Lo diciamo subito, così sgombriamo il campo dalla questione principale, che prescinde dalle posizioni politiche e dalle questioni di principio. Nessuna persona di buon senso può augurarsi che Mario Draghi fallisca. Per quanto qualcuno possa nutrire diffidenza nei confronti di un banchiere, per di più centrale e dunque abituato a confrontarsi con le politiche monetarie sovranazionali e non con i problemi spicci della gente, non si può sperare che il suo tentativo di concludere la legislatura con un governo di unità nazionale finisca male. L’esperimento voluto da Sergio Mattarella può non piacere, ma se si concludesse nel peggiore dei modi, ossia senza rispondere con adeguate misure all’emergenza sanitaria ed economica in cui si dibatte il Paese, i primi a farne le spese sarebbero gli italiani. Dunque, per parte nostra, pur continuando a preferire le elezioni agli esecutivi non voluti dal popolo, confidiamo nel fatto che l’ex governatore faccia bene, anche se la squadra che si è scelto per affrontare le sfide del Covid e della crisi economica non ci sembra la più affidabile, soprattutto perché a farne parte sono stati chiamati alcuni esponenti del precedente governo, i quali non hanno certo dato grande prova negli ultimi diciotto mesi.
Ciò detto, andiamo al sodo, cioè al discorso con cui il nuovo presidente del Consiglio ha chiesto la fiducia al Senato della Repubblica. In tre quarti d’ora Draghi ha messo in fila tanti bei propositi, ma senza dire nulla di particolarmente impegnativo. Parlare dei giovani, del debito che la nostra generazione ha nei loro confronti, del bisogno di far fronte alla pandemia con un piano vaccinale tempestivo, della necessità di rendere più efficiente la pubblica amministrazione, la scuola e la giustizia civile, è a dir poco scontato. A nessuno, neanche al più scalmanato grillino, verrebbe di dire il contrario. E sull’ambiente, sulla sostenibilità della produzione, chi potrebbe dichiararsi contrario? Il premier, in pratica, si è presentato a Palazzo Madama con un programma che il Parlamento non può respingere, tanto le questioni poste all’attenzione delle Camere sono da considerare di buon senso. Tuttavia, Draghi si è ben guardato dallo specificare come lui e il suo governo abbiano intenzione di realizzare ciò che promettono. Forse è scontato che in un discorso di insediamento non si forniscano i dettagli dei provvedimenti che si ha in animo di adottare. Certo che se qualche specifica fosse stata fornita, tutti si sarebbero fatti un’idea più precisa di ciò che Draghi intende fare. Ovvero di come egli pensi di snellire la pubblica amministrazione, di rendere più veloce la giustizia, di risolvere il grande tema dell’immigrazione.
Il presidente del Consiglio, tuttavia, non è stato totalmente vago e generico durante il suo intervento. Quando ha voluto, qualche messaggio lo ha lanciato e abbastanza chiaro. Tanto per dire, a proposito dei vaccini, pur senza evocare il nome di Domenico Arcuri né criticandone l’operato, Draghi ha archiviato senza troppi giri di parole la storia delle primule, ovvero dei tendoni disegnati dall’archistar Stefano Boeri per il piano vaccinale, e ha aggiunto che per raggiungere l’obiettivo di immunizzare gli italiani, con l’aiuto dell’esercito, della protezione civile e dei volontari, si ricorrerà a ogni struttura, pubblica e privata che sia, come, con ritardo, si è fatto con i tamponi. Una sconfessione bella e buona della linea Arcuri, che invece avrebbe voluto soprintendere da solo alla campagna vaccinale.
Sul blocco dei licenziamenti, tema caro alla sinistra, finanziato a spese delle aziende, non ha preso alcun impegno, ma ha fatto intendere che il provvedimento, adottato solo dall’Italia e da nessun altro Paese europeo, è a scadenza e prima o poi sarà revocato. Sul fisco, invece, Draghi non ha mostrato margini di incertezza e, riferendo l’esperienza danese e quella italiana di quarant’anni fa con Bruno Visentini, ha lasciato capire che le aliquote vanno ridotte, sia quella più alta che quella più bassa, elevando la fascia di esenzione.
C’è un altro tema su cui l’ex governatore non ha usato mezze parole e riguarda la scelta di campo internazionale. Per il presidente del Consiglio, all’Europa non ci sono alternative e neppure all’euro e fin qui avremmo potuto scommetterci, anche perché un ex presidente della Bce non può certo dire il contrario, fosse solo per la necessità di dover tranquillizzare i mercati. Draghi però è andato oltre, descrivendo come irreversibile la scelta di campo atlantica. In pratica, stiamo con l’America, non con la Cina (ma neanche con la Russia), e così si conclude il lungo flirt con Pechino iniziato con l’avvento dei grillini, che per ragioni oscure negli ultimi tempi preferivano strizzare l’occhio a Xi Jinping piuttosto che a Donald Trump.
Nel discorso c’è stato il tempo anche per parlare di scuola, con un giudizio non proprio positivo di quel che è stato fatto nell’ultimo anno e un proposito di estensione dell’anno scolastico che sicuramente non piacerà alla Cgil e ai compagni, che del precedente ministro sono stati fino a ieri i principali suggeritori e sostenitori della didattica a distanza.
Nel complesso, sulle cose in cui è stato chiaro (e non sono state molte), Draghi ha fatto un discorso più moderato che di sinistra, senza fare troppe concessioni a Leu e al Pd neppure su temi ideologici come quello dell’immigrazione e dei porti aperti all’invasione.
Naturalmente, il programma dovrà essere misurato dalla prossima settimana, perché le parole spesso si scontrano con la realtà, con le maggioranze parlamentari e con i legami europei, e questo governo non potrà sfuggire alla regola. Per parte nostra, ci limiteremo a raccontare i fatti come sempre facciamo, senza pregiudizi e senza timori di alcun genere, in particolare non avendo paura di dispiacere a qualcuno. L’ex governatore per noi non è il Diavolo, come pensano e non dicono molti compagni, ma non è neppure il Messia, come invece non pensano ma già scrivono molti giornali. Ciò che è, e soprattutto ciò che vuole fare, lo capiremo presto. E speriamo che serva all’Italia.
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