- Annarita Pilotti, la manager alla guida di Loriblu: «Ho lasciato la polizia per fondare l’azienda con mio marito. Produciamo tutto nelle Marche senza delocalizzare. L’export cresce, ma la crisi non è finita».
- Fila, che ha ricavi per 510 milioni e controlla marchi come Giotto e Pongo, compra l’americana Pacon e crea un colosso nel settore dei materiali per la scuola.
Lo speciale contiene due articoli.
Dire che Annarita Pilotti è una persona speciale significa sminuire la realtà. Amministratore delegato, con il marito Graziano Cuccù, di Loriblu, noto marchio di calzature, ha una storia che sembra un film. «Abitavo in un piccolo paese nell’entroterra maceratese, poche anime, una collina, Penna San Giovanni. Finita la scuola magistrale ho iniziato subito a lavorare in un asilo privato. All’inizio prendevo 50.000 lire e arrotondavo con i lavoretti di casa o come cameriera il sabato. Avevo 20 anni. Mia madre possedeva una pompa di benzina, ma ebbe un incidente, così mi rimboccai le maniche per portare avanti l’attività e divenni l’uomo di casa. Ma ero convinta che la mia vita non sarebbe finita lì».
Il lavoro di maestra non era male.
«Infatti. Mi iscrissi a un concorso magistrale che vinsi ma a posti zero, quindi finii in lista d’attesa. Mentre aspettavo feci anche un concorso in polizia. Quando mi chiamarono a scuola arrivò anche la chiamata della polizia: chiesi l’aspettativa perché volevo provare questa esperienza. Per la prima volta il concorso per le forze dell’ordine era stato aperto alle donne. Arrivai settantesima in graduatoria nazionale e prima nelle Marche».
Che strada scelse?
«Andai contro tutti decidendo di diventare poliziotto. Mia madre mi diceva che avevo il posto sicuro da maestra. All’inizio mio marito mi minacciò: “Se scegli questa strada sappi che non verrò mai a trovarti e non starò ad aspettarti. Lasci il certo per l’incerto”».
E lei?
«Partii per Vicenza e feci il primo corso di addestramento, durato oltre nove mesi. Fu molto dura, soprattutto perché mi ritrovai in un ambiente prettamente maschile e ancora militarizzato, con regole ferree. Per questo penso che il servizio militare sia ancora utile. Ho imparato regole che non sempre condividevo: contrappello, flessioni come punizione, il letto a cubo, e poi lo studio, procedura penale, diritto, difesa personale. Per tutta la durata del corso ogni fine settimana tornavo a casa per dimostrare che facevo sul serio. Passavo mezza giornata in viaggio per tornare a casa e un’altra mezza per tornare a Vicenza. La prima esperienza fu a Palermo nella scorta dei magistrati all’epoca del maxiprocesso alla mafia. Tanti i momenti di sconforto, ma mio marito mi diede grande forza».
Stava per mollare tutto?
«Mai! Poi sono stata trasferita al commissariato di Civitanova Marche. Anni molto belli, rapporto speciale con i colleghi, esperienze importanti, prima operazione al femminile per la detenzione di stupefacenti. Sono rimasta dieci anni. Il lavoro mi piaceva tantissimo. Dall’ufficio immigrazione alla volante, fino al pronto intervento, ai pattugliamenti e all’ordine pubblico, ho conosciuto questo mestiere in ogni suo aspetto».
Però poi ha smesso.
«Ho lasciato la polizia quando già avevo tre bambini. Sono entrata in azienda perché mi premeva stare vicino al mio uomo. Lui si era separato dal fratello scegliendo di mettersi in proprio e mi sembrò giunto il momento di condividere ogni sua decisione. Abbiamo passato momenti difficili, condividere significava superarli insieme. Volevo essere la sua spalla».
Iniziò l’avventura di Loriblu.
«Iniziai sperimentando nuovi mercati. Andai in Russia, a Mosca, dove in quel periodo c’erano fiere importanti. Mi occupavo del commerciale e dei rapporti con i clienti. Le cose hanno ingranato e oggi abbiamo aperto a Porto Sant’Elpidio, in provincia di Fermo, nelle Marche, il nostro nuovo stabilimento, una sede di 15.000 metri quadri. In azienda sono entrati anche i miei primi tre figli. Sara si occupa di negozi e retail, Claudia di amministrazione, Riccardo della produzione, mentre Michela, la quarta, sta ancora studiando. Graziano non ha perso la sua vena artistica e ancora oggi le forme le crea lui con lo stucco, il legno, la raspa e la lima».
Quanti sono i punti vendita di Loriblu?
«Venti negozi monobrand e 28 showroom nel mondo. Le nostre scarpe sono indossate da Laura Pausini, Simona Ventura, Mara Venier, Carlo Conti e Alessandra Ambrosio. E molte si vedono sui red carpet».
Un nome, il vostro, che ormai spopola in tutto il mondo.
«Siamo un marchio, non una griffe. Quando ti appiccicano un’etichetta non è facile scrollarsela di dosso. Siamo conosciuti per il tacco alto e la scarpa di lusso ma non produciamo solo sandali di cristalli. Facciamo anche scarpe adatte a tutti i giorni. Le persone tendono a ghettizzare. Ti dicono: “Perché devo comprare le Loriblu se costano come le Jimmy Choo o le Manolo Blahnik?”. Il nostro è un prodotto interamente made in Marche, non facciamo assemblaggi all’estero, quindi ha un costo importante. Realizziamo 1.500 prototipi per sceglierne 500 da presentare negli showroom. Il costo di un campionario arriva anche a 2 milioni di euro. Ogni modello ha un prezzo medio di 130-150 euro fino a 1.000».
Quanti dipendenti avete?
«Duecento. Siamo molto attenti ai nostri lavoratori. Al di là della formazione, che si fa in tutte le aziende, con il progetto Donna salute offriamo a tutte le donne un check up ed esami per la prevenzione dei tumori all’utero e al seno. Abbiamo anche una sociologa-psicologa all’interno dell’azienda. Dobbiamo andare incontro ai problemi di tutti».
Guida anche la categoria dei calzaturieri, 650 aziende per un indotto di 77.000 persone.
«Questo ruolo sottrae tempo all’azienda, ma l’ho voluto con determinazione, convinta di battermi per il bene di tutti. Sarò in carica per un altro anno. Per i primi due o tre anni ho lavorato quasi a tempo pieno per l’associazione. Sono diventata presidente nel momento più brutto e ancora oggi non siamo usciti dalla crisi. L’export è aumentato sia in quantità che in valore, ma nel nostro settore hanno chiuso 130 aziende nel 2017, peggio ancora che nel 2016, quando ne hanno chiuso 97. Penso di avere dato tanto a cominciare dal rilancio di Micam: oggi è la fiera più importante al mondo. Riqualificando Micam abbiamo dato una svolta e ora siamo in crescita. Adesso il più è stato fatto ed è nata Confindustria moda. Da quando le associazioni di settore sono unite valiamo di più».
Ma le scarpe non le bastano. «Ho una grande passione per il calcio. Sono presidente della squadra di Porto Sant’Elpidio, siamo nel girone d’ eccellenza, quindi è un impegno non da poco. In più abbiamo le giovanili, oltre 300 bambini. Guidiamo un ampio progetto con nutrizionisti e professionisti che insegnano le regole di comportamento, e invitiamo personaggi importanti che possano portare le loro esperienze. Parliamo con i ragazzi per tenerli lontani dai pericoli. Lo sport aiuta molto. Davanti al campo ho messo un cartello: “Tifare per mio figlio significa incitarlo, applaudirlo, ma non scoraggiarlo e non incitare gli altri alla violenza. Se perde non fa niente, nella vita si perde e dobbiamo impararlo fin da piccoli”».
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