Affari, petrolio e piani di conquista. Putin vola in Cina per l’asse anti Usa
Vladimir Putin e Xi Jinping (Ansa)
  • Il leader del Cremlino sarà ospite di Xi Jinping per commemorare i 75 anni di amicizia tra Mosca e Pechino. Al centro del summit gli scambi commerciali e la gestione del conflitto ucraino (con un occhio a Taiwan).
  • La Casa Bianca teme un’offensiva a tutto campo di Israele dopo i combattimenti porta a porta a Rafah. Distrutte cellule terroristiche. Si allontana il cessate il fuoco.

Lo speciale contiene due articoli.

Vladimir Putin sarà in Cina domani e dopodomani: a confermarlo è stato il Cremlino. In particolare, secondo Reuters, il presidente russo parteciperà con Xi Jinping a una serata di gala, organizzata per celebrare i 75 anni da quando l’Unione Sovietica riconobbe la Repubblica popolare cinese, istituita da Mao Zedong nel 1949. Si tratta di un’occasione simbolica con cui Mosca e Pechino puntano a rinsaldare il proprio asse in funzione principalmente antiamericana.

Nonostante Washington e Bruxelles continuino a pressare il Dragone per spingerlo a mollare Putin, il legame tra Russia e Cina si è man mano fatto più stretto. Non dimentichiamo d’altronde che, appena pochi giorni prima dell’invasione della stessa Ucraina, Xi e Putin annunciarono l’avvio di una «partnership senza limiti». Senza poi trascurare che finora la Repubblica popolare si è ben guardata dal condannare l’aggressione russa a Kiev. È quindi in questo quadro che va letta l’imminente visita cinese dello Zar.

In primis, Mosca e Pechino hanno rafforzato i loro legami economici dopo l’avvio dell’invasione. Nel 2023, gli scambi commerciali tra Russia e Cina hanno raggiunto i 240 miliardi di dollari, determinando un incremento del 26% rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2023, Mosca ha aumentato del 24% la propria fornitura di petrolio a Pechino rispetto al 2022. È chiaro che, grazie alla sponda cinese, il Cremlino è stato in grado di ridurre la pressione delle sanzioni occidentali. In secondo luogo, Cina e Russia hanno rafforzato i legami anche nel settore della difesa. A lanciare l’allarme in tal senso è stata la rivista Foreign Policy lo scorso 30 aprile. «Per anni restia a fornire a Pechino tecnologia militare e aerospaziale avanzata, Mosca sta ora aprendo il caveau, fornendo sistemi avanzati di difesa aerea e, secondo quanto riferito, parte della tecnologia avanzata utilizzata nei nuovi e silenziosi sottomarini cinesi», ha riportato la testata.

Un terzo fattore coesivo è rappresentato dalla crisi mediorientale. Sia Mosca che Pechino intrattengono stretti legami con l’Iran. Nel 2022, Gazprom ha siglato un accordo con Teheran da 40 miliardi di dollari, mentre l’anno prima Pechino aveva firmato un patto di cooperazione venticinquennale con gli ayatollah. Inoltre, il regime khomeinista fornisce a Mosca dei droni che vengono poi utilizzati contro l’Ucraina. Un quarto elemento da sottolineare è la strategia di Russia e Cina volta a ostacolare le relazioni transatlantiche, facendo leva soprattutto sulla Francia, che sta ormai diventando sempre più il ventre molle dell’Ue. Xi è di recente andato in visita a Parigi, dove ha ulteriormente rafforzato i legami con Emmanuel Macron. Un Macron che, nonostante si sia ultimamente riscoperto falco anti russo, ha mandato un proprio rappresentante all’ultimo insediamento di Putin e, soprattutto, continua a mantenere significativi rapporti con Mosca nel settore dell’energia nucleare. Indubbiamente anche l’Ungheria vanta delle relazioni strette con Pechino e Mosca.

Tuttavia il caso più preoccupante resta quello francese, visto il peso politico di Parigi in seno all’Ue: un peso oggettivamente assai maggiore rispetto a quello di Budapest.

Certo, c’è chi ancora oggi dice che la Cina non avrebbe interesse a un prolungamento della crisi ucraina, in quanto maggiormente orientata a interessi di business. È su questa convinzione che si basano le pressioni di Joe Biden e di Bruxelles per convincere Xi a isolare Mosca nel quadro della guerra in Ucraina. Peccato però che si tratti di una pia illusione. In quanto potenziale egemone, la Cina ragiona sempre più in termini di politica di potenza. Da questo punto di vista, la crisi ucraina le consente di conseguire vari obiettivi senza doversi esporre in prima persona. Pechino punta ad allargare le crepe nelle relazioni transatlantiche e ha tutto l’interesse a veder traballare l’ordine internazionale americanocentrico emerso dopo la fine della Guerra Fredda. Non solo. Xi mira anche a rendere Putin sempre di più il proprio junior partner, ribaltando così i rapporti di forza che caratterizzarono la relazione tra Stalin e Mao nei primi anni ‘50.

Dall’altra parte, lo Zar userà prevedibilmente il viaggio cinese anche per distogliere l’attenzione internazionale dai suoi rimpasti in politica interna. Putin ha appena sostituito Sergej Shoigu con Andrei Belousov (un economista, non un militare) alla guida del ministero della Difesa, nominando lo stesso Shoigu segretario del Consiglio di sicurezza russo. Dal canto suo, l’ex segretario, Nikolai Patrushev, è stato designato consigliere del presidente russo, mentre il figlio dello stesso Patrushev, Dmitry, si è visto promuovere a vicepremier. Secondo alcuni analisti ascoltati da Voice of America, questo rimpasto indicherebbe che, per Putin, la guerra in Ucraina si prospetta come ancora lunga. Se ciò fosse confermato, significherebbe che assai difficilmente lo zar cambierà atteggiamento sulla crisi ucraina dopo il suo imminente viaggio in Cina. Tra l’altro, secondo il Financial Times, proprio Belousov avrebbe «profondi legami con la leadership cinese».

Il vero nodo risiede nella crisi della deterrenza americana provocata dall’amministrazione Biden. Il disastroso ritiro dall’Afghanistan del 2021 ha aperto infatti il vaso di Pandora, spingendo le potenze revisioniste a farsi più baldanzose. Fu dopo la caduta di Kabul che Putin intensificò l’ammassamento di truppe ai confini ucraini. E fu sempre dopo quell’evento che Xi iniziò a violare lo spazio aereo taiwanese con i propri caccia. Ecco, il rafforzamento dell’asse sino-russo è una diretta conseguenza della crisi della deterrenza americana, mentre l’attuale Casa Bianca continua a perdere terreno in Medio Oriente, America Latina e Africa a vantaggio proprio di Mosca e Pechino. Questo poi non vuol dire che nei rapporti sino-russi sia tutto rose e fiori: basta pensare alla rivalità nell’Artico.

Significa semmai che i cortocircuiti di Biden hanno indebolito l’Occidente. E che Putin e Xi sperano assai probabilmente in una sua vittoria elettorale a novembre.


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