Ai vari consigli, suggerimenti, lezioni, raccomandazioni, allarmi inviati a Giorgia Meloni a mezzo stampa con analisi e interventi degli ultimi giorni si è aggiunto ieri la predica epifanica di Romano Prodi vergata sulle pagine del Messaggero. Titolo: «L’occasione perduta del fenomeno migratorio». Riprendiamo alcuni passaggi del testo: «Il problema dell’emigrazione ha messo in crisi e sta sempre più mettendo in crisi la politica di tutti i Paesi democratici, finora incapaci di accordarsi nel preparare concrete e organiche risposte. Eppure le migrazioni sono un fenomeno costante della storia dell’umanità». E nell’incipit, Prodi ha scoperto che l’acqua è bagnata. Andiamo avanti: «In qualsiasi Paese democratico del mondo avanzato (indipendentemente dalla quantità effettiva del flusso migratorio) le elezioni si vincono schierandosi contro l’immigrazione». E il Pd lo sa bene visto che le ultime elezioni le ha perse, ma non solo per quel motivo lì. «Il governo del flusso migratorio non può limitarsi al dualismo tra accoglienza ad ogni costo o nessuna accoglienza, tra frontiere aperte o porti chiusi». Già, governare il flusso e non limitarsi solo ad aprire la porta, quindi perché nessun governo precedente aveva mai programmato tanti ingressi per lavoro mediante i decreti flussi?
Prodi non se lo chiede ma punta invece il dito sull’«estremismo con cui il problema viene affrontato», sul «radicalismo» che «sta mettendo in pesante difficoltà gli stessi partiti conservatori» e poi cita il caso di Afd in Germania, la sconfitta di Mark Rutte in Olanda ed Emmanuel Macron che «con la sua proposta di ridurre le richieste d’asilo e rendere più rapida l’estradizione, ha perso appoggi sia a destra che a sinistra». Insomma, secondo l’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione Ue, «di fronte al fenomeno migratorio, non solo le opinioni più aperte in materia si sono indebolite, ma la stessa destra tradizionale, pur severa contro gli immigrati, sembra essere diventata obsoleta». Mica la sinistra in Italia o i socialisti in Europa, no, la destra tradizionale.
Poi invoca una «politica condivisa», un «progetto comune» in Europa – esattamente quello che ha chiesto Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen nel primo anno di governo – e contesta le «proposte nazionali, pur velleitarie e inefficaci, ma sempre più ostili al fenomeno migratorio». A Prodi non va bene la proposta inglese di trasferire verso il Ruanda il flusso dei richiedenti asilo, né quella italiana verso l’Albania «perché gli emigranti vengono utilizzati come merce elettorale da entrambe le sponde dell’Adriatico». E, infine, la morale: «Continuare con l’estremismo della politica anti immigrazione, unita ad una comunicazione che non fa che alimentare la paura senza una progettazione concreta dei bisogni e delle possibili risorse che l’immigrazione ci offre, rende il problema senza soluzione e impedisce perfino di valutare in modo oggettivo i costi e i benefici che l’immigrazione è in grado di portare alla nostra economia». Arrivato alla fine del lungo commento, al lettore resta una domanda. E quindi? Quale soluzione alternativa propone Romano Prodi? Quale piano capace di convincere l’Europa a una maggiore condivisione del problema suggerisce alla Meloni? Nessuno, niente, nisba.
Ma il punto ci pare un altro. Il punto è che prima di criticare – senza offrire soluzioni alternative – il governo Meloni per come sta gestendo il fenomeno migratorio, il professore bolognese dovrebbe riflettere su chi l’ha davvero persa quell’occasione. E quindi guardarsi allo specchio. O quantomeno andarsi a sfogliare l’album dei ricordi della sua poliedrica carriera e ripercorrere con la memoria il periodo del suo incarico di inviato speciale dell’Onu nel Sahel, nominato dall’allora segretario Ban Ki-moon nel 2012. Il Sahel è una vasta area geografica che attraversa l’Africa da un capo all’altro, toccando una decina di Paesi lungo la sua sterminata fascia desertica. Parte dal Senegal e si spinge fino alla Somalia, un’area cuscinetto da cui passano traffici internazionali di esseri umani e di droga in direzione Europa. Il piano di Prodi aveva individuato diversi settori (infrastrutture, sviluppo agricolo e irrigazione, energia, formazione professionale e sanità) e per ognuno di essi una serie di azioni e progetti da realizzare grazie alla creazione di un Fondo per lo sviluppo del Sahel. Il problema è che con il suo piano ha «incoronato» la Francia come coordinatrice delle operazioni degli altri Paesi Ue in cinque aree del Sahel, ovvero Mauritania, Burkina Faso, Niger, Ciad e soprattutto Mali. Il ruolo mirava sulla carta alla condivisione con le Forze armate e le intelligence europee di informazioni fondamentali per la lotta al terrorismo e i tentativi di contrastare l’immigrazione di massa. Solo sulla carta, però. Il problema è che negli ultimi anni la Francia ha poi perso terreno in queste zone.
In pochissimo tempo l’infiltrazione russa in Mali, Burkina Faso e in Mauritania è riuscita a scalzare i francesi e a imporre all’intera Unione europea di ritirare le truppe. Oggi almeno due dei cinque Paesi sono guidati da militari direttamente sostenuti dai mercenari russi del gruppo Wagner e un terzo, il Niger, è sotto forti pressioni cinesi. Insomma, è saltato l’intero schema di controllo europeo sul Sahel. Aver delegato ai francesi che poi hanno fallito non giustifica le amnesie di Prodi. Quanto accade nel Sahel è come un’onda che poi arriva a sbattere sulle coste dell’Europa. Quindi direttamente contro il nostro Paese.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >