Non si arrestano i disastri della politica mediorientale di Joe Biden. Secondo il Wall Street Journal, l’Arabia Saudita e la Siria starebbero trattando per ripristinare, tramite la mediazione della Russia, i loro rapporti diplomatici: rapporti che si erano interrotti nel 2012, a seguito dello scoppio della guerra civile siriana. La notizia di questa distensione è stata accolta positivamente da Pechino, che aveva a sua volta mediato il disgelo diplomatico, registratosi due settimane fa, tra Riad e Teheran.
Insomma, quello che va delineandosi è un quadro preoccupante, che mostra come gli Usa – e più in generale l’Occidente – stiano perdendo progressivamente terreno in termini di influenza sul Medio Oriente. Siria e Iran risultano i principali alleati regionali di Mosca: in particolare, Teheran fornisce al Cremlino droni contro Kiev e, a luglio, Gazprom ha siglato con la Repubblica islamica un’intesa da 40 miliardi di dollari nel settore energetico. Era inoltre marzo 2021, quando Pechino ha firmato col regime degli ayatollah un accordo di cooperazione venticinquennale. L’Iran ha tra l’altro recentemente partecipato a esercitazioni militari congiunte con Russia e Cina nel golfo di Oman, mentre il governo di Bashar al Assad è a sua volta spalleggiato dal Cremlino e può contare su solidi legami con Teheran. Senza dimenticare che, a gennaio dell’anno scorso, Damasco ha siglato un memorandum d’intesa per accedere alla Belt and Road Initiative. Dal canto suo, l’Arabia Saudita, un tempo molto vicina agli Usa, si è sempre più avvicinata a Russia e Cina. Non solo. Appena pochi giorni fa, Assad si è recato in visita negli Emirati arabi uniti, che di Riad risultano un ferreo alleato. Era invece l’altro ieri, quando Vladimir Putin ha avuto una telefonata con il sultano dell’Oman, Haytham bin Tariq Al Said, per parlare del rafforzamento dei legami economici: si è trattato del primo colloquio di questo tipo dall’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Russia e Oman.
Che cosa sta succedendo? Succede che i nodi della fallimentare politica mediorientale di Biden stanno purtroppo venendo al pettine. Nei primi mesi di presidenza, l’inquilino della Casa Bianca scelse di tenere una linea severissima con i sauditi, cercando al contempo di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran. Risultato: Biden ha isolato Israele e spinto Riad tra le braccia di cinesi e russi, rafforzando indirettamente il regime degli ayatollah. Una situazione antitetica a quella dei tempi di Donald Trump: l’allora presidente repubblicano aveva creato un asse di ferro con Riad e Gerusalemme, per mettere Teheran con le spalle al muro e costringerla a rinegoziare radicalmente l’accordo sul nucleare da una posizione di netta debolezza. Non è un caso che le relazioni tra Biden e lo Stato ebraico si siano rivelate tese sia con la premiership di Benjamin Netanyahu sia con quella di Yair Lapid. Discorso analogo vale per le relazioni con i sauditi, i quali stanno cercando di mettere Biden all’angolo, giocando sempre più di sponda con Mosca e Pechino. Un Biden che non ha ancora chiuso del tutto all’eventualità di rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano: accordo, ricordiamolo, storicamente sostenuto dai russi. Questo ovviamente non vuol dire che tra Washington e Teheran i rapporti siano idilliaci (gli Usa hanno appena bombardato in Siria strutture affiliate alle Guardie della rivoluzione, dopo che un contractor americano era rimasto ucciso in loco a causa dell’attacco di un drone iraniano). Eppure, nonostante tensioni e trattative in stallo, una chiusura definitiva al rilancio dell’intesa sul nucleare da Biden non è ancora arrivata.
Il presidente americano sta quindi portando l’Occidente a contare sempre meno in Medio Oriente. E adesso il problema rischia di aggravarsi anche per l’Ue. La situazione umanitaria in Siria è catastrofica, mentre la forte instabilità favorisce i flussi migratori. Era del resto l’autunno del 2021, quando la Russia orchestrò una crisi migratoria per mettere sotto pressione la frontiera polacca. Non è quindi escludibile che Mosca possa sfruttare l’aumento dell’influenza sulla Siria per usare i flussi come strumento di pressione sul Vecchio continente. Anche a causa di Biden, l’Ue potrebbe ritrovarsi in un vicolo cieco. In un quadro così compromesso, i corridoi umanitari rischiano di presentare un’utilità ridotta e la soluzione difficilmente potrà essere quella di dare altri soldi alla Turchia per trattenere sul proprio territorio i rifugiati siriani (sulla scia del controverso accordo siglato nel 2016 tra Ankara e Bruxelles). Primo: Recep Tayyip Erdogan ha più volte usato la minaccia migratoria come strumento di pressione sull’Ue. Secondo: al momento la Turchia ospita 3,6 milioni di rifugiati siriani e la situazione è molto difficile dal punto di vista socioeconomico. Il presidente turco, che deve affrontare a breve una campagna per la rielezione, potrebbe quindi mutare la sua attuale politica migratoria.
Terzo: nonostante le storiche divergenze sul dossier siriano, le relazioni tra Erdogan e Putin sono oggi tutt’altro che rigide. Quarto: la Russia sta da mesi cercando di mediare, per favorire una distensione tra Ankara e Damasco. La risposta occidentale a tutto questo, oltre che umanitaria, dovrebbe essere geopolitica. Ma all’Ue è proprio la dimensione geopolitica che continua drammaticamente a mancare. E intanto oggi, con Biden, gli Usa difettano purtroppo di una leadership adeguata. Un fattore, questo, che sta favorendo gli avversari dell’Occidente.
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