo grado era affidato a un collegio si sarebbe in effetti potuto saltare l’appello. Al di là del grado di giudizio da togliere, sostenere che levarne uno sia una berlusconata non è corretto.
Il secondo capo d’imputazione del ministro è che avrebbe invaso il campo dei pm che stanno lavorando sul caso Garlasco, i quali, com’è giusto, devono stare sereni. «Ogni interferenza è fuor di luogo e illegittima», tuonano i due editorialisti, «se così non fosse finiremmo in un sistema in cui il governo può indicare ai pm quali indiziati di reato perseguire e quali invece lasciare tranquilli». E ci mettono il carico citando, dopo Berlusconi, l’altro Satana planetario. «Di un sistema simile ha già dato esempio Donald Trump quando ha ordinato alla ministra della Giustizia, Pam Bondi, di perseguire penalmente i suoi oppositori politici». Gravissimo, per carità. Ma che ha detto il ministro veneziano, prima di proporre una vecchia riforma? Ecco le sue parole: «Nessuno, questo lo so bene, può ovviamente pronunciarsi su un procedimento in corso». E ha concluso: «È chiarissimo che io non ho la più pallida idea, e anche se l’avessi non lo direi, della dinamica del delitto e soprattutto del suo autore. Però ho un’idea invece chiara sulla dinamica della nostra legislazione, che è sbagliata». Purtroppo queste parole non sono state riportate nel rito accusatorio sulla Stampa.
La terza accusa al guardasigilli, stilata sempre dagli occhiuti Caselli e Barosio è quella di sconfinare. «Con questo intervento sul processo di Garlasco», scrivono, Nordio continua sulla strada che l’ha portato a sostenere a ogni costo il referendum sulla giustizia che, se fosse stato approvato dai cittadini, avrebbe creato le condizioni per sottoporre i pm al potere esecutivo». Vabbè, povero Nordio, ormai dopo il referendum lo bullizzano tutti. Ma non le toghe «di sinistra» di Md, almeno questa volta. Sul loro sito Questione Giustizia, hanno scritto: «Nordio ha voluto dire la sua, da uomo di legge, sul caso Garlasco». Senza stracciarsi le vesti. E nel merito gli hanno risposto così: «Non discutiamo, ed anzi per più ragioni condividiamo, lo sconcerto del ministro per il paradosso di un imputato che, dopo una duplice assoluzione in primo grado ed in appello si è trovato, a seguito di una sentenza di annullamento con rinvio della Corte di Cassazione, di nuovo sottoposto a processo e infine condannato». Però gli hanno fatto notare che, secondo loro, le norme ci sono già e le impugnazioni di due assoluzioni sono molto limitate». Sarà, ma lasciare che un povero cristo assolto due volte si rifaccia una vita sembrava un’idea di buon senso e basta.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 maggio con Carlo Cambi
L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti in una immagine di archivio (Ansa)
Il mistero dell’istanza per non mandare a processo il commesso, trovata al comando dei Carabinieri, apre nuovi interrogativi sul 2017.
Resta un mistero perché la bozza dell’istanza di archiviazione di Andrea Sempio del 2017, di cui per primo ha parlato questo giornale, sia uscita dalla Procura di Pavia e sia finita nel «fascicolo permanente» di Sempio redatto dal Nucleo informativo del Comando provinciale dell’Arma.
Il comandante di quell’ufficio era il maggiore Maurizio Pappalardo, oggi accusato di numerosi reati e recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata. Ma nessuno lo ha ancora coinvolto ufficialmente nelle indagini sulla discussa archiviazione di Sempio su cui resta aperta un’inchiesta per corruzione.
Gli inquirenti della Procura di Brescia, a tal proposito, hanno sentito Pappalardo come persona informata dei fatti, anche perché nel cellulare dell’ufficiale in congedo gli investigatori hanno rinvenuto tre foto che immortalavano altrettanti documenti del fascicolo su Sempio. Ma nessuno è riuscito a spiegare come la bozza della richiesta di archiviazione, con tanto di correzioni scritte a mano e un nuovo incipit di undici righe appuntato a mano su un foglietto (con il logo della società di intercettazioni Rcs), sia potuta finire nel fascicolo «P» di Sempio.
Il dato certo è che la minuta è stata fotocopiata, probabilmente con una certa fretta o con superficialità. Infatti due pagine sono state duplicate insieme: della 17 si vede solo un angolo, sotto la piegatura della precedente. Quindi, chi ha fatto la copia di quell’atto segreto non si è preoccupato di controllare di avere il documento integrale. Lo stava facendo di nascosto, senza l’autorizzazione dei magistrati?
Le indagini dovranno trovare la risposta.
Intanto la pm che ha ammesso di avere redatto la bozza dell’istanza, Giulia Pezzino (che nel febbraio del 2025 si è dimessa dall’ordine giudiziario), ha spiegato ai colleghi di Brescia di averla inviata solo al proprio diretto superiore, Mario Venditti, oggi indagato per corruzione.
E a proposito dell’allegata noticina vergata a mano, ha spiegato: «Non ho mai visto questo scritto. Non riconosco la calligrafia, né il logo riportato sul foglio (Rcs, ndr). Non so a cosa corrisponda». L’ex magistrato non si accorge che quel testo non è altro che l’inizio dell’atto da lei firmato il 15 marzo 2017.
Come si può vedere nelle foto in questa pagina, quelli sull’incipit sono stati, comunque, interventi non sostanziali. A colpire è la sigla «fatto» in calce al testo tipica delle Procure, anche se nessuno, come vedremo ha, per ora, riconosciuto la paternità del documento.
Per quanto riguarda il resto della bozza rinvenuta nel fascicolo «P», le correzioni fatte a penna sono pochissime e alcune di queste non sono state recepite nel documento finale (come la proposta di inserire l’aggiunta «sua eventuale» alla parola «colpevolezza»).
Nella richiesta informale e non firmata predisposta dalla Pezzino si chiede l’archiviazione senza fare alcun riferimento agli eventuali avvisi da notificare alle persone offese o danneggiate legittimate a fare opposizione.
Invece, nella richiesta formale sottoscritta dalla Pezzino, da Venditti e dal procuratore Giorgio Reposo, i magistrati spiegano perché non possano essere considerate persone offese o danneggiate dal reato la denunciante Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, e il medesimo figlio. Ciò al fine di giustificare la mancata notifica dell’avviso della richiesta di archiviazione ai due, impossibilitati così a fare opposizione. L’argomento, di carattere formale, è che le persone offese o danneggiate dall’omicidio sono i congiunti più stretti della vittima e non già colui che in quel momento si trovava detenuto, in ipotesi ingiustamente, per il medesimo fatto.
Il gip Fabio Lambertucci, il 23 marzo 2017, appena otto giorni dopo la richiesta, accoglie, nel suo decreto di archiviazione, tale erronea impostazione, dando atto che è stata avvisata unicamente la famiglia Poggi. Ma come si fa a non considerare, almeno teoricamente, «persone danneggiate» Stasi o i suoi genitori che hanno dovuto versare centinaia di migliaia ai Poggi? Aveva più interesse a presentare opposizione alla richiesta di archiviazione che aveva già un colpevole in carcere e ottenuto un cospicuo risarcimento o chi nel nuovo procedimento veniva scagionato a discapito di Sempio?
Ma torniamo all’appunto scritto a penna.
La grafia non sarebbe quella di Venditti, come confermato ieri dai legali dell’ex magistrato. Altrettanto disponibile a chiarire la questione è stato l’ex procuratore Reposo: «La grafia di quel documento non appare riconducibile alla mia. D’altra parte il fascicolo è stato assegnato al procuratore aggiunto e al sostituto, che certamente non avevano bisogno dei miei consigli: o, se ne avevano, me li avrebbero chiesti».
Da parte loro, escludono «categoricamente» la paternità dell’appunto anche i difensori di Silvio Sapone, l’ex capo della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia. Per un ventennio è stato il collaboratore di fiducia dei magistrati della Procura e suoi colleghi ci hanno raccontato che non di rado scriveva a penna bozze di informative di pg.
Nelle nuove intercettazioni depositate dalla Procura di Pavia gli viene attribuito, dalla famiglia Sempio, un ruolo per cui non è mai stato indagato. La mattina del 27 settembre 2025, Andrea Sempio spiega ai suoi famigliari chi sia quel militare: «[…] Adesso è nell’inchiesta Clean […] praticamente intercettavano, per dire, vari imprenditori così e dicevano “Ciccio guarda” che ne so, “ti arriva la Finanza il mese prossimo” e in cambio, diciamo, di protezione […] pigliavano dei soldi». Quindi aggiunge: «Il problema è che quello lì si occupava anche del caso Garlasco […] aveva intercettato anche noi in quel periodo».
Dunque Andrea collega alcuni contatti avuti con Sapone durante le indagini del 2017 a Clean, una mega inchiesta in tre tronconi che, oltre a imprenditori, politici e funzionari pubblici, ha coinvolto anche alcuni dei carabinieri della cosiddetta «Squadretta» di investigatori che operava a Pavia. «Io l’ho detto ad Angela (probabilmente si riferisce all’avvocato Taccia, ndr)», specifica Sempio, «se quello lì l’han preso in Clean, probabilmente faranno un collegamento con noi, prima o poi secondo me». Gli attuali inquirenti, però, precisano che Sapone «non risulta sia mai stato indagato» nell’inchiesta Clean (anche se nei faldoni di Clean 2 è citato più volte).
Secondo Sempio, il luogotenente in pensione lo aveva contattato direttamente: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavano di prendere le persone che erano sottoposte a indagine o che […] “se mi dai i soldi ti aiuto”».
L’indagato assicura pure di avere girato immediatamente il contatto al suo avvocato, che avrebbe successivamente definito il maresciallo «un pirla». In un’altra conversazione Sempio commenta: «Secondo me era proprio lui che chiamava, perché qua è lui quando mi ha proposto la roba...». Secondo Sempio, dunque, Sapone potrebbe avergli offerto aiuto nel pieno delle indagini del 2017 e quando i magistrati, nel 2025, paiono interessati ai suoi rapporti con il carabiniere, dà l’idea di volerlo scaricare, mentre elenca al padre i contatti con Sapone e con il proprio avvocato, contenuti probabilmente in un tabulato: «Io te l’ho stampato solo... perché se loro vogliono sapere di Sapone... qua hanno le tre chiamate». Il genitore replica: «No, non faccio niente… questa è una cosa che non so se serve». Ma il figlio insiste: «Fagliela vedere… poi… rompevano i maroni sulle varie cose, noi sapevamo prima le cose. Loro hanno detto perché avete […] l’archiviazione a febbraio se c’è stata a marzo?».
Resta la domanda delle 100 pistole: ma perché, solo pochi mesi fa, i Sempio erano pronti a consegnare ai magistrati la testa dell’uomo che gli aveva offerto protezione e che gli avrebbe passato notizie di prima mano sull’inchiesta? Si tratta dell’ennesima domanda, per ora, senza risposta.
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La Schlein si lamenta perché «6 milioni di cittadini non riescono a curarsi nella sanità pubblica». Invece di proporre soluzioni, specie nelle regioni a guida Pd, spinge per un presunto diritto non previsto nella Costituzione e che interessa qualche centinaio di persone.
«Ci sono 6 milioni di italiani che non riescono a curarsi nella sanità pubblica». Lo ha detto Elly Schlein nell’intervista di ieri al Corriere della Sera. E dopo aver giurato che, quando nel 2027 sarà eletta presidente del Consiglio, penserà lei a risolvere il problema, la segretaria del Pd si dedica al suicidio assistito. Non so se il disegno di legge patrocinato dal Partito democratico faccia parte di una qualche strategia per ridurre le liste d’attesa, sta di fatto che di proposte concrete della sinistra, per consentire a 6 milioni di italiani di curarsi con la sanità pubblica, al momento non se ne vedono. Mentre si vede benissimo che l’opposizione vuole far approvare una legge che estenda la possibilità di togliersi la vita con l’aiuto dello Stato. Al momento, approfittando di una sentenza della Corte costituzionale che ha creato un vuoto normativo, alcune Regioni già consentono di ricevere assistenza per suicidarsi. Ma la sinistra vorrebbe che questa pratica divenisse legge nazionale e che dunque tutte, senza alcun distinguo sulle condizioni del paziente, fossero obbligate a somministrare quella che un po’ ipocritamente qualcuno chiama «la dolce morte».
Si tratta di una battaglia che i radicali portano avanti da anni e di cui l’associazione Luca Coscioni si è fatta portabandiera. Un suo esponente, l’ex eurodeputato Marco Cappato, per evidenziare l’arretratezza della legislazione italiana ha anche accompagnato in Svizzera, nel viaggio verso la fine, un uomo tetraplegico. Per questo il Comune di Milano lo ha insignito dell’Ambrogino d’oro, onorificenza concessa a personalità che per impegno civico, sociale, culturale o scientifico hanno contribuito a rendere migliore la città. Non si sa come Cappato, aiutando un uomo a suicidarsi, abbia potuto rendere migliore la metropoli lombarda, ma a sinistra - che a Milano è maggioranza - probabilmente non si fanno queste domande o, forse, ritengono che contribuire al decesso di una persona che intenda togliersi la vita sia un passo verso la civiltà. Sta di fatto che il Pd ha sposato la battaglia dei radicali e vuole che il suicidio assistito sia passato dalla mutua, come gli antibiotici, il vaccino e la pastiglia per la pressione.
Lo ha chiarito bene Francesco Boccia, capogruppo del Partito democratico in Senato, dove il 3 giugno si voterà sulla materia. Per lui e per la sua parte politica la «dolce morte» deve essere a cura del Servizio sanitario nazionale, ovvero se ne deve fare carico il contribuente, con l’istituzione di apposite sale all’interno degli ospedali. Immaginate un po’ come dovrebbero essere organizzate le corsie: se si gira a destra si va verso il reparto di neonatologia, mentre a sinistra si finisce in quello di tanatologia, dove si somministra il veleno che deve porre fine a una vita. Tutto ciò all’insegna della civiltà, dove chiunque intenda porre fine alla propria esistenza non ha che da fare domanda e sottoporsi a visita medica, per poi essere instradato verso la sala dell’addio.
È una battaglia in difesa dei diritti, spiegano a sinistra. Sarà, ma l’opposizione è specialista nel fare campagne per le minoranze ignorando le maggioranze. Ci sono, come dice Schlein, 6 milioni di italiani che fanno la fila per curarsi e magari aspettano anni per sottoporsi a un esame o a un intervento? Invece di occuparsene, l’argomento è rinviato a quando la compagna segretaria sarà a Palazzo Chigi. In pratica, al posto di occuparsi del diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, la sinistra si agita per garantire il diritto alla morte, che nella Carta non trova alcun cenno nonostante i giudici della legge dicano il contrario. Il suicidio assistito, invece che 6 milioni di italiani, come dice Elly, riguarda poche centinaia se non decine di persone? Non importa: il Parlamento ha l’obbligo di occuparsene, perché - come sostiene Ilaria Cucchi di Alleanza Verdi e Sinistra - «il Paese ha bisogno di una legge sul fine vita che garantisca uguali diritti a tutti i cittadini e a tutte le cittadine». E di qualche misura che assicuri assistenza sanitaria a chiunque, quando ne parlerà? Quando saremo al governo, è la risposta. Come spiega la segretaria del Pd, «abbiamo tutto in testa e la sanità è al primo posto». C’è da preoccuparsi.
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