- Emergenza a Parma, aggredita la troupe di «Fuori dal coro». Razzie da Nord a Sud: pochi controlli e ancor meno punizioni
- I quattro anni di inferno di una ragazza marocchina torturata dal papà (arrestato)
Lo speciale contiene due articoli
«Baby gang scatenate in centro»: pochi giorni fa la Gazzetta di Parma ci ha aperto il giornale e l’altra sera Fuori dal coro ci ha aperto il servizio dedicato all’emergenza che terrorizza la città emiliana. Ma quelle stesse parole ricercate su Google fotografano un allarme che percorre da Nord a Sud tutta l’Italia: Varese, Salerno, Modena, Napoli, Busto Arsizio, Battipaglia, Rimini, Ancona, Pisa, Messina, Roma, Milano, Bari. Un elenco interminabile di episodi che si ripetono tutti simili: risse, aggressioni, sputi, insulti diventati la normalità per gruppi di giovanissimi che si muovono in branco senza timore di nessuno. «Dai vieni sbirro», urlano i ragazzini incappucciati nelle felpe mentre lanciano rifiuti e bottiglie contro i locali. I filmati mostrano i violenti che si muovono in gruppo, accerchiano, rincorrono, picchiano senza motivo, semmai ce ne fosse uno, anche «futile», per menare le mani.
Le strade si trasformano in ring, la stessa troupe di Rete4 ha rischiato grosso anche se era scortata da un vigilante che ormai è presenza fissa quando le telecamere vanno a indagare sulle tante facce nascoste dell’Italia di oggi. Un pensionato mostra gli sputi sul cappotto, una signora si lamenta che «in questo far west si rivoltano anche contro la polizia», un barista minacciato («ti picchio forte») chiude il locale per evitare rappresaglie, una ragazzina non esce più da sola dopo essere stata inseguita da due tizi armati di coltello. Di un giovane rapper si vede la tranquilla chiacchierata quando è da solo e la furia di quando sta nel mucchio dove «è normale litigare per niente».
È questo «niente» che colpisce, le botte senza senso, il fatto che tutto scorra via nella scontatezza, come fosse inevitabile passare le serate in questo modo nel cuore delle città italiane. Ma in questo «niente» in realtà c’è «qualcosa». I minorenni in faccia non si vedono ma l’accento e molte parole sono stranieri. Qualcuno non fa mistero di avere già passato mesi nelle carceri minorili. Gli italiani sembrano a rimorchio, se non al guinzaglio: quando il branco si riunisce è come se si sprigionasse il virus della violenza, un contagio immediato che rende tutti uguali. E poi c’è un’assenza, quella dei genitori. «Noi ci siamo nati così, siamo tutti in case famiglia. I miei genitori non mi hanno dato il buon esempio, quindi è per questo che siamo qua», si giustifica una ragazzina. Aggiungiamo un’impunità quasi garantita: chi ha meno di 14 anni non può essere perseguito, per gli altri è facile sfuggire alle denunce e ai controlli. E comunque si tratta di reati che non vengono sanzionati con pene pesanti.
L’Italia non è ancora la Francia delle periferie in mano alle bande di giovani teppisti organizzati, ma vi si avvicina a grandi passi. Gli immigrati di seconda generazione non si integrano nel nostro tessuto sociale e si comportano come se non dovessero rendere conto di nulla a nessuno, sono legge a sé stessi. A volte agiscono per soldi, per rubare telefonini e portafogli per comprarsi l’alcol, la droga, gli ingressi nei locali notturni o qualche giorno di vacanza. Sulla riviera adriatica le denunce sono all’ordine del giorno: episodi all’apparenza piccoli ma gravi, adolescenti di 16-17 anni spesso nordafricani che si riuniscono in bande per ripulire le tasche dei coetanei, in spedizioni che sovente partono dalle località dell’entroterra emiliana, romagnola e marchigiana. Prendono treni e pullman senza biglietto e si procurano i soldi picchiando e rapinando altri ragazzi. A volte menano duro anche se le vittime designate si dicono pronte a consegnare portafogli e telefoni.
La colonna sonora è sempre la stessa, canzoni rap con testi che trasudano violenza e trasgressione. La primavera scorsa a Milano sono finiti indagati due rapper diciannovenni popolarissimi tra i più giovani, Baby Gang e Neima Ezza. Il primo si chiama Zaccaria Mohuib, è nato e cresciuto a Lecco da una famiglia marocchina ed è tra i giovani musicisti emergenti; il nome dell’altro è Amine Ezzaroui, anch’egli italo marocchino. Erano accusati di avere partecipato alla guerriglia nelle strade del quartiere San Siro: al raduno convocato sulle piattaforme sociali per girare un video musicale di Neima Ezza c’erano 300 ragazzi che hanno lanciato bottiglie, sassi e bastoni contro le forze dell’ordine al grido di «fuori dalle nostre zone». Prima che arrivassero polizia e carabinieri, la folla di minorenni era salita sulle auto parcheggiate saltellando sui cofani nell’esplosione di una «rabbia da banlieu» cresciuta tra le case popolari e genitori sempre fuori casa o addirittura assenti, come capita ai minori non accompagnati che vengono fatti arrivare in Italia da famiglie o sfruttatori privi di scrupoli. Senza casa, senza una guida, vengono collocati in strutture di accoglienza dalle quali fuggono per finire a rafforzare la manovalanza criminale.
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