L’11 novembre 2014 Matteo Renzi era presidente del Consiglio e Giorgio Napolitano capo di Stato: di lì a poco avrebbe annunciato le dimissioni, poi avvenute all’inizio del 2015. In quel giorno di nove anni fa giuravano i tre attuali vertici della Corte costituzionale: la presidente Silvana Sciarra, eletta da un Parlamento a maggioranza di centrosinistra e i due vicepresidenti, Daria de Pretis e Nicolò Zanon, entrambi in «quota Colle» e dunque scelti dallo stesso Napolitano, il quale tutto sommato diede prova di un certo pluralismo culturale, se è vero che questi ultimi possono essere ascritti rispettivamente all’area progressista e a quella liberale conservatrice.
In nove anni è successo di tutto: secondo «bis» al Quirinale con Sergio Mattarella, caduta di Renzi, interregno di Paolo Gentiloni, terremoto elettorale del 2018, due esecutivi Conte, arrivo del «Migliore» Mario Draghi, pazza campagna elettorale dell’estate 2022 fino all’inizio dell’era Meloni. Senza contare pandemia, crisi energetica e due guerre. Quei tre giudici costituzionali e i loro colleghi hanno vagliato il caso Cappato e il caso Regeni, le leggi elettorali e gli obblighi del Covid; hanno avuto come loro presidenti un ex premier (Giuliano Amato) e un futuro ministro della Giustizia (Marta Cartabia). Ora si conclude il loro mandato e si apre un periodo di circa 13 mesi nel quale cambierà il volto della Corte, il cui peso non può certo essere sottostimato. Dopo Sciarra, De Pretis e Zanon (che ieri hanno tenuto l’ultima loro udienza), infatti, chiuderanno il novennio nel 2024 Franco Modugno, Augusto Barbera (scontato prossimo presidente) e Giulio Prosperetti: tutti e tre di nomina parlamentare (un terzo dei togati supremi è scelto dall’Aula, un terzo dal Colle e il restante da Corte di Cassazione – tre giudici -, Corte dei conti e Consiglio di Stato con uno ciascuno). Il che significa che sei membri su 15 cambieranno: dei nuovi arrivi, due saranno di nomina quirinalizia e ben quattro di scelta parlamentare.
Una piccola rivoluzione che dirà molto della forza politica della maggioranza (sempre che resti tale, ovviamente) nel giocare una partita di cui si discute e scrive relativamente poco, ma che – rispetto a nomine che assurgono rapidamente agli onori delle cronache – potenzialmente può plasmare le corde profonde dell’assetto politico-giudiziario del Paese. La prima mossa spetta a Sergio Mattarella, di cui tutto si può dire ma non che sia impreparato: siede al Quirinale da quasi nove anni e ha già nominato tre giudici costituzionali. Difficile non abbia pronta la sua «coppia» da mesi. Tutto lascia pensare che i posti di De Pretis e Zanon manterranno l’«alternanza» uomo-donna. Secondo fonti consultate dalla Verità potrebbero uscire dal cilindro quirinalizio i nomi di Massimo Luciani, titolare di cattedra di Istituzioni di diritto pubblico alla Sapienza e già presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, e di Gabriella Palmieri Sandulli, Avvocato generale dello Stato. Due nomi, dovessero essere confermati, di provata fedeltà del Colle. Che, da questo punto di vista, si mostrerebbe meno «aperto», quanto a sensibilità rappresentativa, del suo predecessore.
E gli altri? Appare molto complicato che un accordo si trovi in tempi rapidi, per due motivi. Il primo è che ci vogliono prima i due terzi e poi (dal quarto scrutinio) i tre quinti del Parlamento in seduta comune per eleggere un membro. La maggioranza attuale, cioè, non ha il potere di nominare chi vuole da sola: per questo Matteo Renzi è in pista da mesi col suo pacchetto di voti, e non è detto che basti. Il secondo è che, viste le scadenze dell’anno prossimo, le forze politiche stanno ragionando su un accordo che «copra» le quattro nomine parlamentari: nel metodo, prima che nel merito. Alla Verità risulta che Alfredo Mantovano, tra i registi della complessa tornata, stia lavorando a un’intesa che porti tre giudici su quattro opzionati dal centrodestra e uno dal centrosinistra. Di nomi ovviamente ne girano molti, la maggior parte – come quello impossibile (per titoli) dell’attuale ministro alla Giustizia Carlo Nordio – fatti soprattutto per bruciare candidati o mettere zizzania. Tra i più insistenti, vale la pena citare quello di Francesco Saverio Marini, cattedra a Tor Vergata e figlio d’arte (il padre Annibale è presidente emerito della Consulta), che Giorgia Meloni stima. Pensare alla partita come una mera giustapposizione di uomini «di destra» contro rivali «dem», però, sarebbe tanto ingenuo quanto sbagliato. Come ha mostrato, con pesantissime differenze, l’era trumpiana, a livello di Corti la battaglia si gioca tra una concezione «dinamizzante» del diritto, che assegni alle toghe il compito di orientare la politica, e una che si «limiti» ad applicare la Carta senza interpretarne il dettato alla luce di presunte nuove esigenze o «agende» stabilite a prescindere dal consenso elettorale.
La riflessione, non facile, sta già coinvolgendo gli uomini di fiducia del premier, i responsabili Giustizia della maggioranza e i vertici delle segreterie (tutt’altro che allineate, peraltro): l’assenza nei prossimi mesi di casi particolarmente scottanti potrebbe favorire il compito. Poi però, a un certo punto, arriveranno alla Consulta anche le riforme costituzionali e il federalismo che il governo vuole portare a termine. E allora le scelte della Corte torneranno di colpo di grande attualità.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >