Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Dopo i raid israeliani in Libano, in violazione al memorandum tra States e Teheran, i pasdaran annunciano la chiusura dello Stretto Vance, in Svizzera con Witkoff e Kushner per le trattative, smentisce: «Passate 55 navi». Tuttavia, il regime ora può alzare la posta.
Dovrebbero iniziare oggi i colloqui fra Usa e Iran in Svizzera, dopo l’accordo preliminare annunciato nei giorni scorsi. Il presidente americano, Donald Trump, già ha dovuto fare numerose concessioni a Teheran pur di non ritrovarsi ancora impegolato in guerra contro un avversario coriaceo alle elezioni autunnali di midterm.
Ora fatica a portare a casa la sua pace di compromesso. L’alleato israeliano ha infatti seguitato a mettergli i bastoni fra le ruote, proseguendo la campagna militare in Libano e spingendo ieri i militari iraniani a dichiarare ancora «chiuso» lo stretto di Hormuz, sebbene nelle prime ore non se ne siano visti segni tangibili.
È vero che nel tardo pomeriggio di ieri media israeliani come Channel 12 hanno annunciato che il premier Benjamin Netanyahu aveva «ordinato un cessate il fuoco» che però non esclude rappresaglie ad attacchi Hezbollah sulle truppe con la stella di Davide, né prevede un ritiro dal Libano del Sud. Hezbollah controbatteva, tramite un suo deputato al Parlamento di Beirut, Ali Fayyad, che «un cessate il fuoco è privo di significato finché Israele rimane nel Paese». Le forze israeliane hanno scatenato anche ieri attacchi aerei, con caccia e droni, su tutto il Libano, come risposta a lanci da parte di Hezbollah di «oltre 50 proiettili» (non specificando se granate o droni) sulle truppe ebraiche che occupano il Libano del Sud. Nella zona di Nabatieh, sono stati 16 i morti, più un soldato dell’esercito libanese colpito sulla strada Kfar Rumman-Nabatieh. Un altro soldato libanese è morto per ferite riportate a causa di un raid venerdì. Nel villaggio di Barish le bombe israeliane hanno ucciso una famiglia di quattro persone, padre, madre e due figli. Altri sette morti in un villaggio vicino a Sidone, mentre tre persone sono rimaste uccise ad Arab Salim, una a Deir Zahrani e un’altra a seguito dell’attacco di un drone a una motocicletta nella città di Dweir.
Sempre ieri un grosso lutto per il Libano è stata la morte, per gravi ferite da una precedente incursione israeliana, di una storica ambientalista del paese, Mona Khalil, 77 anni, che aveva dedicato la vita alla protezione delle tartarughe marine Caretta caretta che nidificano sulla costa libanese. Era stata ferita quando bombe israeliane avevano colpito la sua dimora, la «Casa Arancione», a Mansouri, vicino Tiro, da dove studiava e proteggeva le «sue» tartarughe. È in questo clima che Stati Uniti e Iran si preparano a difficili colloqui con la mediazione di Qatar e Pakistan. In Svizzera, al Burgenstock di Lucerna, sono già arrivati l’inviato speciale Usa Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, che aveva mediato per gli accordi di Abramo del 2020 fra Israele e alcuni Paesi arabi. Come confermato dalla Cnn, verranno raggiunti in queste ore dal vicepresidente JD Vance, che ha preannunciato: «Pianificheremo i colloqui quando arriveranno i rappresentanti del governo iraniano, del Qatar e del Pakistan». Anche la delegazione iraniana, guidata dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, e dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, sta arrivando a Lucerna, mentre il ministro dell’Interno pakistano Mohsin Naqvi, s’è recato a Teheran per sondare il regime sciita. Tuttavia il conflitto in Libano rischia di far saltare tutto. Netanyahu, che già avrebbe in sostanza trascinato Trump in guerra il 28 febbraio scorso, balenandogli la chimera di un cambio di regime una volta abbattuto l’ayatollah Alì Khamenei, individuato dalle spie del Mossad, cerca di condizionare ancora la Casa Bianca. Ma a Israele non conviene tirar troppo la corda, dato che la sua forza militare e la sua «profondità strategica», che non è geografica ma virtuale, si deve in larghissima parte al sostegno economico degli Usa. Esempio su tutti, lo scudo antimissile ebraico Iron Dome, finanziato da Washington e le cui munizioni, i missili intercettori Tamir, arrivano soprattutto da fabbriche americane. Per Trump, certo, il «sabotaggio» di Netanyahu è una iattura tale che contribuisce al crollo della sua popolarità. Secondo un sondaggio Ap-Norc divulgato ieri, ben il 65% degli americani disapprova la pasticciata gestione di «The Donald» della crisi iraniana che lui stesso ha scatenato. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha chiesto agli Usa di «adottare le misure necessarie» per fermare il conflitto israelo-libanese, altrimenti «l’accordo sarà compromesso». Dal loro comando militare, i pasdaran iraniani hanno ieri dichiarato di nuovo «chiuso» lo stretto di Hormuz a causa «delle violazioni da parte degli Stati Uniti degli impegni di cessate il fuoco e degli attacchi israeliani in Libano», ammonendo: «Le navi non s’avvicinino o la loro sicurezza è a rischio». Ieri non si notavano ancora segni di una chiusura da parte iraniana, come ha osservato Vance. Inoltre il comando americano Centcom, ribadendo che le forze aeronavali Usa nel Medio Oriente restano «vigili», ha riferito che 55 navi sono passate dallo stretto nella giornata di ieri. Per il portavoce del Centcom, capitano Tim Hawkins, «il traffico è regolare e le forze statunitensi monitorano la situazione per garantire che continui così». Ma da Mosca, il realistico commento del vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitry Medvedev rammenta al mondo che «Hormuz è la bomba atomica persiana e l’Iran la userà».
E poche ore dopo, il consigliere della Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohamad Mokhber, avverte che «se l’accordo resterà solo inchiostro sulla carta, anche i flussi di energia dal Medio Oriente si fermeranno».
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Begoña Gomez e Pedro Sanchez (Ansa)
Confiscato il passaporto di Begoña Gómez che è accusata di corruzione. L’opposizione: tra poco toccherà al premier.
Rinvio a giudizio per traffico di influenze, corruzione nel settore privato, appropriazione indebita e malversazione. Inoltre, confisca del passaporto, proibizione di lasciare il Paese e obbligo di comparire in tribunale ogni due settimane.
È stato un sabato nero per Begoña Gómez, moglie del premier spagnolo Pedro Sánchez, nei cui confronti il giudice Juan Carlos Peinado ha disposto anche le misure cautelari richieste dai pubblici ministeri privati, tra le quali le associazioni HazteOir, Iustitia Europa, il Movimento per la rigenerazione politica della Spagna, il partito Vox e il sindacato Mani pulite, che vogliono una condanna della signora a 24 anni di carcere.
Il Psoe ha subito reagito definendo le misure «eccessive, sproporzionate e ingiustificabili». Per il quotidiano El País si tratta di un provvedimento «senza precedenti nella recente storia democratica spagnola». Ma per il giudice la pena detentiva applicabile all’imputata va dai due ai sedici anni, e considerato che nel sistema penale spagnolo la sospensione è possibile solo se non supera i due anni di reclusione, ha calcolato il rischio di fuga per giustificare l’adozione delle misure cautelari di carattere personale. La sentenza di Peinado giunge al termine di quasi due anni di indagine (con tante ingerenze del Psoe) e dopo l’udienza preliminare di lunedì.
Tutte le parti avevano presentato le proprie argomentazioni e gli avvocati della signora chiedevano l’archiviazione del caso. Niente affatto, il giudice che sta affrontando il suo ultimo processo importante (il prossimo 27 settembre andrà in pensione), ritiene che ci siano «ragionevoli motivi per sospettare un atto criminale» compiuto dalla Gómez, per la quale vuole un processo con giuria (la sua decisione non è appellabile), e che sussista il rischio che tenti di «sfuggire alla giustizia». Poco importa che la moglie del premier viva a La Moncloa sotto scorta. «Non c’è dubbio che questi agenti, in un dato momento, di propria iniziativa o su ordine dei superiori, potrebbero essere proprio coloro che collaborano all’azione o alle azioni compiute per facilitarla», scrive il giudice nelle 84 pagine della sentenza.
I sindacati delle forze dell’ordine hanno risposto con sdegno alle parole del magistrato. «Non è successo e non succederà. Non c’è un solo agente di polizia che potrebbe aiutare la moglie del primo ministro a sfuggire alla giustizia», è stato uno dei messaggi di protesta comparsi ieri su X.
Peinado ha disposto gli stessi provvedimenti anche nei confronti di Cristina Álvarez, assistente di Gómez alla Moncloa, anch’essa indagata in questo procedimento giudiziario, e ha rinviato a giudizio per traffico di influenze e corruzione nel settore privato l’imprenditore Juan Carlos Barrabés. Era uno dei professori del master affiliato alla cattedra che Begoña Gómez co dirigeva all’Università Complutense di Madrid.
Nella sentenza, Peinado afferma che la moglie del premier «aveva approfittato della sua vicinanza al presidente del governo per promuovere la propria carriera professionale» in ambito universitario, e che proprio per il suo ruolo di first lady aveva «ottenuto un dialogo privilegiato con funzionari di un’università pubblica, con aziende sponsor e con enti del settore tecnologico, raccogliendo al contempo sostegno, finanziamenti, collaborazioni e appoggio istituzionale e imprenditoriale».
In casa socialista, ieri le proteste sono state tutte affidate ai social. Il ministro della Giustizia, Félix Bolaños, ha scritto su X: «Oggi è un giorno disastroso per tutti noi che crediamo nella giustizia», chiedendo: «Chi riparerà i danni causati?». Gli altri ministri hanno intonato una litania di «persecuzione ingiustificabile», «oltraggio assoluto», «decisione eccessiva e sproporzionata, più adatta a un processo politico che a un giusto processo contro una persona innocente».
Era l’aprile del 2024 quando Sánchez, dopo aver appreso dell’incriminazione della moglie, si prese «cinque giorni di riflessione», prendendo poi in giro gli spagnoli dicendo che restava al comando. «Per quanto si cerchi [...] non si trova alcun caso simile, poiché la condotta proveniente dai palazzi presidenziali, come in questo caso, sembra più tipica dei regimi assolutisti, fortunatamente ormai un ricordo del passato nel nostro Paese», ha scritto Peinado lo scorso aprile, quando propose di processare Gómez.
La signora Sánchez ha annunciato che presenterà ricorso, ma sono le mosse del premier a essere al centro dell’attenzione. Aveva intitolato la sua autobiografia Manuale della Resistenza, esclude le dimissioni ed è convinto di poter portare a termine il mandato ma è travolto dai casi giudiziari che coinvolgono la moglie, il fratello David Sánchez, il vertice del partito socialista accusato di corruzione.
Il leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo, è convinto che «presto sarà Sánchez» ad andare in prigione per corruzione e anche la sinistra spagnola sta cominciando a capire che il primo ministro è «la più grande minaccia alla democrazia».
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Il medico greco e il cantante pugliese tra grandi fan (con giudizio) della bevanda di Bacco. «Beatificata» anche da Santa Ildegarda.
«Felicità/ è un bicchiere di vino con un panino,/ la felicità…». Cuore e vino, la storia continua.
Due settimane fa abbiamo lasciato Noè - primo viticoltore e primo flebotomista della vigna ad estrarre il «sangue dell’uva» - con una domanda da un milione di euro: il vino fa bene o male al cuore? Riprendiamo l’argomento intonando l’inno alla gioia versione Romina Power e Al Bano. Il cantante pugliese produce due milioni di bottiglie nella Tenuta Al Bano Carrisi di Cellino San Marco, in terra salentina. Tra le etichette, guarda caso, spicca Felicità, un Salento bianco Igp ottenuto per il 70% da uve di Sauvignon Blanc e il 30% di Chardonnay in vendita in Internet sui 16 euro. Ovvio che Al Bano sia un supporter del vino, ma lo fa con giudizio, non da ultras. In una recente intervista al periodico dei sommelier Ais del Veneto, ha sottolineato: «Il vino è come una medicina: con la giusta dose tu vivi bene, ma con la dose sbagliata ti freghi il fegato. Il vino è un regalo di Dio: non puoi mai abusarne altrimenti si vendica». Parole sante, già dette dallo scienziato greco Ippocrate, padre della medicina, 2.500 anni prima di Al Bano. Comunque l’invito alla moderazione torna ad onore del cantavignaiolo brindisino.
Ippocrate considerava il vino un pharmakon, un farmaco, raccomandando di usarlo con saggezza: «È una bevanda portentosa, ma va preso nella giusta misura». Per lui era un toccasana multiterapeutico: era l’alcol per disinfettare le ferite, il paracetamolo per ridurre la febbre, il Lasix per eliminare le tossine con la pipì. Il vino ippocratico mescolato con miele ridava vigore al convalescente, era un tonico per il cuore. Rosso, ricco di tannini, alleviava gli afflitti da cacarella gastrointestinale. Il padre della medicina usava il vino come «veicolo» per portare all’interno dell’organismo gli estratti delle erbe medicinali, utili a guarirlo, macerate nello stesso. Non è forse quello che fanno i farmacologi d’oggidì che sfruttano i nanovettori lipidici per veicolare i farmaci nelle parti del corpo dove devono agire?
Ippocrate predicava di usare il vino con buon senso e, a seconda dell’età, in modi diversi. Prima regola, mai puro, ma mescolato con acqua, miele, spezie, erbe. Seconda: niente vino ai giovani che di energia ne hanno da vendere. Allentava le redini per anziani, malinconici, freddolosi e filosofi. Non dimentichiamo che negli ambienti intellettuali dell’antica Ellade era di moda il symposión, parola che significa «bere insieme». Non erano bevute d’osteria, ma intrattenimenti colti, raffinati, praticati da menti superiori: cittadini liberi della polis, politici (pensate agli attuali e immaginate esattamente il contrario), artisti e filosofi. Platone scrisse un dialogo intitolato Symposión nel quale fa discutere sull’amore Socrate che beve vino senza mai perdere la lucidità, acquistando, anzi, in loquacità e acume.
C’è da precisare che il vino nei simposi circolava nelle coppe abbondantemente annacquato: quanta H2O si dovesse aggiungere al nettare di Dioniso nel cratere collettivo lo decideva il simposiarca, ma era sempre un bel po’ di acqua in modo di non permettere al vino di ottundere la mente. Al symposión partecipavano flautisti ed Hetaìrai, le etere, donne colte, dotate di arguzia e cervello fino che offrivano, così lasciò detto Demostene, «il piacere dello spirito». E, diciamolo, il brivido della sensualità.
Nel II secolo prima di Cristo, l’Ellade finisce nelle fauci di Roma. «Graecia capta ferum victorem cepit», scrive Orazio in una delle sue Epistole, «et artes intulit agresti Latio»: la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore e introdusse le arti nel Lazio contadino. Traduzione migliore: nella terra dei bifolchi. Non solo la Grecia capta introdusse nell’Spqr le arti, ma anche la letteratura, la filosofia, il teatro. E il vino. Lo dimostrano ancora oggi alcuni vitigni del sud che affondano le radici nella Magna Grecia o le allungano fino al Pelopponeso: Greco, Primitivo, Negroamaro, Aglianico (deriva da Ellenico?), Fiano… Sia i Greci che i Romani consideravano un barbaro ubriacone chi beveva vino puro. Sia i primi che i secondi allungavano il nettare di Dioniso (Bacco) con acqua calda d’inverno e fredda d’estate secondo i precetti di Ippocrate e di Galeno, medico greco con passaporto romano vissuto nell’Urbe nel II secolo dopo Cristo. Nei banchetti romani a decidere la quantità d’acqua che stemperava il vino era il magister bibendi, erede del simposiarca.
I Romani di allora somigliavano molto, quanto a concretezza e senso degli affari, ai milanesi di adesso: appresa l’arte di fare il vino, non lo mescolarono soltanto con l’acqua nel cratere e nelle coppe dai quali i Greci attingevano cultura, poesia e filosofia, ma secolo dopo secolo, tra la res publica e l’impero, trasformarono quell’arte in agronomia, in viticoltura specializzata grazie agli scritti sull’agricoltura di Catone, Varrone e Columella: tanta conoscenza agraria con l’occhio rivolto agli ettari vitati, al torchio, alla cantina e al fatturato. Se in Grecia il vino filosofava, a Roma generava profitto e democrazia. In Grecia beveva vino la crema della società, a Roma tutti, dall’imperatore all’ultimo schiavo. È vero che non c’era paragone tra il vino dei convivi dei patrizi, dei senatori e dell’augusto signore con quello versato nei pocula delle tabernae e delle thermopolia, le osterie della romanità. Nei primi venivano serviti Falernum, Caecubum o altri vini di pregio, ma plebei, legionari e schiavi s’accontentavano del loro vino quotidiano, d’infimo pregio, ma distributore di illusioni: il posca, praticamente acqua e aceto, il lora ottenuto pressando gli ultimi succhi delle vinacce innaffiate d’acqua. Questo è resistito fino a qualche decennio fa nel mondo della civiltà contadina col nome di «vin piccolo». Per avere un’idea di quanto sangue d’uva circolava nell’impero, basti pensare ai milioni e milioni di anfore vinarie e ai milioni e milioni di ettolitri trasportati dalle navi onerarie in tutti i porti del Mediterraneo. Un Mare nostrum di vino.
Galeno, medico di corte dell’imperatore Marco Aurelio, come Ippocrate, considerava il vino alimento salutare. I suoi scritti influenzarono la medicina e l’enologia fino a medioevo inoltrato. Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), suora, teologa e mistica innalzata agli altari da papa Benedetto XVI nel 2012, fu colei che inventò il «vino del cuore», una bevanda medicinale preparata con vino rosso, prezzemolo, miele e aceto bolliti insieme. Garantiva la badessa tedesca che la mistura presa tre volte al giorno per una quindicina di giorni fortificava il muscolo cardiaco, faceva correre il sangue nei vasi e preveniva i disturbi al cuore. Se vi scappa da ridere, non fatelo. Non solo il «vino del cuore» di Santa Ildegarda si usa ancora, preparato in casa o venduto nelle erboristerie e nelle farmacie con angolo natura, ma in Germania un’associazione che porta il nome della santa monaca diffonde e difende i suoi insegnamenti: «La medicina di Santa Ildegarda è eccezionale, in quanto trasmessa all’umanità direttamente da Dio. Ildegarda ricevette il compito dal Signore di annotare quello che vedeva nelle sue visioni e di portarlo a conoscenza degli uomini». Insomma, la mistica anticipò di quasi 900 anni il paradosso di Serge Renaud e Michel de Longeril, i ricercatori che sostennero alla vigilia del 2000 che il robusto vino rosso grazie al resveratrolo, polifenolo con qualità antiossidanti e antinfiammatorie, è un protettore cardiovascolare. A differenza dei due scienziati francesi, Sant’Ildegarda ha finora evitato gli strali dell’Organizzazione mondiale della sanità che confuta il paradosso sostenendo che è statisticamente sbagliato e sconsiglia assolutamente il consumo del vino.
Il vino, dunque, ha santi in calendario che sostengono che un cuore ce l’ha se bevuto con moderazione. «E ha anche un’anima», garantisce il patron della Masi, Sandro Boscaini, Mister Amarone. «Il cuore è la porta della dimensione più profonda dell’uomo: l’anima».
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Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Lo stilista americano con base a Milano: «Penso che il miglior design nasca dal dialogo continuo tra lavoro manuale e creatività. Il vostro Paese mi ha mostrato che l’eccellenza non è il risultato di una scorciatoia ma è disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli».
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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