Il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha informato il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, e il capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamal, del sì del gruppo jihadista palestinese alla proposta dei due Paesi arabi per un cessate il fuoco. Lo riferisce Hamas, il cui leader – ha fatto sapere il ministro degli Esteri iraniano – ha aggiunto che «la palla è in mano» a Gerusalemme. Un funzionario israeliano ha commentato: «In attesa di dettagli sull’annuncio di Hamas. Esaminere mo la risposta di Hamas. E cercheremo di capire cosa Hamas ha accettato e cosa no». Per la radio dell’esercito israeliano, «Hamas ha effettivamente approvato una proposta egiziana ammorbidita che è inaccettabile per Israele».
Lo sviluppo arriva dopo una giornata ad alta tensione, iniziata all’alba con le Forze di difesa israeliane (Idf) che hanno avviato l’evacuazione dei civili palestinesi da Rafah verso i campi profughi nelle aree di Khan Yunis e al-Mawasi, dopo il lancio di volantini che invitavano la popolazione ad allontanarsi. Dopo la riposta positiva di Hamas (forse) tutto può cambiare, come ha spiegato un alto funzionario israeliano, che ha parlato con Ynet: «Tutto è reversibile, se Hamas accetterà un accordo i preparativi per l’attacco a Rafah potrebbero essere fermati». L’Idf ha specificato che si tratta comunque «di un’operazione di portata limitata mirata a spostare circa 100.000 persone». In tal senso è possibile che non si arrivi comunque a un’invasione di massa, ma a una serie di azioni mirate alla ricerca degli ostaggi e alla cattura dei capi militari di Hamas, Yaya Siwar e Mohammed Deif.
Non entrare in massa a Rafah accontenterebbe l’amministrazione americana, contraria a un attacco su larga scala, come ribadito ancora ieri da Joe Biden a Benjamin Netanyahu, e lo stesso vale per la Francia, l’Inghilterra, l’Egitto e l’Arabia Saudita, che resta sullo sfondo delle trattative in prospettiva di un accordo con Israele. Hamas attraverso Al Jazeera ha fatto sapere che «l’operazione di terra a Rafah non sarà un picnic per le Forze israeliane. La nostra coraggiosa resistenza, guidata dalle Brigate al-Qassam, è pienamente preparata a difendere il nostro popolo». Poi il gruppo jihadista ha lanciato un appello alla comunità internazionale «ad agire con urgenza per fermare l’incursione di Israele, che minaccia le vite di centinaia di migliaia di civili» i quali, va ricordato, sono usati da Hamas come scudi umani.
A proposito di questo, l’Unrwa si è rifiutata di evacuare una zona di guerra: si tratta della prima volta nella storia che un’agenzia umanitaria si allinea alla posizione di un gruppo terrorista. Sempre a proposito di figure poco credibili, su X è intervenuto l’alto rappresentante Ue, Josep Borrell: «Gli ordini di evacuazione di Israele ai civili di Rafah fanno presagire il peggio: più guerra e carestia. È inaccettabile. Israele deve rinunciare a un’offensiva di terra e attuare la risoluzione 2728 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’Ue, insieme alla comunità internazionale, può e deve agire per evitare questo scenario». Una parola sul fatto che Hamas non libera gli ultimi ostaggi ancora in vita detenuti da ormai sette mesi? Oppure la richiesta ad Hamas di aderire alla proposta da tutti ritenuta «la migliore possibile»? Ovviamente no.
Ieri mattina l’ufficio di Netanyahu ha risposto alle affermazioni del funzionario di Hamas, Moussa Abu Marzouk, e di un funzionario israeliano anonimo, secondo le quali il primo ministro israeliano è responsabile della nuova impasse nei colloqui su cessate il fuoco e scambio di prigionieri. In una dichiarazione, l’ufficio del premier ha sottolineato: «L’affermazione secondo cui il primo ministro Netanyahu, e non Hamas, avrebbe silurato l’accordo sulla liberazione degli ostaggi, è una completa menzogna e intenzionalmente fuorviante per il pubblico. La verità è esattamente l’opposto: Hamas è quello che manda all’aria ogni accordo, rifiutandosi di spostarsi di un millimetro dalle sue richieste estreme che qualsiasi governo israeliano in Israele non sarebbe in grado di accettare – in primo luogo, che Israele si ritiri completamente da Gaza e porre fine alla guerra, cosa che permetterà ad Hamas di rinnovare il controllo militare di Gaza e di riorganizzarsi per il prossimo 7 ottobre, come aveva promesso di fare».
Come detto, nulla è irreversibile e la presenza del capo della Cia, William Burns, a Gerusalemme, dove ha incontrato Netanyahu, mostra che il filo della trattativa forse non si è ancora spezzato.
Si è appreso da fonte militare che un quarto soldato israeliano è stato ucciso nell’attacco di Hamas avvenuto domenica presso il valico di Kerem Shalom. La vittima è Michael Rozel, 18 anni, della Brigata Nahal. Secondo l’Idf Hamas ha lanciato almeno 15 colpi di mortaio da una distanza di 300 metri da una zona umanitaria vicino a Rafah, nel Sud della Striscia di Gaza. Nell’attacco sono rimasti feriti altri 12 soldati, di cui tre in gravi condizioni. Israele ha reagito e secondo fonti sanitarie e di soccorso, nella Striscia di Gaza controllate da Hamas, 21 persone hanno perso la vita in seguito a due bombardamenti condotti dall’aviazione israeliana nel campo profughi di Yebna e nei pressi di al-Salam. Israele aveva chiuso il valico, ma ieri il premier, durante il colloquio con Biden, «ha concordato di garantire che il valico di Kerem Shalom sia aperto per l’assistenza umanitaria a chi ne ha bisogno». Visti gli sviluppi la sensazione è che le prossime 48-72 ore saranno decisive, con gli israleliani ormai pronti a entrare a Rafah.
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