«Non abbiamo la controprova che, senza i vaccini, saremmo stati peggio». Le parole del sottosegretario alla Salute di Fdi, Marcello Gemmato, hanno sollevato un vespaio tra i grandi inquisitori sanitari. Ma se la scienza non è una religione e un farmaco non è un talismano, i dati devono essere osservati con uno sguardo più laico di quello di Enrico Gui Letta e Carlo Torquemada Calenda.
Sì, i vaccini anti Covid sono stati un utilissimo presidio per la popolazione a rischio. Ma non un miracolo né una panacea. Proviamo a spiegare perché.
all’estero
Punto primo: cominciamo da un confronto tra Paesi, calibrato in base ai tassi di vaccinazione e ai tassi di letalità del virus (quanti degli infettati muoiono). La doverosa premessa è che ogni paragone è condizionato da fattori confondenti: la quantità di tamponi effettuata, i modi diversi di conteggiare i morti, le difformità nei livelli di assistenza sanitaria per i malati. Le variabili sono tante. Ma qualche cifra, da prendere con cautela, ce l’abbiamo.
Guardiamo, allora, Cile e Italia: secondo i calcoli della Johns Hopkins university, nel Paese sudamericano, la percentuale di casi fatali ammonta all’1,3%; da noi, allo 0,8%. Eppure, la quantità di persone inoculate non è la stessa: Our world in data riporta che, ai piedi delle Ande, a ricevere il ciclo completo è stato il 90% della popolazione; nello Stivale, l’81%. Perché a una maggiore copertura non corrispondono anche meno decessi tra i contagiati? La nazione sudamericana aveva avviato la sua campagna di profilassi con i traballanti sieri cinesi, ma poi ha aggiunto al parco dosi i medicinali a mRna e ha cominciato a offrire le quarte dosi diversi mesi prima di noi. Cosa è successo, allora? Questione di reddito e Pil? Questione di cure meno adeguate?
D’altra parte, Israele, fermo al 65% di copertura con doppio shot, ha un tasso di letalità inferiore al nostro (0,3%). Merito di una popolazione mediamente molto più giovane? Può darsi. Intanto, in Turchia, con il 62% della popolazione vaccinata, sono morti, in proporzione, quasi altrettanti infettati che in Portogallo: 0,6 contro 0,5%. Solo che i lusitani sono tra i più vaccinati del mondo: l’86,4% della popolazione si è sottoposta al ciclo completo, il 94 ad almeno una dose.
Tra i grandi Stati dell’Ue, come Francia, Germania e Italia, a fronte di servizi assistenziali simili per qualità e facilità d’accesso, a minori tassi di copertura vaccinale non corrispondono peggiori risultati in termini di morti per Covid: sia i transalpini sia i teutonici sono meno «immunizzati» di noi (78% e 76%), eppure mostrano tassi di letalità da Sars-Cov-2 inferiori (0,4%: la metà dell’Italia). Ora, tutto questo non significa che i vaccini siano inutili. È incontrovertibile che i ritrovati di Pfizer, Moderna & c. abbiano contribuito a schermare i soggetti più esposti alle conseguenze gravi del coronavirus. Questa evidenza, però, va qualificata meglio. E con ciò, veniamo al secondo punto.
Abbiamo scoperto, infatti, che la protezione garantita dalle iniezioni scema in pochi mesi; e quella aggiuntiva, raggiunta con i booster, si dissolve ancor più rapidamente. È un grosso limite dei farmaci anti Covid: essi servivano in particolare a proteggere nonnini e persone malate. Stimolare il loro sistema immunitario è arduo, ma era la sfida che bisognava raccogliere – e che non è stata vinta del tutto. Ad esempio, è sorprendente constare che, in Italia, stando ai bollettini dell’Iss, nella fascia 60-79 anni, l’incidenza dei ricoveri in terapia intensiva è la stessa tra quadridosati e vaccinati con una o due dosi. Persone per le quali, con ogni probabilità, il miglior scudo è stata l’immunità naturale.
Questo ci porta al punto terzo del ragionamento: possiamo davvero affermare che senza vaccini saremmo stati peggio? Dipende a quale periodo ci riferiamo: anziani e fragili hanno beneficiato dei rimedi a mRna, quando dominavano il ceppo originario e la variante inglese. Mentre è difficile sostenere che essi ci abbiano difesi da mutanti meno aggressivi, i quali, diffondendosi senza conseguenze disastrose anche tra i non vaccinati, hanno aumentato la copertura anticorpale della popolazione.
Similmente – punto cinque – la tesi che i vaccini abbiano aiutato i giovani, specie gli under 40, è insostenibile. Da subito era apparso chiaro che, per loro, il Covid presentava un basso rischio di ospedalizzazione e morte. Di recente, uno studio firmato, tra gli altri, dal professor John P.A. Ioannidis, ha dimostrato che le stime sulla pericolosità del Sars-Cov-2, tra chi ha meno di 40 anni, sono state esagerate: la letalità era fino a dieci volte più bassa.
Eppure, i ragazzi, nel nostro Paese, sono stati sottoposti al ricatto del green pass, di fatto costretti a porgere il braccio, addirittura convinti a correre negli hub in occasione degli open day. Dove, magari, si somministravano farmaci che aumentavano il rischio di trombosi (ricordate la povera Camilla Canepa?). Al contempo, i rischi cardiaci delle punture, sui quali adesso dovranno indagare persino Pfizer e Moderna, sono stati minimizzati.
Per quanto riguarda i ragazzi, forse, è plausibile proprio l’ipotesi opposta a quella dei talebani dell’iniezione: senza vaccini, sarebbero stati meglio.
extramortalità
L’aspetto più controverso, che costituisce il nostro punto sei, riguarda però le rilevazioni sulla mortalità in eccesso negli Stati europei.
Qualche settimana fa, un economista tedesco aveva incrociato le statistiche sui tassi di vaccinazione, tratte dal «vaccine tracker» Ue, con i dati Eurostat sulle dipartite. Ebbene, era emerso un andamento strano: da luglio a dicembre 2021, nello scenario Delta, i Paesi più vaccinati erano quelli con la minore mortalità in eccesso. Da aprile ad agosto 2022, il trend si è capovolto. Perché?
I maliziosi potrebbero sospettare che si siano manifestati effetti nefasti delle inoculazioni sui giovani. Più credibile è che i lockdown abbiano presentato il conto: pensate ai malati oncologici che avevano ritardato screening, diagnosi e cure. I vaccini non c’entreranno niente, ma non potevano nemmeno salvarci.
Settimo e ultimo punto. Se dobbiamo partecipare al gioco del controfattuale, facciamolo fino in fondo. Come sarebbero andate le cose se, prima dell’arrivo del siero soterico, avessimo trattato i positivi seguendo protocolli tipo quello di Giuseppe Remuzzi, capaci di abbattere del 90% le probabilità di ricovero?
Non abbiamo controprove. Ma è lecito supporre che la dimensione dell’emergenza ci sarebbe sembrata più contenuta, che avremmo pianto meno vittime e che l’impatto dei preparati di Pfizer e compagnia sarebbe stato più modesto. Qualcuno, invece, ha preferito la vigile attesa del Dio vaccino. Quel Dio non è ancora morto. Ma non si sente tanto bene.
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