«In fondo è un compagno che sbaglia». Così viene considerato Giuseppe Conte dalle due sinistre radicali del momento, quella postmarxista e quella cattolica, e il giustificazionismo non passa inosservato. «Finirà che lo faremo risorgere, come Lazzaro», butta lì un vecchio bucaniere della sinistra lombarda. La scossa tellurica che ha percorso il parlamento è arrivata fino al Nazareno, dove è in atto una sotterranea, curiale resa dei conti. Il Pd di Enrico Letta ha un pregio: la dote del silenzio. I panni sporchi si lavano in famiglia e dietro il ko di Mario Draghi di lavatrici in funzione ce ne sono parecchie.
Il confronto più serrato è fra gli ex renziani e gli ex comunisti zingarettiani. I primi intonano il De Profundis all’alleanza con i pentastellati. Il ministro Lorenzo Guerini e il coordinatore di Base riformista, Alessandro Alfieri, si identificano nelle parole di fuoco del senatore Andrea Marcucci: «Credo di essere stato uno dei pochissimi dirigenti del Pd a non pensare e a non dire mai “O Conte o morte”. Il leader grillino non poteva mai essere un punto di riferimento per i progressisti». Il riferimento all’investitura infelice fatta da Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini è palese. I secondi invece approvano i distinguo di Peppe Provenzano e Francesco Boccia, che hanno sempre attribuito a Conte un ruolo strategico nel campo gauchiste. Boccia agli amici: «Non possiamo perderlo per strada, è stato un alleato serio e affidabile. Possiamo dividerci su alcuni temi, ma abbiamo una visione comune di società alternativa alla destra».
Oggi la sinistra piddina sottoscriverebbe la dichiarazione di Vasco Errani, ex governatore dell’Emilia Romagna passato a Leu: «Capisco il disagio dei 5 stelle, capisco che ci siano stati attacchi anche strumentali contro il movimento. Non partecipare al voto è stata una scelta sbagliata ma se vogliamo essere intellettualmente onesti dobbiamo dire che in questa situazione la responsabilità non sta solo da una parte». C’è chi ha già messo a cuocere il vitello grasso per la felicità del santone del partito, il presidente Sergio Mattarella.
In mezzo c’è Letta, che in queste ore si muove con circospezione da sacrestia. Ammette che «certe scelte di rottura condizionano le alleanze». Ma nei discorsi attorno alla crisi di governo non cita mai Conte, come se evocarlo significasse bruciarlo definitivamente. Così sottolinea: «Dobbiamo lavorare affinché il parlamento confermi la fiducia a Draghi». Traduzione per il popolo di sinistra: bisogna convincere Conte a fare un altro salto della quaglia per riammetterlo nel campo largo, che in questi giorni si è trasformato in un camposanto. L’obiettivo finale del Nazareno sarebbe un capolavoro di ipocrisia democristiana: far convivere sotto l’ombrello piddino il Movimento 5 stelle e Insieme per il futuro del transfuga Luigi Di Maio.
Il più potente sponsor dell’alleanza con i pentastellati, Bettini, è scomparso dai radar. I bene informati dicono che sia impegnato a scavare la fossa al sindaco Roberto Gualtieri (non si sono mai presi, e i voti a Roma li controlla Bettini) ma non ha perso un frame della spallata contiana e non l’ha neppure criticata. Del resto alla sinistra-sinistra Draghi non può piacere. Nel giorno della fiducia anche una parte di Leu si è sfilata nel disinteresse generale. La storica senatrice Loredana De Petris non ha partecipato al voto creando una contraddizione non da poco: ha negato la fiducia al governo del suo ministro Roberto Speranza (Leu), condividendo il pensiero di gran parte degli italiani.
Così il Pd è diviso in due, anzi in tre perché nei momenti di crisi prende sempre corpo l’emendamento Franceschini. «Giudario», come viene soprannominato dai maligni, non ha mai amato Conte (troppo inaffidabile) ma non è neppure entrato in sintonia con Draghi. Da ministro della Cultura si è scontrato più volte con Palazzo Chigi in Cdm; l’arroccamento attribuito agli uffici sulle autorizzazioni ambientali per far partire i cantieri della transizione ambientale (quindi energetica) in realtà era ideologicamente suo. Potendo scegliere butterebbe a mare entrambi, ma il leader dei cattodem non farà mai uno sgarbo a Mattarella.
Così il Pd vive con il mal di pancia i giorni dell’attesa. Lo showdown draghiano ha fatto riemergere divergenze, dissidi, ambiguità strategiche, sintetizzate alla perfezione dal battibecco fra i ministri Roberto Cingolani e Andrea Orlando. Al secondo che chiedeva a Draghi «di ripensarci», il primo ha replicato: «Tu hai fatto il gioco di Conte». Non è un mistero che il ministro del Lavoro (sinistra Pd) sia uno sponsor grillino della prima ora. L’unico sorriso a ovest di Paperino lo ha strappato Stefano Bonaccini con un tweet surreale: «Se metti a rischio il governo nel mezzo di una pandemia energetica sei semplicemente un irresponsabile». Pandemia energetica. Al Covid a gas non aveva mai pensato neppure Speranza.
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