- Sono il bancomat degli esecutivi, in 20 anni hanno perso il 30% di potere d’acquisto, aiutano i giovani disoccupati o precari. Eppure da Giuseppe Conte hanno avuto solo una mancia da 50 centesimi.
- Ti serve l’accompagno? Paga. Business sugli anziani invalidi. Le procedure per ottenere il sussidio sono state complicate, così i non autosufficienti sono costretti a rivolgersi a una miriade di «facilitatori». E spendono fino a 1.700 euro.
Lo speciale comprende due articoli.
«Neppure l’Avaro di Molière si accorgerebbe di quanto perdono le pensioni con la nostra rivalutazione all’inflazione, tanto modesto è l’importo». Basterebbero queste parole del premier Giuseppe Conte, per capire che aria tira per i pensionati. Sono il bancomat di qualsiasi governo, senza eccezioni, nemmeno da sinistra. Chi non ricorda il piano dell’ex ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, per tagliare le reversibilità, sventato dai sindacati?
Quando c’è un buco di bilancio, i pensionati sono una garanzia di gettito. Eppure le pensioni sono un potente ammortizzatore economico per i giovani precari e una risorsa per le donne che vogliono lavorare dopo la gravidanza e non possono pagare una baby sitter.
Nonostante questo ruolo strategico, i pensionati, anche quelli che percepiscono assegni intorno ai 1.500 euro lordi, sono considerati «privilegiati» da mungere. Come fanno credere certe campagne denigratorie che mettono in competizione anziani e lavoratori. È quello che è accaduto con le ultime rilevazioni Istat, comunicate in modo da generare l’equivoco, come denunciato dalla Fnp-Cisl, che le pensioni sono cresciute più degli stipendi. Di qui i titoloni di alcuni giornali. L’Istat sarebbe dovuta intervenire, chiarendo che l’incremento del 70% non si riferisce al valore nominale delle pensioni, ma è dovuto alla modifica della composizione dei beneficiari. E’ cresciuto il numero di coloro che hanno una storia contributiva più favorevole perché appartengono a un periodo storico in cui c’era maggior dinamismo salariale.
Ma è partita la «caccia al pensionato ricco», che forse vuole preparare il terreno per qualche altro «esproprio» ai danni della categoria.
Come se non ce ne fossero stati abbastanza. Vediamoli.
1 Il più pesante è la mancanza dell’adeguamento totale al costo della vita, la cosiddetta perequazione. Da 20 anni le indicizzazioni delle pensioni sono nel mirino, con l’unico scopo di produrre risparmi; in alcuni periodi le pensioni sono rimaste bloccate, mentre in altri, hanno subito differenti indicizzazioni che hanno tuttavia prodotto una riduzione non più recuperabile. Dal 2000, secondo le stime del sindacato Fnp-Cisl, c’è stata una perdita del potere d’acquisto di quasi il 30%. Secondo la Cgil pensionati, negli ultimi 7 anni, dal blocco della perequazione lo Stato ha risucchiato 44 miliardi.
Il centro studi Itinerari previdenziali ha calcolato che dal 2006 al 2019, il calo è stato di mezza annualità per gli importi fino a 5 volte il trattamento minimo e addirittura di un’intera annualità per quelli da 12 volte il minimo.
A chi a sinistra soffre di amnesie vale la pena di ricordare che la prima batosta ai pensionati l’ha data il governo Prodi, quando, nel 1997, azzerò la rivalutazione dei trattamenti superiori a 5 volte il minimo, cioè pari agli attuali 1.430 euro circa. L’azzeramento si è protratto con i governi D’Alema e Amato. Dopo una tregua negli anni 2001-2006 (governo Berlusconi), nel 2008, Prodi ha azzerato la rivalutazione delle pensioni oltre 8 volte il minimo; con il governo Berlusconi e fino al 2011, i pensionati hanno invece ricevuto la loro regolare rivalutazione sulla base della legge 388/2000. La situazione è precipitata con i successivi premier Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.
In particolare Monti, con la manovra Salva Italia, ha bloccato la perequazione nel 2012-2013 per i trattamenti superiori a 3 volte il minimo (riconoscendola perciò nel 2012 solo per quelle fino a 1.405,05 euro mensili, mentre nel 2013 solo per quelle fino ad 1.443 euro).
Da gennaio 2017 si sarebbe dovuta riapplicare la legge 388, ma sia Renzi sia Gentiloni hanno rinviato al 2019. Proprio quando l’Inps ha cominciato a pagare, Conte ha deciso di colpire i trattamenti superiori a 5 volte il minimo. L’Inps ha quindi dovuto chiedere il rimborso di quanto versato.
L’ultima parola l’ha scritta la legge di bilancio: rivalutazione, sì, ma di 53 centesimi lordi al mese per pensioni tra 3 e 4 volte il minimo. Una mancia.
2 Tra le misure a scapito dei pensionati, c’è il contributo di solidarietà, su cui si sono sbizzarriti diversi governi con la motivazione di colpire i nonni «ricchi e quindi privilegiati». Il prelievo adottato anche con la scorsa legge di bilancio, è a carico di assegni superiori a 100.000 euro. Non si considera che questi sono il risultato di pesanti contribuzioni lungo tutta la vita lavorativa. Non a caso la Corte costituzionale in passato ha accolto i ricorsi e bloccato il prelievo.
3 Anche nelle tasse sulla casa, i pensionati sono stati colpiti senza pietà. La Tari, l’imposta sui rifiuti, è calcolata in base alla superficie dell’immobile e ai componenti del nucleo familiare. Quindi penalizza quei pensionati che hanno ereditato un appartamento grande, dove vivono da soli. Per una casa di 100 metri quadri, a Roma, la tassa arriva fino a 280 euro. L’esenzione dall’Imu e dalla Tasi per coloro che sono ricoverati in una casa di riposo in via permanente è stata lasciata alla decisione dei singoli Comuni.
4 Sempre in tema di fisco, i pensionati hanno un’Irpef più pesante dei lavoratori dipendenti. Con la riduzione del cuneo fiscale, previsto dalla legge di bilancio 2020, un impiegato con 35.000 euro di reddito verserà 8.000 euro di Irpef, cioè il 23% del suo reddito, mentre un pensionato pagherà 8.972 euro, pari al 25%. Attualmente, a parte la no tax area, che è equiparata, le detrazioni dei pensionati sono inferiori rispetto a quelle di chi è in attività. Infatti, per un reddito di 15.000 euro, la differenza delle detrazioni tra le due categorie è di 270 euro l’anno, per poi ridursi in modo progressivo fino a 55.000 euro quando si azzerano.
5 I pensionati sono stati esclusi dal bonus Renzi di 80 euro, destinato ai lavoratori dipendenti, che è stato portato a 100 euro. Un lavoratore con un reddito fino a 12.500 euro, con il bonus da 100 euro si trova ad avere un’aliquota negativa che diventa zero a 12.509 euro. Se questa stessa cifra la dichiarasse un pensionato dovrebbe versare allo Stato 1.300 euro, pari al 10,73% del suo reddito. Da anni, la Fnp Cisl si sta spendendo per superare questa discriminazione.
6 Un’altra penalizzazione è sul ticket sanitario, dal quale sono esenti solo le pensioni minime (515 euro), quelle sociali (460 euro) e i redditi degli over 65 entro circa 36.000 euro. Va ricordato che nel calcolo del reddito rientra anche la prima casa. Spesso poi le coppie di anziani sono monoreddito. Quindi è esente una platea ristretta.
7 Infine, l’assegno di reversibilità. Ridurlo è sempre stata una grande tentazione. Ci riuscì, invero prima che arrivasse il governo tecnico di Monti, Lamberto Dini, che lo agganciò a tre fasce di reddito. La riforma è in vigore ancora oggi. La decurtazione è prevista per i superstiti con redditi almeno tre volte superiori al minimo pensionistico, cioè intorno ai 1.500 euro mensili. Il taglio è del 25% dell’importo della pensione se il reddito è oltre tre volte il minimo annuo, sale al 40% se è superiore a quattro volte il minimo e al 50% per i redditi almeno cinque volte oltre il minimo. Gli assegni si riducono anche se il deceduto si è sposato a più di 70 anni, se la differenza di età tra i coniugi è superiore a 20 anni o il matrimonio è durato meno di dieci anni.
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