«Soldati! Siete nudi, malnutriti, il governo non può darvi nulla. Non avete scarpe, né abiti, né camice, quasi niente pane e i nostri magazzini di rifornimento sono vuoti. Quelli del nemico, invece, straripano di ogni bene: tocca dunque a voi conquistarli. Vi condurrò nelle più fertili pianure del mondo… Lì troverete gloria, felicità e ricchezza. Partiamo!».
Siamo nella primavera 1796, all’apertura della Campagna d’Italia. Ad arringare l’esercito francese è un giovane generale dal volto scavato e pallido, gli occhi freddi e ardenti, i capelli lunghi, il fisico minuto, l’accento marcato. Sopra l’uniforme indossa una redingote di taglio militare, in testa ha un cappello bicorno scuro: due capi che entreranno a far parte dell’immaginario collettivo, come elementi distintivi dell’uomo e del mito. Secoli dopo, collezionisti di ogni provenienza si disputeranno – spesso a prezzi elevatissimi – i suoi cimeli, i suoi effetti personali, i suoi ricordi. Basti pensare che uno dei bicorni è stato venduto all’asta nel 2014 per l’incredibile cifra di 1,884 milioni di euro.
Nel momento in cui pronuncia quelle parole, tuttavia, il giovane non può immaginare che cosa gli riservi l’avvenire. Né può sapere di essere destinato a divenire una delle più celebri figure della storia, o meglio una dei pochissimi che ha «fatto» la storia.
Sa solo che per sopravvivere, per sfondare, deve vincere ancora e ancora. Nato in Corsica il 15 agosto 1769, appartenente a una famiglia di piccola nobiltà con molti figli e pochi mezzi, si è trasferito in Francia da bambino per frequentare – grazie a una borsa di studio – la Scuola reale di Brienne-le-Chateau. Il suo nome è Napoleone Bonaparte.
È stato il caso a far sì che nascesse francese: sino al 1768, la Corsica apparteneva alla Repubblica di Genova, ma in virtù del Trattato di Versailles era stata ceduta. L’italianissimo cognome del giovane, dunque, sarebbe Buonaparte: in seguito, la «u» cadrà.
Dopo Brienne, ha frequentato la Regia scuola militare di Parigi, quindi ha lasciato gli studi e cominciato la carriera militare, divenendo sottotenente a soli 16 anni. Nonostante ciò, in quella fase non si sente francese, tanto è vero che non riesce a stringere amicizia con i compagni di scuola, né con i commilitoni. È rimasto legatissimo alla Corsica e ci torna spesso, rischiando di passare per disertore. Ama la matematica, si nutre di sogni romantici, si diletta nella scrittura e legge i Canti di Ossian.
È già ufficiale del re quando si aprono gli Stati generali del maggio 1789, a cui segue la presa della Bastiglia e l’inizio della rivoluzione. Gli eventi incalzano, mentre Bonaparte continua a recarsi con frequenza nella sua isola, dove è scoppiata la guerra civile fomentata da Pasquale Paoli. In prima battuta, lui e la famiglia appoggiano Paoli, ma finiranno per distaccarsene e dovranno riparare a Tolone.
La rivoluzione, nata all’insegna dei grandi auspici dell’Illuminismo e fondata sui principi di libertà, fraternità e uguaglianza, comincia a degenerare. Il 10 agosto 1792 si consuma il drammatico assedio alle Tuileries: il giovane corso non è in servizio ma assiste, in mezzo alla folla. La sua esperienza gli dice che la cavalleria – insieme a qualche colpo di cannone ben assestato – potrebbe aver ragione di quella masnada. Purtroppo, all’esercito regio manca un capo: Luigi XVI è inadatto a reggere un urto di tali proporzioni, per cui la giornata finisce in un massacro. «Che coglione!», commenta Bonaparte». Se avesse avuto gli attributi e si fosse messo alla testa di un piccolo gruppo di soldati, avrebbe salvato la Corona e la sua dignità! Ora, tutto è perduto!». È davvero tutto perduto, almeno per il monarca, ghigliottinato nel gennaio 1793. Anche sua moglie Maria Antonietta finirà sul patibolo, come moltissimi altri.
Mentre si annuncia la sanguinosa stagione del Terrore – il cui pontefice massimo è Maximilien de Robespierre – la Francia pare decisa a esportare i principi rivoluzionari all’estero. I sovrani stranieri, tuttavia, non hanno intenzione di vedere i loro popoli «contagiati» dal morbo, per cui danno vita a una prima coalizione, cui faranno seguito molte altre. Le vicende delle guerre sono alterne: dopo un primo grande successo delle truppe rivoluzionarie a Valmy, iniziano le sconfitte e gli inglesi conquistano Tolone, impadronendosi della flotta del Mediterraneo. Il rischio di una «controrivoluzione» è sempre più corposo.
È proprio Bonaparte, nel dicembre 1793, a liberare Tolone dai monarchici e dagli inglesi. Questo successo gli permette di divenire generale di brigata. Si lega a Augustin de Robespierre, fratello di Maximilien, circostanza che gli causerà qualche problema – e un breve arresto – alla caduta dell’Incorruttibile, nel Termidoro (luglio) 1794.
La fine del Terrore porta all’avvento del corrotto e brillante regime del direttorio, il cui uomo forte è Paul Barras. Questi è un estimatore di Bonaparte, per cui il 13 Vendemmiaio ( o 5 ottobre) 1795 lo nomina comandante della piazza di Parigi. Ha bisogno della sua abilità per salvare la convenzione – e il direttorio stesso – dai monarchici, detti realisti. Grazie anche alla cavalleria comandata da Joachim Murat, Bonaparte ottiene una schiacciante vittoria, per cui Barras lo eleva al ruolo di Generale di corpo d’armata. C’est ne qu’un début, Non è che l’inizio.
Barras non si limita a far ascendere il corso negli onori, ma gli cede la sua fascinosa e dispendiosissima amante, di cui è stanco. Di origine creola, si chiama Joséphine de Beauharnais, è vedova di un nobile ufficiale ghigliottinato, ha già due figli e soprattutto ha sei anni più del futuro padrone di Francia. Questi se ne innamora e la sposa il 9 marzo 1796.
Subito dopo viene posto a capo – un regalo di nozze di Barras? – dell’armata d’Italia. Composta da gruppo di uomini male equipaggiati, l’Armée dovrebbe scendere nel Belpaese e recuperare alcune terre, o aprire un secondo fronte nella guerra all’Austria. Il 12 aprile comincia la prima Campagna d’Italia, che porterà a risultati inaspettati, rivelando l’assoluto genio del generale. L’entusiasmo per le sue gesta è tale che il compositore Ludwig van Beethoven gli dedicherà l’Eroica, la Sinfonia numero 3.
Grazie all’abilità tattica, all’inedita «strategia della posizione centrale», ma soprattutto alla capacità di galvanizzare gli animi, Bonaparte vince contro austriaci e piemontesi durante la Campagna di Montenotte e la battaglia di Mondovì. Poi firma con Vittorio Amedeo II l’armistizio di Cherasco, senza consultare il direttorio. L’armistizio viene confermato con la pace di Parigi, che consegna alla Francia Nizza e la Savoia.
La battaglia di Lodi ha ragione delle resistenze austriache: il 14 maggio 1796 Bonaparte entra trionfalmente a Milano. «Vedevo il mondo sprofondare sotto di me, mentre io mi sentivo come sollevato in aria», dichiarerà. Ciò che non era riuscito ai sovrani Valois – che durante il rinascimento erano scesi con le loro armate nel Belpaese, sperando di conquistarlo – riesce al figlio della selvaggia Corsica.
Il direttorio deve prenderne atto e dà pieni poteri al generale, mentre questi continua a combattere contro l’Austria, ottenendo successi clamorosi. Castiglione dello Stiviere, Bassano, Arcole, Rivoli… i nomi di tante battaglie restano incisi nel marmo dell’Arc de Triomphe di Parigi e soprattutto nella memoria collettiva.
Nascono la Repubblica Cispadania, Cisalpina (che adottano il tricolore) e Romana. Gli austriaci devono siglare l’ennesima pace, quella di Campoformio del 17 ottobre 1707, che garantisce l’indipendenza delle nuove Repubbliche, consegna alla Francia i Paesi Bassi e la sponda sinistra del Reno. Fra la delusione dei patrioti, però, Bonaparte cede Venezia.
Il generale torna quindi a Parigi. È l’uomo del giorno: la strada dove abita, rue Chantereine, viene ribattezzata rue de la Victoire da folle in deliquio. Il ministro degli Esteri, Charles-Maurice de Talleyrand, si precipita a conoscerlo e dichiara: «Venti battaglie vittoriose ben si addicono alla gioventù, a uno sguardo penetrante, a un pallore diffuso..». Aveva già scritto: «Che uomo, il nostro Bonaparte! Non ha che ventotto anni e porta già sulla testa una corona aureolata di tutte le vittorie, quelle delle guerre, quella della pace, quella della generosità». Poi, più realisticamente, commenta: «Se supera il primo anno, andrà lontano».
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