«Sì, aspetti, ok va bene, va bene per l’intervista, volentieri, è che mi ha preso alla sprovvista, stavo discutendo con un vigile».
Le stava dicendo «quella macchina qua devi metterla là»?
«No no, davvero, non era una battuta. Mi ha fermato pensando non avessi la chitarra ma è ovvio che ce l’avevo, ormai è automatico: chi è che guida senza la chitarra? È come andare in casco senza la moto. Va bene allora mi chiami».
Un paio di messaggi vocali per trovare un accordo sull’orario, Francesco Salvi dice subito che sono un buon pubblico, perché mi scappa da ridere spesso. Sarà che della musicassetta del 1992 In gita con Salvi da bambini avevamo consumato il nastro, o che lui sembrerebbe essere un comico senza lato oscuro.
Si sveglia sempre così di buon umore?
«No, ma se sono di cattivo umore non esco».
Mi pare capiti spesso a chi fa battute per mestiere nascondere un lato cupo… Si direbbe che non abbia una doppia faccia.
«È già abbastanza questa».
Lei non si ferma mai.
«Sarò sintetico: parlerò in acrilico. Sì, faccio tante cose perché non faccio nient’altro. Se uno scopre qualcosa che gli piace, tende a rifarlo. Il pittore va a far la spesa ma appena torna a casa pitta. Non è questione di fama, o di ricchezza. Un giorno – calvo e senza denti – nessuno mi chiamerà più, starò in casa e racconterò (la voce si tramuta in un falsetto sdentato, ndr) “di quando ho fatto il partigiano e sono andato in esiglio all’isola del gilio insieme a mio filio…”, no dài, ora sto esagerando».
Dopo 35 anni ora ha ripubblicato C’è da spostare una macchina, questa volta è elettrica.
«Sì, l’abbiamo aggiornata con i miei produttori Paolo Agosta e Mitch Dj: dicono che con quella hit ancora riempiono le piste delle discoteche… e così ho aggiunto il finale, e ci ho messo l’auto elettrica».
Ne guida una?
«Non mi entusiasma, aspetto l’idrogeno. Quello sì che sarà una rivoluzione che più vai e più rinfreschi l’ambiente. Qui a Milano anche con l’ibrida ancora al centro non ti fanno entrare».
Progetti per il futuro?
«Per il gerundio, perché il passato è passato e il futuro non si sa. In primavera esce un pezzo swing; in estate uno su la bella donna che s’abbronza e lascia l’uomo nell’ombra; per l’autunno un inno ai piedi e un pezzo in inglese per Natale: sono un artista quattro stagioni. La canzone uscita per questo Natale (Comete come te) era pronta da settembre 2022, ma la distribuzione è tiranna».
Eppure con un nome forte come il suo…
«Il nome è forte: è il cognome che mi frega».
Punta a un nuovo Sanremo?
«Magari! Si sverna sempre bene lì».
Arrivò settimo, con Esatto, nel 1989.
«A Sanremo non è solo quello che arriva primo, a vincere. Anche gli altri possono sperare di vincere con le vendite. C’è chi è arrivato ultimo, ma da cinquant’anni vive di rendita su quella canzone là».
Ha pubblicato otto album e vinto dischi d’oro e pure di platino.
«È stata l’ultima volta che c’erano i dischi».
La musica è in cima alle sue passioni?
«Non in cima: in basso, in fondo, alla base. Tutte le mie passioni di base sono in cima alle mie passioni. Disegno, pittura, lettura, diapositive, imbruttimento di superfici pubbliche: sono tutte allo stesso livello, come puoi chiedere a uno chef di cucinare solo biscotti? Nella musica vengo da Jannacci, Conte, Tenco, De Andrè. E il jazz: Parker, Davis, Monk. Ma soprattutto la classica».
La musica classica?
«Da Guillaume de Machaux – quello di Almanacco del giorno dopo – ai Beatles, ma soprattutto la musica contemporanea: Stravinskij, Ligeti, Schnittke, Klezmer, la Balcanica tranne certa contemporanea: non la ascolterei se non dopo un incidente mortale, mi sembra anzi l’ideale colonna sonora di un tamponamento a catena».
Perché?
«A me piace l’uso dello strumento, non i suoni generati artificialmente: amo sentire i contrabbassi, i fagotti e i violini. Il canto, i naturali borborigmi dello stomaco in via d’estinzione. Ascolto tanto Rossini e tanto Chopin. E compongo musica da camera, che è meno costosa da eseguire».
Per vendere?
«No: c’è mercato solo la mattina presto e io preferisco dormire. Si fa per libidine personale. Per la vita reale si ruba».
Ho contato poi otto – il numero torna – libri in carriera. Ne ha uno nel cassetto?
«Il cassetto è pieno. Ho dovuto comprare un armadio a muro. Non m’è costato molto ma ho speso un sacco a trasportare il muro: il negoziante si era affezionato. Per i libri vediamo se interessano a qualche casa editrice, o anche a un falegname…».
Nato settant’anni fa a Luino, a febbraio saranno 71. Lei se lo spiega perché così tanti comici della sua generazione, quelli del Derby e non solo, sono nati da quelle parti, sulla sponda del lago?
«No. Forse quando non c’è niente per disperazione ti metti a ridere. Il lago ha una nota stonata di follia. I romantici inglesi affidavano i loro versi alle sponde di un lago. Noi ci abbiamo messo le battute».
Fin da giovanissimo?
«Al liceo ero un trascinatore, mi seguivano in tanti. Un giorno m’hanno raggiunto: quante me ne hanno date! Soprattutto in estate perché non c’era da studiare. Feci – nel senso buono – una rivista mensile dal titolo Nisba. Una una compagnia teatrale omonima, un gruppo chiamato “Camera d’aria” perché sentivamo il bisogno di respirare».
Poi dal lago è scappato?
«Non serve scappare: basta uscire di casa e non ti caga nessuno. Poi in ordine alfabetico: sono andato a Firenze a fare Architettura; faccio gavetta in qualche studio; torno a Milano ove lavoro da Bruno Bozzetto per un annetto; con la RDA 70 realizzo un mio cartone animato: Etchèssivo; mi laureo al Politecnico con lode e bacio accademico che il mio relatore Alpago Novello preferisce dare alla mia fidanzata. Poi mi concentro sul Derby e via con le serate. La grana però stentava ad arrivare e a quel punto ci siamo sposati sulla fiducia. Ma da Luino non sono mai scappato davvero. Ci sono appena stato per le feste, e ci torno ogni volta che in città fa troppo caldo o troppo freddo o nessuno dei due».
L’architetto non l’ha mai fatto.
«Il mio primo progetto fu la club house di un campeggio: è finito in galera insieme al committente perché il terreno era demaniale. Anni dopo sono in tournée insieme a Enzo Braschi e altri e in Calabria veniamo ospitati in un campeggio che senza esserci mai stato conoscevo a menadito. Era quello là. Il proprietario era diverso ma il terreno era ancora abusivo».
Non ha progettato nemmeno casa sua?
«Non si può andare a letto con il cliente, non è corretto».
Cinquant’anni insieme con la moglie, è andata bene.
«Sposati dall’80, ma siamo insieme dal 1972».
Segreti?
«Se ce n’è uno, non me l’hanno rivelato».
Anche il cinema le ha dato maggiori soddisfazioni dell’architettura. E non solo con la comicità.
«I film seri sono riposanti, per un comico. Pensi solo a recitare. Nei film comici si può improvvisare: quando vedi che l’inquadratura traballa perché il cameraman ride, è una soddisfazione».
Ha recitato con Paolo Villaggio.
«L’ho amato. Grande intelligenza, lucida, a volte cattivissima. Un genio inquieto e vagabondo, girava di notte per Roma. Un personaggio con due nomi: Fantozzi al cinema e Fracchia in tv. Maestro di grottesco».
A far l’attore nei film drammatici, invece, diceva che lei si riposa di più?
«Rispetto al cabaret o all’one man show, dove ci si assume tutta la responsabilità davanti al pubblico e si deve decidere tutto da soli, dai jeans o l’abito, fino all’argomento, alle canzoni, e all’improvvisazione… recitare con qualcuno che ti dirige è riposante perché pensi solo a quello».
Nella tragedia la quiete, nella comicità l’inquietudine?
«Ricorda La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci? Quella faccia triste, con la quale Tognazzi si guarda allo specchio “sun cuntent de stà al mund ma mi dispiace, mi dispiace de stà al mund ma son contento…”. Faceva venire i brividi perché non stava recitando».
Mentre invece la sua comicità ha un senso doppio? Da dove nasce?
«Dal bilama Gillette: la prima battuta tira fuori la risata, la seconda la fa deflagrare. Io vengo dall’assurdo, soprattutto. La realtà vista da dietro le quinte fa ridere. Purché ci sia qualcosa dietro, sennò è solo una barzelletta».
Sembra filosofico.
«No, solo kierkegaardiano. Se le cose finiscono bene non fanno ridere. Quando la vita sta in bilico e tutto va storto, funziona. Kafka era un comico profondo. Lo hanno preso tutti per un autore tragico, ma trovo divertentissimo che ci si possa svegliare in forma di insetto e andare a discutere con il capoufficio. L’umorista è un comico che ha studiato».
Aver creato tormentoni le dà soddisfazione o le sono venuti a nausea?
«Me li ripetono gli altri. Il tormentone è il popolare. È il “oh perbacco” di Totò. Per anni quella riconoscibilità l’ha data unicamente la tv. Che poi puoi essere antipatico e riconoscibile, e a quel punto meglio essere pure simpatici».
Ho letto che di recente qualcuno non l’ha capita: in Brianza ha fatto riferimento durante uno spettacolo ai maiali, e sul palco c’erano dei politici, e c’è chi si è inalberato…
«Banalità, lasciamo perdere. Non toccatemi i maiali. Sono il più grande autore vivente di canzoni sul maiale. Su questo poderoso animale ne ho scritte un porcile. Anche i maiali hanno bisogno d’amor – mia opera singfonimica – è uno dei testi più illuminanti del XX secolo dopo Century Fox. Perché il maiale è la persona più generosa e ci dà tutto, dalla cotenna all’intestino alla punta dello zoccolo. Lo ammogli nell’ambiente più indecente e coi suoi peli poi ti lavi i denti».
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