Letta balbetta sui sacchi di petroeuro: «Questa non è la nostra Ue». Sicuro?
Enrico Letta (Ansa)
Dopo giorni di silenzio, il segretario del Pd si decide a commentare il Qatargate, ma spande solo fuffa. In Articolo Uno tutto tace. Proprio ora che Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani stavano trattando il rientro fra i dem…

Quando un missile ucraino cadde sul territorio polacco provocando qualche morto, distruzione e comprensibile terrore, i principali esponenti del progressismo italico non persero nemmeno un secondo: si precipitarono a twittare, a dichiarare, a chiamare alle armi. Sembravano impazienti di dichiarare la terza guerra mondiale. «Quel che succede alla Polonia succede a noi», scrisse sui social Enrico Letta a missile ancora caldo. Curiosa differenza: quel che accadde ai polacchi quella sera «succedeva a noi», ma ciò che accade in queste ore a Bruxelles sembra che non riguardi la sinistra italiana se non di striscio.

Stavolta, Letta ci ha messo circa quattro giorni prima di aprire bocca: se avesse utilizzato la stessa tempistica nel caso polacco, avrebbe evitato una pessima figura. Fosse stato per lui, probabilmente, sul caso Panzeri e sui cumuli di banconote trovati negli appartamenti dei socialisti europei non avrebbe proferito verbo, ma ieri mattina pure i quotidiani amici hanno certificato l’esistenza di una questione morale a sinistra grande come una casa. Anzi, come un grosso trolley pieno di banconote.

Letta ha dovuto dichiarare, e se l’è cavata maluccio: «C’è bisogno di una Europa autorevole e forte e purtroppo le notizie di inchieste raccontano altro, raccontano qualcosa di scandaloso e inaccettabile, è un danno gravissimo che quelle vicende fanno all’Europa e al cuore della sua democrazie, è un danno a tutti noi, ai suoi ideali e all’Europa che amiamo», ha detto il segretario del Pd. «Le istituzioni reagiscano in modo inflessibile, la magistratura faccia fino in fondo il suo dovere. Quella lì non è la nostra Europa, è la più lontana possibile dai nostri ideali. La nostra Europa», ha concluso Letta, «è quella della purezza degli ideali, del coraggio della pratica quotidiana di David Sassoli e a quegli ideali abbiamo sempre fatto riferimento e continueranno a essere la nostra bussola».

Ecco, sul fatto che quella non sia la loro Europa, cioè l’Europa del Pd, ci permettiamo di nutrire dubbi molto seri. A ben vedere, quella è esattamente l’Europa che i progressisti nostrani hanno costruito: pronta a moralizzare, a bacchettare, a invocare l’austerità e a minacciare sanzioni contro chi non si adegua (vedi Ungheria e Polonia), salvo poi svelare d’un colpo tutto il proprio marciume.

Letta, per altro, parla come se lo scandalo fosse appunto europeo, e non anche e profondamente italiano. Antonio Panzeri è stato eurodeputato del Pd fino all’altro giorno, non è esattamente un estraneo. Certo, adesso fa parte di Articolo Uno (che lo ha sospeso), ma non può sfuggire che la formazione di Roberto Speranza sta concludendo proprio in questi mesi il percorso di rientro nel recinto del Partito democratico. Insomma, qui non parliamo di un corpo estraneo o di nemici interni o ancora di renziani in rotta con i vecchi compagni della Ditta. Al contrario, i protagonisti del Qatargate sono tutti parenti stretti, le loro foto sono appiccicate nell’album di famiglia e se non fosse stato colto sul fatto, a breve Panzeri si sarebbe trovato assieme agli amici piddini a discutere di come rivitalizzare la sinistra.

Va riconosciuto che, almeno, Letta ha pronunciato un paio di parole, per quanto molto male assortite. I suoi sodali, invece, sono stati molto meno loquaci. Nel Pd si sono manifestati soltanto gli avversari della cordata attualmente dominante, gli altri si sono eclissati. È rimasta zitta, per esempio, Alessandra Moretti, silente pure quando è saltato fuori che nella brutta vicenda era coinvolta la sua collaboratrice Federica Garbagnati. Anzi, a dire il vero la cara Alessandra ha fiatato appena appena: giusto il tempo di minacciare querele, diffidando i giornali dall’avvicinare il suo nome a «ogni illazione sui presunti casi di corruzione dal Qatar al Parlamento europeo». Una posizione netta, non c’è che dire.

Quanto ad Articolo Uno, sembra che sia un partito fantasma. Pier Luigi Bersani – solitamente un protagonista piuttosto entusiasta dei dibattiti televisivi – ha fatto perdere le tracce per giorni, evitando anche solo di nominare il suo vecchio amico Panzeri. Roberto Speranza, dal canto suo, si è nuovamente inabissato. Nelle passate settimane, non appena il governo Meloni si è insediato, l’ex ministro ha concesso interviste a raffica per dare visibilità a sé e al suo micropartito. Ed eccolo sparire ancora una volta: defilato, impalpabile, il nostro ha atteso che i giorni scorressero uno dopo l’altro, trincerandosi dietro il muro di silenzio che gli avevamo già visto alzare in tempi di Covid.

Silenzio, imbarazzo, arrampicate sugli specchi: i sintomi di chi sa di non avere la coscienza pulita. Tacciono gli italiani, tacciono gli amichetti europei, ad esempio Olaf Scholz (Spd) che a settembre ci tenne a tirare la volata a Letta (si è visto con quali risultati) e che ora si è dato alla macchia. Tacciono tutti, ed è il tacere del coinvolgimento, ma non della vergogna.

Ma ci permettiamo di pensare che non durerà molto a lungo. Vedrete, fra un po’ i nostri dem recupereranno l’antica spocchia, faranno finta di niente e si riaccomoderanno sul piedistallo. Riprenderanno a comportarsi come hanno sempre fatto, cioè a guardare tutti dall’alto: solo che stavolta saranno in piedi su un cumulo di banconote da 50 euro.

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