Nel riquadro l'avvocato Fausto Gianelli. Sullo sfondo un'immagine degli scontri durante il G8 di Genova nel 2001 (Ansa)
L’avvocato Fausto Gianelli ha un passato come consigliere comunale dei Ds. Nel 2001 difendeva il Genova social forum. Ha preso le parti di ecoteppisti e di chi tifa per Hamas.
È un ex consigliere comunale dei Ds a Pavullo nel Frignano, Fausto Gianelli, nuovo avvocato di Salim El Koudri, il trentunenne di origine marocchina in carcere per aver investito una decina di persone nel centro di Modena, ferendone otto. La carriera forense di Gianelli si è svolta in gran parte all’insegna di una tanto legittima quanto forte caratterizzazione politica.
Le prime tracce mediatiche della sua militanza in ambito legale risalgono al 22 luglio del 2001, nel pieno delle polemiche per gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti al G8 di Genova. In un lancio d’agenzia che riprendeva una nota scritta da «numerosi avvocati del Gsf (Genova social forum, ndr), riuniti nel gruppo dei Giuristi democratici, denunciano che la polizia impedisce loro di entrare all’interno della scuola Pascoli per assistere alla perquisizione pur essendo, a loro dire, stati nominati come legali dai giovani in stato di fermo», si poteva leggere una dichiarazione del legale di El Koudri. «L’articolo 41 del testo unico di pubblica sicurezza», dichiarava allora l’ avvocato Fausto Gianelli di Modena, «prevede che alle perquisizioni per armi ed esplosivi come questa, sia presente il legale. Invece la polizia ci impedisce di entrare. Siamo qui da un’ora e mezza e non siamo potuti entrare. Continuiamo a vedere uscire giovani con ferite e macchie di sangue fresco e abbiamo motivo di ritenere che all’interno ci siano violenze continuate da parte delle forze dell’ordine».
L’anno dopo Gianelli partecipa a un incontro organizzato dall’Associazione internazionale degli avvocati democratici (Iadl), insieme con l’Unione araba degli avvocati (con base al Cairo), sulla tematica dei detenuti palestinesi in Israele.
Nei mesi scorsi il legale modenese ha assunto la difesa di Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, immobiliarista residente a Sassuolo, nel Modenese, arrestato (e poi scarcerato su disposizione del Riesame di Genova) nell’ambito dell’inchiesta avviata nel capoluogo ligure sui presunti finanziamenti ad Hamas raccolti in Italia attraverso organizzazioni benefiche. Durante le indagini era emerso che l’uomo, dipendente di un’associazione di beneficenza, era intestatario di una quarantina di immobili nel Modenese e nel Reggiano. Dopo l’arresto, l’indagato si era difeso sostenendo di non aver mai sospettato che tali somme potessero finanziare il terrorismo. Dopo la conferma della scarcerazione da parte della Cassazione, il legale, in una nota firmata insieme ai difensori di altri indagati, aveva dichiarato: «Pare evidente che il tribunale dovrà riconsiderare le posizioni degli indagati per i quali era stato provato solo l’invio a Gaza di aiuti alimentari e di denaro destinato ad attività umanitarie di sostegno alla popolazione civile».
Nel 2024, invece, Gianelli aveva assunto la difesa di quattro militanti di Extintion rebellion, finiti a processo per aver turbato la messa nel giorno del patrono San Geminiano, all’interno del Duomo di Modena, leggendo brani di papa Francesco.
Nell’ottobre scorso il nome del legale di El Koudri compare tra i firmatari dell’esposto alla Corte penale internazionale contro il premier Giorgia Meloni, i ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, e l’allora amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, accusati di concorso nel presunto genocidio perpetrato da Israele a Gaza nei confronti del popolo palestinese. E sempre su questo tema, nel febbraio di quest’anno, Gianelli è intervenuto alla Camera nella discussa conferenza stampa durante la quale Francesca Albanese ha presentato il suo rapporto su Gaza.
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2026-05-19
Attentato Modena, per la Schlein la colpa è della destra. E vuole assumere 12.000 psicologici
Elly Schlein (Ansa)
Dibattito in Europarlamento, bocciato il riferimento dei Patrioti ai pericoli dall’islamismo.
La tentata strage di Modena approda al Parlamento europeo: è stata approvata la richiesta del gruppo dei Conservatori e riformisti europei che chiedeva l’aggiunta del dibattito su quanto accaduto sabato scorso nel corso della plenaria del Parlamento europeo.
Il dibattito si terrà oggi, con il titolo «L’attacco contro i cittadini a Modena: proteggere gli spazi pubblici e prevenire la violenza nell’Ue». Respinta la richiesta del gruppo dei Patrioti per l’Europa e della Lega, che aveva proposto un dibattito dal titolo «Attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Sensibilità diverse nel centrodestra: il leader della Lega, Matteo Salvini, affonda i colpi: «Per il fatto che Salim El Koudri sia italiano», dice Salvini a Radio 24, «peggio mi sento. Se va in giro col coltello in macchina, falcia la gente a 100 all’ora in centro a Modena e scrive “bastardi cristiani” e inneggia ad Allah in arabo su profili chiusi da Facebook, e ce ne vuole di impegno perché Facebook chiuda i profili, evidentemente è ancora più grave. Non era un disadattato che viveva sotto un ponte isolato dal resto del mondo, addirittura era laureato. Il permesso di soggiorno e la cittadinanza sono atti di fiducia del popolo italiano se questa fiducia viene a mancare devo poter intervenire».
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri era a Modena per mandare un «messaggio di solidarietà alla città» e incontrare «coloro che sono intervenuti per bloccare questa persona che provocato un danno enorme alla città, un atto gravissimo. Chi non è cittadino italiano e delinque deve essere espulso, questo è chiaro». La cittadinanza come premio agli stranieri intervenuti per bloccare El Koudri? «Ci sono delle regole per dare la cittadinanza italiana», taglia corto Tajani, «meritano un riconoscimento. Se poi avranno i titoli per avere la cittadinanza italiana, questo è un altro discorso».
Dal canto suo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, fa il punto della situazione: «Eravamo, siamo ancora un po’ preoccupati per la giusta collocazione del fatto», sottolinea Piantedosi, «dell’episodio, perché è del tutto evidente che la tragicità dello stesso rimane qualsiasi sia stata la motivazione, sia chiaro. Però è evidente che, se noi avessimo preso consapevolezza che per la prima volta ci era sfuggito qualcosa nel sistema di prevenzione antiterrorismo, in qualche modo ce ne saremmo preoccupati un po’ di più».
In una intervista al Resto del Carlino, Piantedosi allarga il discorso: «Abbiamo visto immagini che ci interrogano», argomenta il titolare del Viminale, «destano impressione, ci obbligano a fermarci e a riflettere. Ma anche l’orgoglio per la reazione dei cittadini, per il comportamento corale di forze dell’ordine e soccorsi. E ho due consapevolezze: se tutto sarà confermato, il sistema antiterrorismo non ha rivelato falle; c’è invece un tema vero e serio di disagio sociale che richiede un rafforzamento dei presidi di sicurezza in relazione alla salute mentale». E la remigrazione? «Stiamo lavorando ai rimpatri degli stranieri che delinquono», osserva Piantedosi, ma qui stiamo parlando di un cittadino italiano. Condivido l’attenzione del vicepremier Matteo Salvini per una gestione più sostenibile dell’immigrazione, ma qui è un’altra cosa, stiamo parlando di altro».
A proposito della salute mentale di Salim El Koudri, è il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, a fare il punto della situazione: «Dai dati in nostro possesso in questo momento», spiega De Pascale a Radio24, «le visite i referti e gli incontri che erano stati fatti diversi anni fa, in nessun modo facevano presagire elementi di violenza perché, a volte, anche il disagio psichico ha delle evoluzioni che sono imprevedibili e quindi che, fino a un certo punto, non è ipotizzabile che ci siano elementi di violenza e poi, dalla sera alla mattina o in poco tempo, in pochi mesi, la situazione evolve. Tutti ci dobbiamo chiedere che cosa possiamo fare di più e di meglio per mettere nelle condizioni gli operatori di poter lavorare», aggiunge De Pascale, «che non vuol dire azzerare il rischio, però non possiamo neanche dire non si può far nulla». Chi parla di «becere strumentalizzazioni della destra» è Elly Schlein, che attacca: «Sulla destra ha fallito e deve mettere al centro il tema della salute mentale, in un Paese in cui mancano 12.000 professionisti».
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Ansa
I tedeschi respingono l’offerta per una questione di prezzo: «Premio inadeguato, non riflette il nostro valore». La replica: «Argomentazioni prive di fondamento».
Il consiglio di gestione e quello di sorveglianza di Commerzbank hanno bocciato l’Ops lanciata da Unicredit invitado gli azionisti a stare lontani dall’offerta italiana. Motivazione ufficiale: prezzo troppo basso. Motivazione reale: a Berlino, Francoforte e dintorni non hanno intenzione di consegnare uno degli ultimi simboli della finanza nazionale senza combattere fino all’ultima virgola del prospetto informativo.
L’offerta italiana - 0,485 azioni Unicredit per ogni titolo Commerz - «non offre un premio adeguato» e soprattutto non sarebbe accompagnata da «un piano strategico coerente e credibile». La partita si gioca tutta lì. Sul prezzo. L’Ops incorpora addirittura uno sconto del 5,25% rispetto alle quotazioni. Non esattamente il modo migliore per convincere gli azionisti. Bettina Orlopp, capo di Commerz si muove come una castellana chiusa dentro la fortezza di Francoforte. «Quella che viene descritta come una combinazione è in realtà una proposta di ristrutturazione». L’operazione avrebbe «un impatto massiccio» su un modello di business «collaudato e redditizio». Insomma i tedeschi temono che dietro la parola magica «sinergie» si nasconda il solito copione. Prima le slide scintillanti dei consulenti, poi i tagli, le chiusure, gli esuberi, i clienti che scappano e gli informatici che passano notti insonni a tentare di far dialogare sistemi che si odiano reciprocamente. Non a caso, nella lunga lista dei peccati attribuiti a Unicredit, Commerzbank inserisce tutto ciò che spaventa: tagli al personale, integrazione informatica complessa, rischio di perdere quote nel corporate banking e possibile indebolimento del supporto alle aziende nazionali. In pratica il timore è che l’operazione finisca per trasformare una banca tedesca in un gigantesco cantiere mediterraneo. A sostenere la difesa è intervenuto anche Jens Weidmann, presidente del consiglio di sorveglianza di Commerzbank ed ex capo della Bundesbank mai tenero con tutto quello che viene dall’Italia (come dimenticare i conflitti con Draghi presidente Bce?) Le proposte di Unicredit, ha detto, sarebbero «speculative» e rischierebbero di compromettere il rapporto fiduciario con clienti e dipendenti. La replica dettata da Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit non si è fatta attendere: le argomentazioni dei tedeschi sarebbero «prive di fondamento». Del resto il banchiere romano ha costruito buona parte della sua carriera sul principio che le grandi operazioni si fanno sfidando le resistenze politiche, culturali e psicologiche. Sa benissimo che il primo no era inevitabile. Nelle fusioni bancarie europee il corteggiamento pubblico assomiglia spesso a una lite condominiale: porte sbattute, accuse reciproche e poi, magari, mesi dopo, tutti di nuovo al tavolo.
Commerzbank si prepara alla guerra lunga e tira fuori il suo piano difensivo: Momentum 2030. Nome da missione spaziale. Ricavi che arriveranno a 16,8 miliardi, utile netto a 5,9 miliardi, rendimento del capitale al 21% e montagne di dividendi e buyback per convincere gli azionisti che non hanno bisogno degli italiani per proteggere il loro patrimonio. Tuttavia mentre accusa Unicredit di voler tagliare troppo, Commerzbank annuncia che entro il 2030 potrebbe eliminare oltre 3.000 posti di lavoro grazie all’intelligenza artificiale e all’automazione. «Però», precisano da Francoforte, «in modo «socialmente sostenibile». Insomma licenziare senza licenziare.
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2026-05-18
La sinistra approfitta del blocco alla Flotilla per tacere su Modena e attaccare la Meloni
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
- Tajani condanna Gerusalemme e chiede il rilascio degli italiani della Flotilla. Ma a Pd, Avs e M5s non basta. Corteo Usb con sfregio a Crosetto.
- Convoglio intercettato al largo di Cipro. La barca con a bordo il pentastellato Carotenuto cambia rotta e si dirige in Egitto.
Lo speciale contiene due articoli.
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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