- Fino a qualche tempo fa, le destinazioni low cost per chi sceglieva la maternità surrogata erano India e Thailandia. Adesso però le leggi sono cambiate e per spendere poco non restano che Stati come il Kenya. La nuova frontiera dello sfruttamento.
- Ma quali omosessuali ghettizzati: cinema, serie e tv li celebrano quotidianamente.
Lo speciale contiene due articoli.
«Perché ho scelto il Kenya? Beh, il costo era un fattore decisivo nella scelta del Kiran Infertility Center a Hyderabad, in India. Ma quando ho deciso di farlo, l’India ha approvato una legge in cui si affermava che uno degli aspiranti genitori del bambino doveva avere un passaporto indiano. Così sono rimasto con queste scelte: Kenya, Ucraina e Laos». A raccontarlo è Joseph Tito, cineasta canadese di origini italiane, che sul suo blog ha documentato ogni tappa del percorso verso la paternità. Gay dichiarato e single, Tito ha dovuto ricorrere alla maternità surrogata, e ovviamente ha vagliato tutte le opzioni sul tavolo.
In Ucraina gli hanno spiegato che, dietro pagamento di 42.000 dollari, solo le coppie eterosessuali possono affittare un utero. In Laos, invece, per gli omosessuali non ci sono restrizioni, ma il costo di tutta l’operazione si aggirava attorno ai 60.000 dollari. Così è toccato al Kenya: 45.000 dollari per affittare una donatrice, ottenere un ovulo caucasico (bianco) e tornarsene a casa con due bei gemelli nuovi di pacca. In realtà, la cifra pagata da Tito è persino più alta del normale (e al rientro a casa l’uomo ha avuto qualche problema di documenti). Secondo il sito specializzato Families thru surrogacy, in Kenya si spende in media tra i 30.000 e i 37.000 dollari americani, il che rende il Paese estremamente competitivo. La clinica Kiran, per esempio, propone un «Pacchetto di trasferimento di embrioni congelati» a 37.000 dollari, prezzo comprensivo di «trasferimenti multipli di embrioni, farmaci, esami del sangue, surrogata, cure prenatali e consegna».
È grazie a offerte come questa che il Kenya è diventato, negli ultimi tempi, un Paese interessante per il mercato della maternità surrogata. A notarlo è stato, tra gli altri, il quotidiano The Australian, che pochi giorni fa ha pubblicato una documentata inchiesta sull’utero in affitto. Su 193 bambini registrati in Australia fino al 30 aprile scorso, 17 sono nati in Georgia, 10 in Ucraina e 5 in Kenya. Sono cifre ancora basse, ma sorprendenti se si considera che fino al 2017 nessuno andava in Africa per la surrogazione.
Alla base di tutto, come dicevamo, ci sono questioni economiche. «Gli Stati Uniti, attualmente, sono la destinazione più popolare per gli australiani che cercano servizi di maternità surrogata», spiega The Australian. «La maternità surrogata commerciale è permessa e ben regolata in diversi stati degli Usa, ma può costare più di 180.000 dollari ed è fuori dalla portata di molti australiani». Ecco perché tante coppie optavano per cliniche indiane o thailandesi: «L’India e la Thailandia erano le destinazioni più frequenti, cinque anni fa, per gli australiani alla disperata ricerca di una famiglia. Tuttavia, hanno chiuso le loro porte alla maternità commerciale all’estero dopo scandali che hanno avuto grande risonanza».
Già: Thailandia e India erano i Paesi in cui si poteva affittare un utero «low cost», ma hanno cambiato la legge e oggi per uno straniero è decisamente difficile, se non impossibile, ricorrere alla surrogazione da quelle parti. Così il mercato si adegua e cerca nuovi spazi d’azione. Tra questi c’è ormai da anni l’Est Europa, e da qualche tempo anche l’Africa: Nigeria, Kenya e Ghana sono divenute le nuove terre promesse. Lo spiega bene Amritha Pande, docente all’Università di Città del Capo: «La maternità surrogata cresce grazie a un vuoto legislativo. Quando uno un Paese la mette al bando, ecco che si sposta in un altro. Si trasferisce semplicemente un problema moralmente appiccicoso altrove mentre l’industria cerca modi per offrire servizi ai costi più bassi possibili».
Su Internet si trovano numerose offerte, tra cui quelle della clinica New Life Kenya e quelle di Surrogacy Kenya. Indagando un poco si scopre che queste cliniche sono filiali africane di aziende della Georgia e del gigante indiano Kiran. Anche la Kenya Surrogacy Agency ha legami con l’India. Il fondatore, Gaurav Wankhede, è lo stesso che gestisce la Becomeparents con sede a Mumbai.
A quanto pare, dunque, i grandi specialisti del settore hanno deciso di delocalizzare, un po’ ragioni economiche un po’ per questioni legislative.
In Kenya hanno trovato terreno fertile anche dal punto di vista culturale. Come racconta un servizio pubblicato ieri da Al Jazeera, nello Stato africano le madri surrogate sono parecchio diffuse. Nel distretto di Kuria, per esempio, sono parecchio frequenti i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Le donne che non possono avere figli sposano altre donne – più giovani o comunque fertili – e creano nuove e stravaganti famiglie. Anche qui è un problema di povertà: le ragazze che vengono violentate, perdono i mariti o rimangono incinte senza sposarsi devono trovare il modo di mantenersi. Così, piuttosto che fare la fame, si uniscono ad altre donne.
Ecco perché la maternità surrogata viene tollerata. Il fatto, però, è che il Kenya rimane una destinazione «ad alto rischio». Le coppie omosessuali, per esempio, devono stare attente: meglio non presentarsi insieme in clinica, perché si rischia grosso. Conviene farsi passare per aspiranti genitori single.
In ogni caso, il punto centrale di tutta la vicenda è, ancora una volta, lo sfruttamento. Il mercato dell’utero in affitto si estende laddove ci sono meno diritti e la povertà regna sovrana. Se i prezzi sono più bassi significa che le madri surrogate guadagnano meno e hanno pochissime tutele. Il giornale keniota The Nation, qualche tempo fa, ha intervistato una ragazza che, per portare avanti una gravidanza conto terzi, ha incassato 650.000 scellini, pari a circa 6.400 dollari. Una miseria se si considera che negli Usa una madre surrogata può guadagnare anche 100.000 dollari.
Ma questa è la logica: ci si sposta là dove la manodopera costa meno. Anche se si tratta di poverette che partoriscono per altri.
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