E schiava d’Europa Iddio la creò. Prima ne avevamo il sospetto, ora ne abbiamo la certezza: non siamo più un Paese sovrano, non siamo più un Paese libero, la nostra è una democrazia a metà. A certificarlo è stato lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella che incredibilmente, domenica sera, ha ammesso di aver stoppato il governo Lega-M5s per via di un ministro «sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare la fuoriuscita dell’Italia dall’euro». Così facendo Mattarella ha sostanzialmente cambiato la nostra Costituzione: da oggi, infatti, dev’essere chiaro a tutti che per governare questo Paese non basta conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento, come è previsto nella Carta. Bisogna conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento e dotarsi di una ministro che dichiari eterna fedeltà all’euro. Meglio se lo fa inginocchiandosi cinque volte al giorno rivolto verso Bruxelles.
«C’era da aspettarselo», ha commentato un mio amico che fa l’idraulico e dunque è assai più attendibile di tanti grandi editorialisti. Perché c’era da aspettarselo?, gli ho chiesto. «Semplice: se votare servisse a qualcosa, non ce lo lascerebbero fare». In effetti la domanda di oggi è: a che serve andare a votare? A distribuire un po’ di gettoni agli scrutatori? A provare l’ebbrezza della matita copiativa? A regalare qualche giorno di vacanza agli studenti? In teoria, se fossimo un Paese libero e una democrazia reale, il voto popolare dovrebbe avere più forza del trattato di Maastricht. In altre parole: i cittadini italiani dovrebbero poter decidere chi li governa e come. Invece abbiamo scoperto che, in pratica, non possono. Prima devono chiedere il permesso alle agenzie di rating e al Merkel Reich.
Così, di conseguenza, anche i rappresentanti degli italiani, quelli che hanno la maggioranza in Parlamento, possono decidere che cravatta mettersi, se andare al Quirinale a piedi o in taxi, se incrociare le gambe a destra o a sinistra quando siedono sul divanetto del Presidente. Ma poi basta. Quando si tratta di scegliere i ministri, ecco, no: lì devono chiedere permesso all’Europa. «Pronto, Juncker? Pronto, Angela? Siamo i mendicanti italiani: ricordate? I barboni, i pezzenti: com’è che ci chiamate? Ecco: avevamo in mente questo ministro… Che dite? Non è possibile? Ma certo: ha criticato una volta la Germania e non declama ogni mattina le lodi all’euro. Ci scusi, signora Angela se abbiamo solo osato pensare a lui. Per questo ci dia una punizione severa, ce la meritiamo. Che dice? Va bene se scriviamo 100 volte “Beckenbauer meglio di Gigiriva”? Oppure “i wurstel sono più buoni dell’amatriciana”? Oppure ci dobbiamo infilare Der Spiegel nel naso mentre cantiamo a squarciagola l’Inno alla Gioia?».
Diciamoci la verità: le regole dell’Europa sono l’ultimo tabù. Praticamente un feticcio. Non si possono discutere, solo venerare. L’economista francese Jacques Sapir, direttore di studi all’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, ha definito l’euro «la religione del nuovo secolo, con i suoi falsi profeti dalle profezie continuamente smentite, con i suoi sommi sacerdoti sempre pronti a lanciare una scomunica». In effetti, lo abbiamo visto, è proprio così: di fronte alla verità rivelata, alla moneta messianica, al vangelo economico, alle regole sacre dei palazzi di Bruxelles, si torna alla scomunica. All’Ue-Inquisizione. Ai Torquemada euristi. Non c’è spazio per la ragione: anzi, chi come Paolo Savona usa la ragione contro il dogma di fede, rischia di fare la fine di coloro che, diversi secoli fa, sostenevano fosse la Terra a girare attorno al Sole, e non viceversa. Sia condannato sulla pubblica piazza come populista, pericolo pubblico, attentatore dei risparmi. E sia bruciato. Del resto si sa, per l’establishment, accendere le fiamme è pur sempre meno pericoloso che accendere un’idea. Se poi è un’idea di governo…
«È terribile che la fede nella moneta unica superi persino la democrazia», ha twittato ieri il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. È terribile, ma è così. E non importa che l’uscita dall’euro non sia mai stata ipotizzata da Paolo Savona. Non importa che l’uscita dall’euro non sia stata prevista nel contratto fra Lega e M5s. Non importa che, al contrario, l’uscita dall’euro sia stata studiata realisticamente, nel corso degli anni, da schiere di economisti, oltre che dalle principali banche d’affari (da Mediobanca a Nomura, da Jp Morgan a Merryl Lynch). Non importa che ne abbia parlato persino l’attuale premier incaricato Carlo Cottarelli. Non importa che studiare l’uscita dall’euro sia un po’ come mettere le scialuppe di salvataggio sulle navi da crociera: servono a salvare dall’eventuale naufragio, non a provocarlo. Non importa nulla di tutto questo: quando si arriva a sfiorare il governo, il dogma della fede europeista non ammette discussioni. Solo cieca obbedienza e devota reverenza. Inginocchiatevi. Una prece.
Di tutto ciò avevamo un vago sospetto da tempo, per la verità. Quello che è davvero incredibile, il fatto storico e irreversibile, è che il presidente della Repubblica Mattarella lo abbia esplicitato. In modo chiaro. Inequivocabile. Politicamente folle. Non sappiamo perché lo abbia fatto, ma di certo è sorprendente che il più alto difensore delle istituzioni italiane ammetta candidamente a reti unificate che le istituzioni italiane non sono più sovrane. Lo ha detto lui. Lo ha fatto capire chiaramente. In Italia il ministro dell’Economia, cioè quello che tiene in mano i cordoni della borsa, deve godere la fiducia degli operatori finanziari e dei governi stranieri. Quindi l’Italia è un Paese a sovranità limitata. Il Parlamento non conta. Il voto popolare, di conseguenza, neppure. È questo il modo in cui il presidente Mattarella pensa di difendere le istituzioni? Poveri noi: speravamo di vedere nascere la Terza Repubblica. E invece vediamo morire la democrazia.
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