In Ucraina sono sparite armi per un miliardo di dollari, pari al 59% del valore totale degli aiuti militari partiti da Washington. Il dato imbarazzante emerge da un rapporto riservato del Pentagono, che ha aggiornato a inizio anno le statistiche sui controlli effettuati dall’Ispettorato della Difesa. Forse non a caso, dieci giorni fa, il Congresso Usa non ha sbloccato le richieste della Casa Bianca di nuovi aiuti militari per Kiev. Il tutto mentre anche in Europa cresce la disaffezione per la crisi ucraina e aumentano le pressioni sul presidente Volodymyr Zelensky perché negozi una pace con la Russia di Vladimir Putin.
Il documento stilato dal Pentagono che rischia di far vergognare il governo di Kiev, già squassato da una serie di casi di corruzione, è il «Rapporto di valutazione dell’Ispettorato generale Difesa», datato 10 gennaio 2024. Sono un centinaio scarso di pagine piene di cifre e diagrammi, in buona parte coperti da omissis, e frutto di un meticoloso lavoro di controllo svolto dalle forze americane anche sul campo. Nelle conclusioni si legge che al 2 giugno 2023 erano state date all’Ucraina armi per 1,7 miliardi di dollari (su una tranche complessiva da 9), ma purtroppo un miliardo è svaporato per uso «delinquent», che ad essere gentili si potrebbe tradurre con «negligente». Vuol dire che il 59% (in valore) dei missili e dei sistemi antiaerei e anticarro forniti dagli Stati Uniti all’Ucraina è sparito oppure è stato rubato. Dopo una serie di controlli eseguiti dopo il primo anno (la guerra è scoppiata il 24 febbraio 2020), il tasso di «sparizione» è calato del 27%, anche perché è stata in parte limitata la grande confusione dei primi mesi in cui era piombata la Difesa di Kiev, almeno secondo gli ispettori del Pentagono. Dopo un anno, insomma, il tasso di irregolarità sulla registrazione delle armi arrivate da oltre Oceano sarebbe calato dall’87% al 56%, sempre secondo il rapporto Usa.
Senza entrare troppo nei particolari, gli ispettori della Difesa americana spiegano che la madre di tutti i problemi è la mancanza di un corretto inventario dei sistemi di difesa da parte della controparte ucraina, che in molti casi non ha utilizzato a dovere i numeri di matricola e di serie dei singoli armamenti. Identica negligenza si sarebbe manifestata nella comunicazione periodica dei numeri di serie delle armi perse in battaglia, con il risultato che spesso non è stato possibile aggiornare il conto reale delle perdite e monitorare con precisione l’arsenale rimasto.
Va detto che purtroppo non è la prima volta che emerge un problema del genere nelle forniture di aiuti militari a Kiev. Lo scorso 16 settembre, per esempio, un precedente rapporto del Pentagono denunciava che le armi e le munizioni che i soldati Usa stanno muovendo attraverso l’Europa per trasferirle in Ucraina rischiavano di essere rubate, o di andare perdute, perché le misure di sicurezza non vengono osservate in modo efficace dall’Ucraina. In quell’occasione, gli ispettori avevano puntato il dito in particolare contro una base logistica in Polonia, ma non erano filtrati numeri, a differenza di oggi. Anche questo, forse, è un segno di un’irritazione crescente di Washington.
Anche vista dall’Europa, la guerra in Ucraina comincia a stancare. L’Unione europea ha in rampa di lancio un nuovo pacchetto di aiuti da 50 miliardi, sul quale è stata piegata, non senza fatica, anche l’Ungheria di Viktor Orbán. L’utilizzo corretto di tutti questi fondi, ovviamente, comincia a essere un problema anche per Bruxelles e per l’opinione pubblica europea, specie a pochi mesi dalle elezioni. In Italia iniziano a smarcarsi anche alcuni giornali prima entusiasti dell’impiego della Nato e dell’eroismo di Zelensky, il presidente in mimetica. Ieri, per esempio, sul Corriere della Sera un euro-entusiasta come Federico Fubini ammetteva: «Purtroppo meno chiara è oggi una definizione realistica di vittoria per l’Ucraina. […] Il disegno iniziale di Zelensky prevedeva la riconquista di tutti i territori occupati fino ai confini stabiliti nel 1991 e puntava implicitamente su una disfatta russa per provocare la caduta di Putin». L’editorialista concludeva che «questo scenario oggi non è più credibile» e che «lo stallo raggiunto dal conflitto lo fa somigliare alla Prima guerra mondiale».
È appena il caso di osservare che questo «stallo» è ben visibile da almeno un anno e che tutti gli analisti considerano da tempo impossibile che l’Ucraina recuperi tutti i territori occupati dai russi. Solo che chi osava sostenere tesi del genere, anche di puro buon senso e di minima libertà rispetto alla propaganda, era accusato di essere un nemico della Nato e un fiancheggiatore di Putin.
Il fatto che l’Ucraina si sia fumata armi americane per un miliardo di dollari fa anche riflettere sulle proteste di questi giorni dei contadini europei contro il prossimo Piano agricolo comunitario e contro l’esoso Green deal. Difficile spiegare ai gilet verdi che non c’è qualche miliardo per rendere sostenibile l’agricoltura senza mettere in ginocchio le loro aziende. Miliardi che invece ci sono per la guerra.
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