L’Ursula di lotta e governo irrita l’Ue
Ursula von der Leyen (Ansa)
Malumori crescenti a Bruxelles per la spregiudicatezza della Von der Leyen, che agisce al tempo stesso come presidente della Commissione e come candidata alla riconferma.

Mentre in Italia siamo intenti da giorni a guardare il nostro ombelico – con pagine di giornali su un’elezione locale che ha riguardato il 3,5% del corpo elettorale nazionale, oppure discettando di manganelli e «mattarelli» – in Europa e nel mondo avvengono fatti e vengono prese decisioni che impatteranno così tanto sulla politica e sull’economia nazionale, da rendere praticamente irrilevante qualsiasi volontà del nostro governo e del nostro Parlamento.

Ci riferiamo a quanto sta accadendo ormai da alcune settimane intorno alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Un ruolo chiave, soprattutto per il prossimo quinquennio. Da lunedì 19 febbraio, la von der Leyen è ufficialmente la candidata del Partito popolare europeo e, da ben prima, sta dominando la scena su numerosi scottanti dossier. Ma la domanda che in tanti si fanno è: quando parla lo fa da candidato alla presidenza o da presidente? Al punto – come riportato da Politico.eu – da far dichiarare al tedesco Martin Scholz che oggi quei due ruoli sono incompatibili e dovrebbe dare le dimissioni. Fu proprio lui a volere, nel 2014, che fosse adottato il metodo dello Spitzenkandidat. Metodo che vuole che il presidente della Commissione indicato dal Consiglio europeo e sottoposto al voto dell’Europarlamento, sia una persona indicata dal partito maggiormente suffragato alle elezioni. Una modalità che, secondo Scholz, avrebbe consentito di ammantare questa nomina di una, sia pur minima, parvenza di democrazia. Ma proprio nel 2019 questo metodo fu disapplicato e la von der Leyen spuntò come un coniglio dal cilindro, come esito di un accordo tra Angela Merkel e Emanuel Macron per superare lo stallo tra il popolare Manfred Weber e il socialista Frans Timmermans.

È doveroso ricordare che la Commissione europea è guidata dal suo presidente e dai 26 commissari, uno per Paese. Il presidente viene proposto e candidato dal Consiglio europeo (capi di Stato o di governo dell’Ue) al Parlamento. Il Parlamento deve approvare il nuovo presidente della Commissione a maggioranza assoluta (la metà più uno di tutti i deputati). Una volta approvato, il Consiglio europeo nomina ufficialmente il nuovo presidente. Se il candidato non ottiene l’approvazione del Parlamento europeo, il Consiglio europeo deve proporre un nuovo candidato entro un mese. Una volta eletto, il presidente eletto assegna i portafogli politici ai commissari candidati, uno per ciascun paese dell’Ue. E qui il gioco diventa decisivo. È infatti evidente che ci sono portafogli di smisurata importanza, come gli affari economici, il mercato interno e la concorrenza, la cui guida significa esercitare un potere spesso superiore a quello di un capo di governo. Quest’ultimo nulla può di fronte ad un regolamento con immediata efficacia di legge che piomba da Bruxelles, o a una direttiva che comunque, nel suo recepimento da parte del legislatore nazionale, non può essere granché modificata.

La Von der Leyen ha ritenuto di poter gestire questa situazione adottando delle regole per disciplinare ciò che il presidente può fare o non può fare durante questa campagna elettorale «di fatto». C’è un piccolo problema, quelle regole se le è scritte da sola.

Ed i malumori non mancano. Da alcuni giorni, il sito Politico.eu – definibile il bollettino ufficioso di Bruxelles, non certo tacciabile di gossip – li raccoglie sotto garanzia di assoluto anonimato.

La Von der Leyen è accusata di eccesso di potere e mania di protagonismo. Da quando è candidata, ha fatto rapidamente marcia indietro sui dossier green più politicamente divisivi, deviando a favore dei temi della difesa e delle armi. Una captatio benevolentiae nemmeno tanto mascherata. Ha anche curato in modo particolare i rapporti con le lobby industriali tedesche e francesi, con una frequenza di incontri nettamente superiore a quella degli altri Commissari e del suo predecessore Jean-Claude Juncker.

Ha inoltre sbandato vistosamente sui tempi di adesione dell’Ucraina alla Ue, prima affermando che se ne sarebbe parlato a giugno e poi, ritornando all’ipotesi di marzo.

Da ultimo, lo scorso 28 febbraio, durante la sessione plenaria del Parlamento Ue, ha sottolineato che «è tempo di avviare una conversazione sull’utilizzo degli extraprofitti degli asset russi congelati per acquistare congiuntamente attrezzature militari per l’Ucraina. Non potrebbe esserci simbolo più grande e utilizzo migliore di quel denaro per rendere l’Ucraina e tutta l’Europa un posto più sicuro in cui vivere».

Offrendo ufficialità ad un’ipotesi che è allo studio da tempo ma che – come da ultimo affermato dal ministro Francese Bruno Le Maire al G20 dei ministri finanziari in Brasile – «attualmente non ci sono le basi legali per sequestrare gli asset russi congelati in Occidente, che valgono 200 miliardi di euro. Dobbiamo lavorare ancora e muoverci nel quadro della legge internazionale e dello stato di diritto».

È pur vero che la Von der Leyen ha parlato di «extraprofitti» e non del capitale sequestrato, ma ciò peggiora le cose, evidenziando un protagonismo fuori luogo. Perché la vera partita si gioca sul capitale e non su meno di 10 miliardi di interessi maturati.

Nel frattempo, nessun commissario riesce a tenerle testa perché, se qualcuno si azzardasse a parlare, finirebbe a occuparsi di dossier minori nella prossima Commissione. Sempre che sia lei ad essere votata dall’Europarlamento, la cui composizione si preannuncia, ora come non mai, decisiva.

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