Curacasao contro Germania ai mondiali 2026 (Ansa)
La kermesse iridata sin qui ha deluso: aumentare a tutti i costi il numero di squadre ha creato partite inutili, come quella in cui i tedeschi hanno asfaltato 7-1 Curaçao. Il gioco si ferma se c’è uno spot in tv e la Fifa indaga un arbitro per razzismo immaginario.
«Dai ricominciamo, perché perdiamo altro tempo?». Joshua Kimmich ha fretta, i suoi compagni sono tutti a centrocampo dopo il cooling break (loro lo interpretano così) nello stadio di Houston e non vedono l’ora di sbranare il Curaçao.
La Germania sta 1-1, risultato che non si può leggere sul tabellone. Per questo dopo aver bevuto un sorso d’acqua Kai Havertz, Jamal Musiala e gli altri friggono per ripartire all’attacco. Ma l’arbitro marocchino Jalal Jayed li ferma e spiega loro che in realtà quella è una pausa pubblicitaria «e gli spot devono durare almeno tre minuti». Fino a quando non sono finiti lui non fischia. Nella ripresa si replica.
Stupore fra gli atleti, benvenuti al Circo America. La Germania poi dilaga (7-1) contro una squadra da oratorio come tante altre nel mondiale a 48 voluto dal presidente Fifa, Gianni Infantino, dove fino agli ottavi di finale ci sarà il rischio altissimo di assistere a uno show da baraccone nel quale il calcio è rappresentato a malapena dal pallone che rotola. Ma è l’inclusione, bellezza, nel cui nome viene perpetrata qualsiasi stravaganza extralarge. A proposito di break pubblicitari mascherati da hydratation, l’ideona è stata stigmatizzata da Jurgen Klopp e massacrata da Thierry Henry che su Fox Sports ha commentato: «È come interrompere una sinfonia a metà “crescendo” perché gli inserzionisti vogliono far sentire il loro jingle». Nel frattempo si scopre che nell’intervallo della finale, il 19 luglio, la pausa sarà di mezz’ora per mandare in scena uno show con Shakira e i Coldplay. E i calciatori a pascolare negli spogliatoi.
Per rimanere a Houston, la prima feroce e insulsa polemica politica è quella del varista australiano Shaun Evans. Nessuna bussata, semplicemente nella foto ricordo scattata in diretta lui si è fatto immortalare mentre fa «ok» con la mano capovolta tenuta lungo il fianco destro. Problemi? Eccome. Secondo i sempre occhiuti custodi del politicamente corretto trazione woke il gesto sarebbe riconducibile al simbolo del «white power», associato a gruppi suprematisti bianchi. Lezione per il futuro: meglio tenere le mani in tasca o ficcarsi le dita nel naso in mondovisione.
Si è subito scatenata la polizia del karma, molesta almeno quanto la Ice trumpiana. «Secondo i nostri esperti il gesto è una provocazione, designato come simbolo di odio dall’Anti-Defamation League di New York nel 2019», ha dichiarato la Fare, l’organo calcistico che monitora cori, bandiere e richiami razzisti. Con la sentenza immediata, mutuata dalla corte suprema dei social: «Il gesto è neonazista, questo arbitro non dovrebbe avere alcun ruolo ai mondiali». La Fifa ha aperto un’inchiesta e mister Evans rischia di essere rimandato a casa per razzismo, eventualmente a sua insaputa. Dopo l’arbitro somalo fermato per terrorismo, ecco l’australiano sulla graticola per suprematismo. Oggi l’America dei fantasmi è questa, anche l’ok è da criminali.
Tornando in campo, da segnalare due partite vere, Olanda-Giappone e Brasile-Marocco. Finora non pervenuti clamorosi svarioni arbitrali all’italiana. Per il resto un luna park per nottambuli enfatizzato a dismisura da giornali e tv, con qualche certezza ancestrale: la Turchia di Vincenzo Montella avrebbe bisogno dell’acquasanta che Giovanni Trapattoni teneva in tasca nel 2002, Christian Pulisic si è riposato per quattro mesi con la maglia del Milan e Jonathan David non segna mai. Fra gli sbadigli dei puristi, per fortuna non mancano le divagazioni extracampo.
Anche questo fa parte del Mondiale nella fase «cortile di ricreazione», in attesa che entri in scena il calcio. «E come disse Atahualpa o qualche altro dio descansate niño che continuo io» (Paolo Conte). Finora hanno impressionato il Marocco per impianto di gioco (la conferma di quattro anni fa) e gli Stati Uniti per orgoglio e preparazione atletica. Un po’ meno la Spagna, che ieri nel tardo pomeriggio s’è fatta impaludare sullo 0-0 da Capo Verde. Il Brasile sembra sempre alla ricerca di se stesso e Carlo Ancelotti è già sulla graticola; esaurito il filone dei fenomeni (Kakà, Ronaldinho, Roberto Carlos, Ronaldo) rimangono i geometri alla Paquetà più qualche giocoliere di talento alla Vinicius Junior (gran gol al Marocco).
Il fantasista ci aiuta a entrare in un altro padiglione colorato del Circo America, quello degli obblighi, delle restrizioni e della felicità plastificata. Nell’intervallo della prima partita, proprio lui si è rifiutato di rispondere alle domande di una tv. Il giornalista lo ha rimproverato, pure a ragione: «È un obbligo previsto dal contratto, rischi di pagare una multa». Vinicius: «La pago, ma nessuno mi obbliga a dire qualcosa che non voglio». Più o meno sullo stesso livello di empatia con gli organizzatori è il ct dell’Uruguay, Marcelo Bielsa detto el Loco, che si è rifiutato di fare la bella statuina in favore di telecamera per lo spot all’allegria planetaria. È rimasto con il volto cupo e lo sguardo terreo, furibondo perché il suo team non è potuto partire per Miami (dopo tre ore di attesa sotto la scaletta dell’aereo) dove oggi gioca con l’Arabia Saudita. La Fifa non ha inoltrato la documentazione richiesta dal governo americano e gli addetti alla frontiera l’hanno bloccato. Morale: gli uruguagi arrivano a destinazione a poche ore dall’inizio della partita.
Ultima curiosità: nelle interviste è vietato parlare spagnolo. Ashraf Hakimi, che stava rispondendo a un giornalista messicano, è stato fermato dal rigore procedurale: «Per favore solo inglese». Identico disguido per l’olandese Frenkie De Jong (che gioca nel Barcellona). «Lo capisco e non mi disturba», ha scherzato chiedendo al giornalista di continuare. Ma è stato costretto a rispondere in inglese. Bagattelle per un massacro d’immagine.
Con questi precedenti già possiamo immaginare il delirio della Coppa del Mondo 2030, che verrà giocata in sei Paesi diversi di tre continenti: Spagna, Portogallo, Marocco, Argentina, Uruguay, Paraguay. Il gigantismo di king Infantino non ha limiti, dopo sei giorni il Mondiale sembra Giochi senza Frontiere ma sono in pochi a eccepire. Tutti leoni da scendiletto, tutti a struggersi per la frase sull’allargamento a 64 squadre «così forse si qualifica anche l’Italia». Fin qui ci sembra l’uscita più innocua del presidente calvo rispetto agli altri scempi. Le battute hanno senso solo quando a farle siamo noi?
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Andrea Morniroli e Anna Frattini (Imagoeconomica)
L’assessore dem del comune lombardo riceve una piccola somma in campagna elettorale da un’associazione messa in piedi dal Forum Disuguaglianze, poi affida un gara a una cooperativa partenopea che era gestita da uno dei fondatori del Forum stesso.
Certi amori non finisco, fanno giri immensi e poi ritornano. Anno 2023, maggio. La città di Brescia va al voto. Vince il centrosinistra, guidato da Laura Castelletti. Tra i suoi candidati c’è anche Anna Frattini che, di lì a poco, diventerà assessore alle Politiche educative, giovanili, pari opportunità e sostenibilità sociale del Comune di Brescia. Non è il suo primo turno in politica. Aveva già corso nel 2014 per il Consiglio di quartiere, e poi nel 2018, senza però essere eletta in Consiglio comunale. Nel 2023, per la propria campagna, Frattini viene sostenuta anche da «Ti candido - Il potere della democrazia», che la finanzia con 650 euro, come si può vedere dalla dichiarazione resa dallo stesso assessore.
Che cos’è «Ti candido»? È un progetto, legato al Forum delle disuguaglianze, che, dal 2019, sostiene «in modo concreto candidature popolari, innovative, collettive». Si legge infatti sul sito di «Ti candido»: «Siamo ponte tra le nuove forme di attivismo e la distanza verso le istituzioni, investiamo in formazione, con scuole e residenze». Benissimo, le donazioni in sé non sono un problema. Tra l’altro si tratta pure di pochi spicci. Poi però accade qualcosa di singolare.
Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 si assiste a diverse aggressioni da parte di baby gang, quelle per cui il Comune chiederà la stesura di un report all’università cittadina, in piazza Vittoria. C’è un’emergenza (che poi verrà negata dalla stessa giunta) e va affrontata. Si scontrano due visioni diverse nel gestire questo problema. L’opposizione chiede maggiori controlli e una presenza massiccia della polizia locale. La maggioranza, invece, sostiene un’altra linea: quella della prevenzione e dell’inclusione sociale. È, in particolare, la linea dell’assessore Frattini, che sceglie la cooperativa Dedalus, con sede a Napoli quindi non propriamente vicina, il cui socio e amministratore, fino a dicembre 2025, era Andrea Morniroli, uomo di Elly Schlein e oggi assessore alle Politiche sociali e alla scuola in Campania. Ma non solo. Perché Morniroli è anche membro dell’assemblea del Forum delle disuguaglianze, la stessa associazione che sostiene il progetto «Ti candido». Il Comune di Brescia, quindi, con affidamento diretto dell’assessore Frattini, sostiene un’iniziativa di 10.370 euro in favore della cooperativa Dedalus.
Nella rendicontazione, che La Verità ha potuto visionare, si legge che la cifra è stata erogata per «due incontri online di confronto e co-progettazione con l’Amministrazione Comunale nelle giornate del 29/10/2024 - 17/01/2025; due incontri in presenza a Brescia, di cui uno con le parti sociali e i diversi attori pubblici e privati coinvolti nell’iniziativa nelle giornate del 16/12/2024 - 13/02/2025. Inoltre, sono state impiegate sei giornate; per lo studio dei materiali forniti dall’Amministrazione come base per definire l’idea progetto (documento su “Amministrazione condivisa”, relazioni su monitoraggio dei fenomeni presenti in piazza, questionari rivolti ai commercianti, ecc) per la stesura delle due note allegate: la prima di report dell’incontro del “16 dicembre”, la seconda contenente alcune “note conclusive e prime indicazioni sui modelli di governance” da utilizzare per lo sviluppo dell’iniziativa». Un po’ poco per fermare la criminalità in città.
Ora, al di là del progetto in sé, pensato per «contrastare il fenomeno dei Neet, cioè i ragazzi a rischio di esclusione sociale che né studiano né lavorano», viene da chiedersi come mai il Comune di Brescia abbia voluto scegliere proprio una cooperativa così distante dal territorio. E, pure, per un progetto così poco risolutivo, visti anche i recenti casi di cronaca a Brescia.
C’entrerà forse il sostegno dato durante la campagna elettorale a Frattini? Oppure il fatto che Dedalus sia un’associazione impegnata politicamente? Basta andare sul suo sito per rendersene conto. Nell’homepage compare un articolo contro il ddl Valditara («una riforma che preoccupa») e un altro contro i Cpr («non creano sicurezza, alimentano diseguaglianze: sono di fatto strutture di detenzione amministrativa nelle quali persone che non hanno commesso reati vengono private della libertà personale, perché non sono riuscite ad avere un permesso di soggiorno, anche se lavorano o hanno famiglia sul nostro territori»).
Sia chiaro: non c’è nulla, sotto il profilo penale, che riguardi la scelta di Frattini di affidare il progetto a Dedalus e a Morniroli. Sul piano dell’opportunità, politica e di immagine, invece molto.
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Sette misure cautelari, cinque in carcere e due ai domiciliari, sono state eseguite nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma su una presunta cellula anarchica accusata di attività eversive. Secondo gli investigatori, gli indagati sarebbero responsabili dell’attentato del 14 febbraio 2026 alla linea Alta Velocità Roma-Firenze, realizzato con ordigni rudimentali.
L’azione ha provocato danni all’infrastruttura ferroviaria per circa 455mila euro. Il sabotaggio, insieme a un’azione analoga sulla tratta Roma-Napoli, sarebbe stato rivendicato online con riferimenti antimilitaristi e alle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026. Sono in corso perquisizioni in diverse città italiane. Le accuse sono formulate nella fase delle indagini preliminari e per gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.
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2026-06-16
La ricetta di Starmer: migranti a delinquere e lockdown notturno per i giovani inglesi
Keir Starmer (Ansa)
Divieto assoluto alle piattaforme per i minori di 16 anni. Richiesti documenti agli adulti. Elon Musk: «Questo è uno stato di polizia».
Il governo laburista delle proibizioni selettive in stile Keir Starmer sta cercando di mette al bando TikTok e Instagram dai 16 anni in giù per via legislativa.
Con una stretta dirigista vorrebbe bloccare lo scrolling infinito, impedire le connessioni criptate per aggirare i controlli, verificare l’età con riconoscimento facciale, documenti digitali e carte di credito.
Tutto in nome della salute mentale dei ragazzi. Ma con una particolarità: la severità scatta solo su alcuni fenomeni. A quattro anni, per esempio, i british baby devono poter decidere se cambiare la loro «attribuzione di genere» a scuola. «I social media», invece, «rendono i bambini e gli adolescenti più infelici, li espongono a molestie e abusi online e possono perfino danneggiare la loro salute mentale», ha dichiarato Starmer annunciando il divieto di accesso adolescenziale ai social. E visto che si tratta di ragazzi ha annunciato il provvedimento «per Natale».
Dopo il regalo sotto l’albero il premier prevede «di far entrare in vigore il divieto all’inizio del prossimo anno, probabilmente in primavera». E, così, per entrare su X, TikTok, Facebook, Snapchat, YouTube e Instagram, ci saranno più controlli che per entrare in Inghilterra. Ma il premier britannico ha spiegato che il governo è pronto anche a seguire il modello australiano, primo Paese al mondo ad aver introdotto il bando totale dei social ai minori di 16 anni. E non basta. Londra sta valutando ulteriori restrizioni per i ragazzi di 16 e 17 anni: un «coprifuoco digitale» dalle 20.30, limitazioni alle piattaforme di gioco online e il blocco dell’autoscrolling.
Quel meccanismo che, nelle parole di Starmer, produce un «costante attaccamento alla macchina» e impedisce agli utenti di smettere di consumare immagini e video. È il fenomeno del doomscrolling: il vortice di contenuti negativi che cattura soprattutto gli adolescenti. E che, secondo gli studi scientifici citati dal governo britannico, sarebbe collegato a disturbi del sonno e dell’alimentazione, al peggioramento del benessere mentale, alla crescita dello stress sociale e dell’ansia, fino alla depressione e alla vulnerabilità psicologica. Starmer, non senza scadere nell’ovvietà, ha affermato che «governare significa fare delle scelte (quelle che sull’immigrazione clandestina non riesce a fare, ndr)». E la scelta del suo governo è chiara: intervenire pesantemente sui comportamenti digitali dei ragazzi.
È la stessa filosofia che Londra ha già adottato sul fumo avviando la cosiddetta «smoke-free generation»: chi è nato dopo il 2008 non potrà mai acquistare legalmente sigarette nel corso della propria vita. Una proibizione permanente costruita per generazioni future che ancora non hanno raggiunto la maggiore età. Poi le sigarette elettroniche usa e getta. E ora i social. Ed è qui che emergono le incoerenze del governo a proibizione selettiva. Perché mister Labour sembra avere antenne sensibilissime su TikTok e Instagram, ma molto meno rigide quando il terreno diventa ideologico. Il vero punto debole della narrazione è legato alle grooming gang. Gli stupratori seriali che hanno abusato di migliaia di ragazzine inglesi mentre le istituzioni britanniche erano negazioniste. Oggi Starmer accusa i conservatori di non aver fatto abbastanza contro i danni provocati dai social network. Ma tra il 2008 e il 2013 era direttore del Crown prosecution service, l’ufficio del pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles. E proprio in quegli anni lo scandalo delle grooming gang travolgeva il Regno Unito. Solo nel 2025 il governo laburista, travolto dall’indignazione dell’opinione pubblica, si è deciso ad avviare un’inchiesta.
Naturalmente il Regno Unito non è isolato. La Francia di Emmanuel Macron vuole vietare i social agli under 15. La Spagna di Pedro Sánchez prepara restrizioni simili. E strette sono annunciate anche in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Anche in Cina esistono limiti al tempo trascorso online, restrizioni sui videogiochi e controlli sui contenuti. Ma dentro quella cornice finiscono anche censura, filtraggio ideologico e controllo dei comportamenti. E con la pandemia da Covid, l’Europa ha già dovuto sopportare metodi invasivi di sorveglianza e di controllo imposti dai governi. Compreso il coprifuoco. Che, però, nel caso Uk è digitale. E Starmer sembra essersi già fatto prendere la mano. «Il governo britannico chiarisce che gli adulti potranno continuare a utilizzare i social media verificando la propria identità tramite documenti digitali, riconoscimento facciale, passaporti e carte di credito». È il testo di un retweet di Elon Musk sulla sua piattaforma, accompagnato da questo suo commento: «Uk è uno stato di polizia». Poi, con i pochi caratteri consentiti da X, ha fornito la sua interpretazione di quella che ritiene «una legge sulla censura»: «È un lupo travestito da agnello. Il vero obiettivo è consentire al governo britannico di tracciare ogni persona».
Alla fine anche il Piano Starmer finisce inevitabilmente per ricordare la logica pandemica: sicurezza per tracciamento, tutela in cambio di controllo.
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