La tragedia umana risale all’epoca in cui gli sbarchi in Italia erano all’ordine del giorno: il naufragio è dell’agosto 2015 e persero la vita nella stiva di un barcone almeno 56 persone. La tragedia giudiziaria, invece, si è consumata ieri: con l’assoluzione dei sette extracomunitari indicati come scafisti dai testimoni e accusati dalla Procura di essere i responsabili della morte dei profughi costretti a fare la traversata del Canale di Sicilia in condizioni di pericolo. Erano imputati per omicidio colposo plurimo, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e naufragio, Lissa Okrema Ahmad, siriano, 26 anni, Buchalla Zied, libico, 29 anni, Hasan Chibab, marocchino, 41 anni, Mohamed Alif, marocchino, 24 anni, Badr Kachouch marocchino, 31 anni, Sami Naser, siriano, 26 anni, e Alradi Isam, marocchino, 29 anni.
La richiesta di condannarli all’ergastolo, però, è stata respinta e gli imputati sono stati assolti. Cinque di loro sono rimasti in carcere anche oltre tre anni e sono stati scarcerati subito dopo la lettura in aula del dispositivo della sentenza. La Procura attenderà i 90 giorni annunciati dai giudici per le motivazioni prima di decidere se impugnare.
Ma è probabile che, come è già accaduto in un altro giudizio del Tribunale palermitano, le toghe abbiano ritenuto che gli imputati, pur gestendo il barcone e lanciando gli Sos per farsi soccorrere, lo abbiano fatto sotto la minaccia di morte dei trafficanti di uomini che, dal luogo in cui è stato organizzato il viaggio, tenevano in scacco i loro parenti. E così, lo scorso ottobre, il presidente del collegio del Tribunale di Palermo coniò la definizione «scafisti per necessità».
Gli imputati, infatti, anche davanti alle accuse dei testimoni pachistani raccolte in un primo momento dai funzionari dell’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e dai volontari di Medici senza frontiere e, poi, dagli investigatori della sezione Omicidi della Squadra mobile di Palermo, si sono sempre dichiarati innocenti, sostenendo di essere stati costretti a condurre la barca. Una trovata che, se dovesse essere confermata anche in questa seconda sentenza, sarebbe da considerarsi criminalmente geniale. Sarebbe la prova che i trafficanti di migranti avrebbero scoperto e messo in atto tutti gli escamotage per farla franca davanti alla giustizia italiana, garantendosi, così, l’impunità. A sentire i difensori degli imputati, però, durante il dibattimento sarebbe mancata anche la prova che gli extracomunitari finiti a processo fossero effettivamente alla guida della barca naufragata. I testimoni superstiti che li accusarono, poi, non sarebbero totalmente attendibili. Potrebbero aver sottoscritto quelle accuse nei confronti dei presunti scafisti per poter restare in Italia per ragioni di giustizia.
In soccorso dei migranti arrivò la nave Poseidon della marina svedese. A bordo del barcone i soccorritori trovarono 439 migranti ancora vivi e 56 morti, uccisi dai gas di scarico che entravano nella stiva in cui erano stati ammassati.
I testimoni pachistani raccontarono atrocità terribili, spiegando che nella stiva c’erano almeno 200 migranti e che l’altezza era di circa un metro e mezzo. Il loro film horror è impresso, nero su bianco, nei verbali dell’inchiesta: «Non respiravamo e se chiedevamo un po’ di aria ci minacciavano e ci picchiavano». Quelle dichiarazioni si sono trasformate, quindi, nell’accusa. L’imputazione: «Gli indagati hanno dapprima promosso ed organizzato e successivamente effettuato il trasporto nel territorio dello Stato italiano degli immigrati a bordo di una imbarcazione di circa 20 metri, affrontando la traversata del Canale di Sicilia sino ad essere soccorsi, nelle acque del Mar Mediterraneo, dalla nave Poseidon. Hanno poi sottoposto le persone trasportate a un trattamento inumano e degradante, avendole reiteratamente percosse e minacciate anche con l’uso di coltelli e bastoni, costringendoli a rimanere seduti ed immobili durante la navigazione e stipandoli almeno in cento all’interno della stiva, dalla quale hanno impedito loro l’uscita». Tutte azioni che sarebbero state compiute con violenza e utilizzando pure delle armi. Durante le udienze, poi, i pm hanno ribadito anche che «i migranti erano privi di qualsiasi dispositivo di sicurezza, di acqua e cibo», che la stiva era occupata in parte anche dal vano motore, priva di boccaporti o di altre uscite per l’aria. Insomma, chi ha stipato le vittime nella stiva, secondo l’accusa, era consapevole di quello che sarebbe accaduto.
L’indagine era stata coordinata dai pm Renza Cescon, Calogero Ferrara e Annamaria Picozzi. In quattro vennero subito arrestati e non sono mai usciti dal carcere fino a ieri. Lissa Okrema Ahmad dopo tre mesi era stato scarcerato dal gip. Ma la Procura impugnò la sua scarcerazione e il Tribunale del Riesame accolse l’appello dei pm. Il provvedimento fu confermato anche in Corte di cassazione. E così il siriano tornò in carcere, dove è rimasto fino a ieri. Adesso gli assolti verranno rimpatriati, perché giunti in Italia da clandestini. E se anche la Procura dovesse impugnare la decisione di ieri, in appello verranno comunque giudicati in contumacia, ossia senza la loro presenza in aula.
Il paradosso: nel Paese che vuole processare il ministro dell’Interno Matteo Salvini per aver chiuso i porti e impedito altre tragedie simili, che ha salvato e accolto buona parte dei naufraghi dell’agosto 2015, a oggi non c’è giustizia per chi in quella stiva ci ha lasciato le penne.
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