C’è una vicenda, poco conosciuta in realtà, che dura da più di due decenni e che vede la famiglia Benetton nel ruolo di moderni conquistadores. È quella che contrappone la facoltosa famiglia veneta ai Mapuche (letteralmente «popolo della terra»), una popolazione indigena della Patagonia, la regione che si trova nella punta meridionale dell’America Latina a cavallo tra Cile e Argentina. Ed è proprio la terra di cui si vantano di essere figli che i nativi cercano oggi di riconquistare a colpi di proteste, occupazioni e carte bollate. Una battaglia che impegna da anni i Benetton, maggiori azionisti di Atlantia, a sua volta controllante di Autostrade per l’Italia. La vicenda parte nel lontano 1991, quando i Benetton rilevano la Compañía de Tierras Sur Argentino, principale proprietario terriero della Patagonia. Si tratta di un’area immensa, con un’estensione di oltre 900.000 ettari, più o meno la superficie delle Marche. Oggi su quei prati pascolano oltre 230.000 capi di bestiame, che da soli forniscono il 10% della lana necessaria alla produzione di abbigliamento dell’azienda. Scopo dell’investimento, come si legge sul sito di Edizione (la holding di famiglia), è quello di «identificare, a livello internazionale, mercati promettenti e promuoverne lo sviluppo sostenibile in termine economici, sociali e ambientali».
Un affare azzeccato per i Benetton, dal momento che solo nel 2017 l’azienda ha generato ricavi per 20 milioni di euro. C’è un piccolo inconveniente, però, perché i Mapuche non ci stanno a interpretare il ruolo degli indigeni remissivi. Si battono per riprendersi quella terra che considerano loro, anche se chi l’ha acquistata può sfoderare un regolare contratto. Peccato che nell’idea di diritto di questo popolo gli affari non trovano posto, e la terra appartiene a chi la abita da secoli. Tra scorribande per spaventare le greggi, atti di vandalismo e piccoli attentati incendiari gli indios provano a dare fastidio ai nuovi padroni delle terre che ritengono essere state loro sottratte. E i Benetton come reagiscono? Alla maniera occidentale, ovviamente. Fallito un primo tentativo di mediazione, si passa dunque alle vie legali. Il governo appoggia silenziosamente gli industriali veneti inviando truppe e prendendo tempo, anche perché sa che la Costituzione dà ragione ai Mapuche. Gli scontri si fanno sempre più cruenti e la resistenza, in men che non si dica, si trasforma in guerriglia. Le forze di polizia iniziano a trattare i Mapuche più agguerriti alla stregua di facinorosi terroristi. E, com’è facilmente prevedibile, iniziano a contarsi le prime vittime.
Dopo quasi tre mesi dalla sua scomparsa, il 19 ottobre dell’anno scorso viene ritrovato il corpo di Santiago Maldonado, un ventottenne argentino che supporta la causa dei Mapuche. Le tracce di Maldonado si perdono il 1° agosto a Cushamen, nei pressi di El Bolsòn, a pochi passi dal confine con il Cile. Qui il giovane sta partecipando a una mobilitazione dei Mapuche contro i Benetton. L’autopsia accerta che il corpo non riporta segni di violenza e stabilisce che la morte è sopraggiunta per annegamento. Nonostante l’archiviazione, il caso presenta ancora degli aspetti poco chiari, tra i quali vi sono la scarsa profondità del fiume e la posizione del cadavere al momento del ritrovamento. Proprio nel giorno dei funerali di Maldonado, si svolge un’altra protesta, stavolta nei dintorni del lago Mascardi, vicino a Bariloche. Stavolta non si tratta di un’azione contro i Benetton, ma volta a difendere l’occupazione di un’area all’interno di un parco nazionale. Per cercare di disperdere i manifestanti, le forze dell’ordine sparano proiettili di gomma. Uno di essi raggiunge un organo vitale di Rafael Nahuel, che perde così la vita a soli 22 anni.
Nel corso del suo viaggio in Cile, a gennaio, anche papa Francesco ha solidarizzato con i Mapuche, riconoscendo che questo popolo ha subito «gravi violazioni di diritti umani». Dopo il crollo del ponte Morandi, un’altra pagina complessa nella storia dei Benetton.
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