Le follie gender di Comuni e Regioni
A Velletri vietato dire «paternità», a Reggio Emilia inaugurati i bagni «neutri», in Calabria si discute la legge sull’omofobia: è il Paese dei talebani arcobaleno.

Proibito dire «uomo e uomini in senso universale» e persino usare le parole «fraternità, fratellanza e paternità» quando di mezzo ci sono maschi e femmine. Non è George Orwell. È il nuovo regolamento per la modulistica anti sessista del Comune di Velletri, che Giorgia Meloni, in un recente tweet, ha giustamente definito «pazzesco».

Ma quello della cittadina laziale non è un caso né unico né raro. In giro per la Penisola, è pieno di amministrazioni comunali e regionali votate a iniziative gender. Reggio Emilia, ad esempio, pochi mesi fa ha introdotto il bagno «gender neutral». Il Comune, lo scorso aprile, ha approvato un «protocollo operativo» per il contrasto all’omotransfobia e all’omotransnegatività. Un primato in Italia. Tra le novità, l’impegno a utilizzare un «linguaggio inclusivo» nei documenti istituzionali: i moduli dell’amministrazione, accanto alle caselle «maschio» e «femmina», dovranno introdurre l’opzione «altro». Una conquista di civiltà…

Bambole e supereroi

Un mese prima che Reggio Emilia ribattezzasse i bagni, a Forlì era divampata una polemica sul bando comunale triennale per la presentazione di progetti culturali. Il coordinatore cittadino di Forza Italia, Fabrizio Ragni, aveva lamentato: «Tra le finalità del bando c’è la promozione di tematiche e linguaggi della cultura lesbica, gay, bisessuale e transgender. È un’ipoteca sulle attività culturali dal 2019 al 2021». D’altronde, a novembre 2018 Forlì si era fatta già notare per il ciclo di letture nelle biblioteche pubbliche, che doveva offrire ai bambini tra i 7 e i 10 anni una visione «positiva su ruoli e modelli di genere». Sarà anche per questa mania gender che la ex roccaforte rossa, alle amministrative di giugno, è passata a un sindaco leghista, Gian Luca Zattini.

È rimasta al centrosinistra di Giorgio Gori, invece, Bergamo. Dove, a febbraio, il portale dei servizi per l’infanzia del Comune aveva pubblicato una riflessione dal titolo Rosa o azzurro? Lo scopo era dimostrare quanto i genitori sbaglino a regalare alle ragazzine i giocattoli da femminuccia e ai ragazzini quelli da maschietto.

A vostro figlio piace Spiderman, mentre vostra figlia preferisce le Winx? Non li assecondate. Secondo gli esperti del Comune di Bergamo, certe scelte alimentano «una visione ipersemplificata in cui le mille sfumature di una persona vengono ridotte e incasellate nel binomio maschio/femmina». Ecco. Non vorrete mica ridurre i vostri bambini al tremendo «stereotipo» del «binomio maschio/femmina»? Pochi giorni prima, a Parma era spuntato lo «sportello d’informazione sulle tematiche Lgbt». Naturalmente, con il patrocinio del Comune, guidato da Federico Pizzarotti. L’iniziativa era dedicata a chi, nella galassia arcobaleno, desiderasse ottenere informazioni anche «in materia di procreazione medicalmente assistita» e «adozioni». Eppure, la legge esclude il ricorso alla procreazione assistita per le coppie omosex e, ufficialmente, pure le adozioni gay. Difatti, il comitato Difendiamo i nostri figli aveva denunciato come, «con il pretesto della lotta alla discriminazione», il Comune di Parma favorisse la diffusione di informazioni che «contrastano con la legge» o sono «volte alla sua elusione».

Il centrosinistra ha importato le bizzarrie arcobaleno pure ai piedi del Gran Sasso. A novembre, il Consiglio comunale di Teramo aveva approvato un regolamento gender friendy per istituire la consulta per le pari opportunità. L’obiettivo, come spesso capita in questi casi, erano gli studenti: «Sviluppare e promuovere interventi nel mondo della scuola, per rafforzare la soggettività docente di ogni identità sessuale, per educare le nuove generazioni al riconoscimento e alla valorizzazione della differenza di genere, eliminando gli stereotipi sessisti nella comunicazione scritta, orale e massmediale e favorendo la visibilità della cultura delle donne e del mondo Lgbt». I ragazzi non vanno mica a scuola per imparare la grammatica. Ci vanno per eliminare gli «stereotipi sessisti» dalla lingua italiana. Speriamo che, insieme agli stereotipi, non eliminino pure l’italiano.

Poi c’è chi, sulle tematiche Lgbt, investe i soldini del contribuente. Dal 24 ottobre al 3 novembre 2018, a Bologna si è svolto il XVI festival «Gender bender». L’amministrazione ha erogato 30.000 euro di finanziamento all’associazione Arcigay Il Cassero, che organizza la rassegna. D’altronde, quando c’è di mezzo un «messaggio di forte inclusione sociale delle differenze»…

Il bavaglio omosex

Il gender contagia anche le Regioni. In Emilia Romagna, dopo vari rinvii (uno determinato dall’ala cattolica del Pd, che aveva presentato un emendamento contro l’utero in affitto), a fine mese dovrebbe tornare all’ordine del giorno la legge contro l’omofobia. Una norma che, teme qualcuno, potrebbe trasformarsi in una subdola censura di chi non si conforma al dogma arcobaleno. È la perplessità che aveva espresso Elisa Rossini, presidente dell’Associazione genitori di Modena, parlando alla commissione per la Parità della Regione: «Vogliamo censurare le comunicazioni? Vogliamo stabilire che si può parlare solo in un certo modo? Vogliamo andare in questa direzione in un Paese democratico, in una Regione che si fregia di essere democratica?». L’Umbria, una legge simile, l’aveva approvata già nel 2017. E ora in lizza c’è la Calabria. Che ha il governatore rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e corruzione, una sanità disastrata, ma il gender come priorità. Approvata in commissione Cultura a gennaio, la legge contro l’omotransfobia s’è arenata in Consiglio. «Ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche», sospetta Gay.it. Dio le benedica…

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