Mentre gli attacchi dei ribelli Houthi, informati e armati dall’Iran, alle navi mercantili vengono fatti con ordigni, missili e droni, dal costo unitario che varia da 120.000 a 250.000 euro, le armi occidentali hanno un valore enormemente più alto e tempi di produzione e consegna più lunghi.
Rischia di costare parecchio denaro la missione militare internazionale Prosperity Guardian organizzata dagli Usa con il sostegno di altre dieci nazioni e i partecipanti alla missione europea Eunavfor Atalanta 2024, tra le quali l’Italia con la fregata Virginio Fasan. Mentre gli attacchi dei ribelli Houthi, informati e armati dall’Iran, alle navi mercantili che transitano nel Mar Rosso vengono fatti con ordigni, missili e droni, dal costo unitario che varia da 120.000 a 250.000 euro, disponibili negli arsenali della Repubblica Islamica, le armi occidentali hanno un valore enormemente più alto e tempi di produzione e consegna che faticano ancora a ristabilire le scorte americane e della Nato dopo lo sforzo per armare l’Ucraina. Non si tratta dello stesso tipo di armi date a Kiev, ma di molte delle componenti nobili come l’elettronica, comune a più sistemi. Anche per questo motivo al confine dello spazio aereo yemenita, non lontano dallo stretto di Bāb el-Mandeb, hanno cominciato a volare gli F/A-18 della portaerei Heisenhower, armati con bombe e missili. Il costo occidentale per neutralizzare droni e missili Huthi varia a seconda del numero e della posizione degli ordigni da intercettare, ma soprattutto della distanza dalle navi alla quale vengono colpiti e abbattuti. Entro i due chilometri dalle navi militari vengono attivati cannoni a tiro rapido (a più canne rotanti, come il Gatling Phalanx da 20mm), molto efficaci contro i droni perché relativamente lenti, ma questo presuppone che le unità scortino i mercantili, ovvero i potenziali bersagli, a una distanza ridotta, interponendosi per creare una barriera di fuoco che neutralizzi le minacce. Logica vuole che questa minima distanza riduca il tempo utile per captare la presenza del missile o del drone, puntarlo e sparare, imponendo un’azione molto rapida e precisa, aumentando il rischio di lasciar passare qualche «effettore», il termine tecnico usato per indicare il proiettile.

Questo metodo è spesso combinato con l’emissione di radiodisturbi che hanno lo scopo di «accecare» i sistemi di controllo dei missili e dei droni, ma anche in questo caso la distanza non può andare oltre qualche miglio, oltre al quale il campo elettromagnetico si attenua fino a divenire inefficace. L’alternativa, molto usata durante gli episodi recenti, è il lancio di missili intercettori Raitheon Sm-2 che però fanno salire il costo di un «colpo» a 2,5 milioni di dollari. E se a essere lanciato dagli Houthi è un missile dalle prestazioni più elevate, che viaggia a velocità prossime a quelle del suono, occorre il tipo Sm-6, un’arma più avanzata che può abbattere anche missili balistici fino nell’alta atmosfera e colpire altre navi con una portata fino a 370 chilometri, ma che ha lo svantaggio di costare più di 4 milioni di dollari per singola unità e avere tempi di produzione incompatibili con un uso continuo. Più economico, si fa per dire, è il lancio degli Evolved Sea Sparrow (Essm) in grado di colpire fino a 50 chilometri, dal costo di circa un milione di dollari a esemplare. Dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas gli Houthi hanno lanciato prevalentemente missili Tankil (da 500 chilometri massimi di gittata e 250 chili di esplosivo) e Asef (450 chilometri e 180 chili di testata).

Si tratta di sistemi riprogettati e costruiti in Iran con il nome di Raad-500 e Fateh-313, e su licenza cinese (serie DongFeng), a loro volta basati su soluzioni tecniche già presenti sui Kh-55 degli anni Settanta e Ottanta con tecnologia sovietica. Gli Houthi hanno anche razzi e missili a corto raggio; alcuni di essi, come il Falaq, ha una gittata di 140 chilometri ed è dotato di tecnologia antinave, mentre è noto nella capitale yemenita San’à sarebbero stati convertiti missili antiaerei Sa-2 dell’era della guerra dei Sei Giorni in missili superficie-superficie, dando vita al Qaher-2m e alla sua versione antinave, il Muhit. La loro traiettoria è balistica (parabolica) e la velocità di questi ultimi è ridotta rispetto ai moderni ordigni antinave, che raggiungono circa 6.000 chilometri orari. Non sono particolarmente precisi, hanno un margine di errore di circa 25-40 metri, parecchi per la larghezza di un moderno incrociatore (9-20 metri), ma pochi se puntati su una grande nave porta container.

Gli stessi sistemi dei tankil e degli Asef, ma dotati di motori a reazione (turbofan), sono stati trasformati da Teheran in missili da crociera con gittate fino a 2.500 chilometri per essere lanciati sia da velivoli, sia da rampe. Ma in queste versioni il loro costo inevitabilmente sale di un ordine di grandezza, e mentre le sanzioni internazionali rendono difficoltoso il reperimento di componenti, limitando quindi la produzione, l’Iran non può neppure rischiare che dandoli agli Houthi questi inneschino un allargamento del conflitto arrivando a bombardare il cuore di Israele. Viene quindi spontaneo chiedersi quale costo gli Stati Uniti siano disposti ad affrontare per proteggere la navigazione mercantile, che nel medio termine presenta soltanto due soluzioni: aumentare il numero delle unità navali, oppure sacrificare operatività per rifornirsi presso la base navale di Gibuti. L’unica alternativa sarebbe cominciare a colpire chi lancia i missili e i droni nello Yemen, ma questo vanificherebbe chi opera per terminare la guerra civile yemenita in corso dal 2015 – come Cina, Oman e seppur relativamente l’Arabia Saudita – ed esporrebbe le unità navali di altre nazioni che partecipano alla missione nel Mar Rosso a possibili attacchi di rappresaglia. Intanto, ieri gli Stati Uniti hanno affondato tre imbarcazioni Houthi nel Mar Rosso, uccidendo gli equipaggi.
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