- I dem pensano di aumentare i membri dell’organo giudiziario. Così potrebbero mettere in minoranza le toghe conservatrici.
- Il figlio di Joe si assolve in un’autobiografia. Ma sul discusso rampollo pende lo scandalo dei messaggi compromettenti nel laptop.
Lo speciale contiene due articoli.
Joe Biden ha istituito l’altro ieri una commissione bipartisan per studiare una serie di possibili riforme della Corte suprema: al vaglio ci sarà, tra l’altro, l’ipotesi, politicamente controversa, di ampliare l’attuale numero dei suoi componenti. La commissione terrà, in particolare, degli incontri e dovrà pubblicare un rapporto entro sei mesi. I repubblicani sono sul piede di guerra, con il capogruppo dell’elefantino al Senato, Mitch McConnell, che ha definito la commissione un «attacco diretto al potere giudiziario indipendente della nostra nazione». Tra l’altro, proprio l’altro ieri, la Corte suprema si era pronunciata (con votazione 5 a 4) contro le restrizioni per il Covid-19, imposte dalla California alle riunioni religiose casalinghe. In particolare, la sentenza ha sostenuto che, prima di limitare le attività religiose, il governo locale dovrebbe dimostrare che esse rappresentino un pericolo maggiore rispetto alle attività laiche attualmente in funzione.
La questione della riforma della Corte suprema era del resto entrata nella campagna elettorale per le ultime presidenziali dopo la morte di Ruth Ginsburg lo scorso settembre e la successiva nomina di Amy Coney Barrett da parte di Donald Trump per sostituirla. Alcuni settori del Partito democratico avevano invocato a gran voce, in quel frangente, un aumento dei componenti della Corte suprema con l’obiettivo di annacquare il peso dei giudici nominati da Trump. Biden, che pure in un primo momento era apparso titubante, aveva alla fine parzialmente ceduto e promesso di istituire, per l’appunto, una commissione volta a studiare una riforma dell’organo. Ricordiamo che il numero dei supremi giudici non è espressamente stabilito dalla Costituzione: tuttavia, con il Judiciary act del 1869, è stato fissato a nove.
I dem sostengono che l’incremento del numero dei giudici sarebbe finalizzato ad arginare la politicizzazione della Corte che, dicono, sarebbe stata portata avanti da Trump, con le nomine di Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e della stessa Barrett. In realtà, è proprio una misura del genere che introduce la politicizzazione nella Corte, esponendola al rischio di trasformarsi, da supremo organo di garanzia, a ennesimo terreno di battaglia partigiana. D’altronde, non sono solo i conservatori ad essere contrari a questo genere di riforma. La stessa Ginsburg (nota icona liberal), in un’intervista rilasciata nel 2019 alla National public radio, ebbe a dire: «Nove sembra essere un buon numero. È stato così per molto tempo […] Penso che sia stata una cattiva idea quando il presidente Franklin Roosevelt ha cercato di espandere la Corte». Un riferimento al fallito tentativo di riforma, condotto da Roosevelt nel 1937: un modo con cui l’allora presidente dem cercò di aggirare l’influenza di quei supremi giudici che si opponevano alle misure del suo New Deal.
È quindi chiaro che la strategia dei dem sia in realtà finalizzata a «militarizzare» politicamente la Corte suprema. Una militarizzazione che tuttavia non stupisce più di tanto. Perché, a ben vedere, l’asinello sta portando avanti questo tipo di linea anche su altri fronti. In primis, pensiamo alla riforma elettorale contenuta nel For the people act: un mastodontico (e controverso) disegno di legge, sponsorizzato dall’asinello, che indebolisce di fatto i criteri di identificazione degli elettori e che aumenta pertanto significativamente il rischio che possa votare chi non ne abbia realmente diritto. Ebbene, una materia tanto delicata come quella elettorale dovrebbe, forse, essere affrontata il più possibile a livello bipartisan. Eppure, alla Camera dei rappresentanti, i dem hanno approvato questo disegno di legge, il mese scorso, con appena dieci voti di scarto e senza che un solo deputato repubblicano lo sostenesse. Tutto questo, con buona pace dei frequenti proclami di Biden sull’importanza dell’unità nazionale.
In secondo luogo, pensiamo al dibattito in corso sul «filibuster»: procedura con cui, in Senato, si può bloccare un disegno di legge. Un procedimento che può tuttavia essere aggirato grazie a una maggioranza qualificata di sessanta voti. È chiaro che, disponendo di appena cinquanta seggi alla camera alta e con una maggioranza di fatto appesa al voto del vicepresidente Kamala Harris (che può intervenire solo in caso di parità), i dem vedano oggi il «filibuster» come il fumo negli occhi. Tant’è che qualcuno ha invocato addirittura una sua abolizione: la senatrice dem del Massachusetts, Elizabeth Warren, ha non a caso definito a marzo questo strumento come fondamentalmente razzista e iniquo, aggiungendo: «In democrazia, è la maggioranza a dominare». Sì, ma, almeno nelle democrazie liberali, dovrebbero anche esistere meccanismi di garanzia per le forze di opposizione. Senza poi trascurare che, nei quattro anni della presidenza Trump, i dem – che al Senato in quell’arco di tempo sono sempre stati in minoranza – hanno fatto ripetutamente ricorso alla procedura del «filibuster»: 327 volte soltanto nella passata legislatura.
D’altronde, anche Biden e Barack Obama, che adesso criticano questo procedimento parlamentare, sono in aperta contraddizione con la loro stessa storia: era il 2005 quando entrambi, all’epoca senatori, difesero pubblicamente il ricorso al «filibuster». Sarà un caso, ma, anche allora, l’asinello si trovava in minoranza alla camera alta. Insomma, per i dem le istituzioni e le procedure parlamentari non sono più una garanzia, ma strumenti di lotta politica. Però intanto continuano a dirvi che sono i repubblicani quelli che polarizzano l’America.
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