• Mancano rame, ferro, acciaio, semiconduttori, plastica e terre rare: durante il lungo lockdown, la Cina ha fatto man bassa a prezzi stracciati. Anche i costi di trasporto sono schizzati alle stelle.
  • Gabriele Buia, presidente dell’Ance, l’associazione che riunisce le imprese di costruzione, lancia l’allarme: «Da mesi stiamo segnalando al governo la preoccupante situazione che si è creata».
  • Il docente e analista Achille Fornasini: «Il rilancio economico sarà oneroso. Non avremmo dovuto privarci di chimica e acciaio».

Lo speciale contiene tre articoli.

È bastato un tweet del big dell’auto elettrica, Elon Musk, per gettare un’ombra sulla ripresa economica mondiale. L’uscita dalla crisi avrà un costo altissimo che per alcuni Paesi. E non è detto che non si lasci addirittura dietro una scia di aziende morte. «I prezzi aumentano per la pressione dei costi della catena di approvvigionamento in tutta l’industria. Soprattutto delle materie prime», ha scritto il patron di Tesla. Bloomberg gli ha fatto eco titolando in modo allarmistico: «L’economia mondiale è improvvisamente a corto di tutto».

Colossi dell’auto che si fermano mettendo i dipendenti in cassa integrazione, fabbriche di elettrodomestici che ritardano le consegne, cantieri che marciano al rallentatore, nuove commesse che saltano, vecchi ordinativi rinviati. Perfino Apple, che ha un’efficiente gestione della catena produttiva in grado di lanciare simultaneamente i suoi prodotti in tutto il mondo, si sarebbe trovata in difficoltà. Cosa sta succedendo? Ecco le parole di Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild, colosso delle costruzioni di grandi opere, in una recente intervista: «C’è il rischio che si fermino i cantieri proprio nel momento in cui devono essere avviati». È un rischio legato alle materie prime, diventate improvvisamente introvabili e costosissime.

Mancano rame, ferro, acciaio, semiconduttori, plastica, le preziose terre rare fondamentali per la tecnologia. Ma anche legname, cartone per imballaggi, e poi mais, caffè, frumento, soia. Nessun comparto produttivo è risparmiato dalla carestia di materiali e prodotti essenziali. Per capire come si è arrivati a questo dobbiamo tornare al lockdown, quando i valori delle materie prime sono crollati del 20-30% per il blocco generalizzato delle imprese. La Cina, che è stata la prima a uscire dalla pandemia, ha approfittato del crollo dei prezzi per fare scorte in anticipo sul resto del mondo. Così le imprese degli altri Paesi, abituate a fare poco magazzino, si sono trovate a secco di materie prime quando l’economia ha ripreso a marciare.

A questa miopia strategica si è sommata la speculazione. Le commodity, prezzate in dollari, sono diventate un investimento profittevole per chi le acquista in euro. Infine, come se non bastasse, è arrivata una chicca normativa. L’Organizzazione marittima internazionale ha imposto a tutte le navi di abbassare la quota di zolfo nell’olio combustibile: da gennaio 2020 si è passati dal 3,5% allo 0,5%. Molte navi container sono state rottamate, altre riconvertite, e il costo è stato scaricato sui prezzi. Il trasporto di merci per mare è decollato in un anno di oltre il 600%, come rileva il Dry Baltic index, l’indice che sintetizza gli oneri di nolo marittimo. La somma di questi fattori ha mandato in tilt il mercato globale. E parafrasando quello che dice Salini, nel momento in cui l’economia potrebbe decollare manca il carburante.

Per un Paese trasformatore come l’Italia, che è uscito da settori strategici come la chimica e l’acciaio e che deve importare quasi tutto, il problema è serio. Soprattutto se vengono a mancare le materie prime fondamentali per la transizione green e digitale che per il governo di Mario Draghi, in linea con l’Europa, sono i pilastri della ripresa economica. Parliamo di rame, litio, silicio, cobalto, terre rare, nickel, stagno, zinco, indispensabili nel sistema produttivo sostenibile. L’International energy agency ha stimato che la domanda di minerali per veicoli elettrici a batteria crescerà almeno di 30 volte entro il 2040. I prezzi di litio e cobalto, componenti vitali in molti prodotti (cellulari, monitor, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, come pure per il settore militare con radar e laser), sono schizzati a livelli mai visti.

Il costo delle materie prime rappresenta il 50-70% del valore totale delle batterie al litio. Il cobalto è aumentato del 40% solo nel 2021. Lo stagno, usato per le microsaldature nel settore elettronico, ha avuto un incremento del 133% e il rame del 115%. Il rodio, una «terra rara» usata per le marmitte catalitiche, ha avuto un rincaro del 447% mentre il neodimio, essenziale per produrre super-magneti per i sistemi di illuminazione e l’industria plastica, del 74%. Alcuni metalli come l’indio e il gallio sono necessari anche per la produzione di semiconduttori, cardine del mondo tecnologico.

Per capire la situazione critica in cui si trova l’Europa, basta pensare che i tre maggiori produttori di litio, cobalto e terre rare controllano i tre quarti della produzione mondiale. Dal Congo arriva il 70% della produzione mondiale di cobalto, da Australia e Cile circa il 73% di litio e dalla Cina il 60% delle terre rare. Pechino ha un posizione di assoluto dominio, non solo per far fronte alla produzione domestica ma anche perché è riuscita a garantirsi i diritti di estrazione nei Paesi ricchi di risorse. La Cina ha un ruolo di preminenza pure nella lavorazione e raffinazione. Il 98% delle terre rare importate dall’Europa vengono da là.

L’Unione Europea sta cercando di aumentare la propria autonomia sviluppando il riciclo dei materiali e definendo partnership con Paesi produttori in Africa. Inoltre sono state costituite l’Alleanza delle materie prime e l’European battery alliance per la produzione di batterie per i veicoli elettrici. A questa partecipano 12 Stati tra cui l’Italia con l’obiettivo di smarcarsi dal dominio cinese e sostenere le industrie europee nel processo di transizione energetica. Il nostro Paese è impegnato con 12 imprese e due centri di ricerca.

Ma in Italia ci sono anche metalli preziosi come l’antimonio in Toscana e il titanio in Liguria. In un convegno nel 2013, l’allora responsabile per le materie prime nella Commissione europea, Mattia Pellegrini, riferendosi all’Italia diceva: «Abbiamo una cassaforte piena di ricchezza sepolta nel terreno e non la tiriamo fuori. Si tratta dei più grandi bacini europei e i secondi a livello mondiale di antimonio e titanio, elementi chiave in ambito tecnologico, che non vengono estratti ma anzi importati dall’estero».

Da allora la situazione non è cambiata. L’Italia continua a importare ciò che possiede. Il perché è il fuoco di sbarramento ecologista che pur di non trivellare le nostre terre, preferisce ignorare i sistemi di estrazione fortemente inquinanti in Paesi africani o asiatici e i danni all’ambiente, oltre agli alti costi, del trasporto di tali materie prime. Bisogna chiedersi per quanto tempo ancora riusciremo a chiudere gli occhi di fronte a questa contraddizione.


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