I robot saranno anche intelligenti ma non producono pensiero e amore
Davvero il futuro è delle macchine che non hanno vita e nelle quali latita l’interazione con l’ambiente? Mancano di corpo, di emozioni, di autocoscienza o di un vero linguaggio. Cinema e letteratura si rassegnino.

Dove arriveranno le macchine? Davvero il futuro è dei robot? La macchina che guida da sola, nonostante alcune persone investite ed uccise, diverrà davvero la realtà di domani?

La domanda è più antica di quanto si pensi, dal momento che la nostra è una «civiltà delle macchine» da circa dieci secoli. Siamo nel Medioevo: la diffusione del cristianesimo e svariati cambiamenti politici e sociali determinano la quasi totale scomparsa della schiavitù in Europa; nello stesso tempo il lavoro, grazie ai monaci benedettini, è diventato un’attività degna e nobile, e non più un disonore, come presso gli antichi. Tutto ciò porta al ricorso massiccio a macchine che permettano di sfruttare non più solo animali e uomini, gli antichi schiavi, ma anche l’energia naturale dell’acqua e del vento. L’Europa medievale si riempie di mulini, molto complessi e ingegnosi; nel contempo crea i primi grandi orologi meccanici. Per secoli queste macchine, i mulini, gli orologi, ma anche le macchine da guerra o quelle per l’edilizia o per l’industria tessile, si perfezionano, diventando sempre più efficienti. Basterebbe vedere qualche disegno di Leonardo da Vinci per capirlo. Nel Cinquecento e nel Seicento Dio stesso, dopo essere stato «divino Archittetto» nell’età delle cattedrali diventa il «grande Orologiaio».

Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica nel 1977, ricorda proprio che il modello della natura per la scienza classica fu l’orologio: «Perché l’orologio è diventato quasi immediatamente il simbolo stesso dell’ordine delle cose?… L’orologio è un meccanismo costruito, sottomesso a una razionalità che gli è esterna, governato da un progetto che le sue rotelle realizzano ciecamente. Il mondo-orologio è una metafora che evoca il Dio orologiaio, razionale costruttore di una natura robotica. Parimenti esiste un certo numero di metafore e di valutazioni della scienza classica, del suo obiettivo e dei suoi mezzi che suggerisce che ai suoi inizi si sia stabilita una risonanza tra un discorso teologico e l’attività sperimentale di teoria e misura. Tale risonanza potrebbe avere contribuito ad amplificare e a stabilizzare la pretesa per cui gli scienziati stavano scoprendo il segreto della “grande macchina dell’universo”» (La nuova alleanza, Einaudi, Torino, 1999).

È Renato Cartesio (1596-1650) a farsi prendere la mano e a spiegare che anche gli animali sono delle macchine, degli automi, senza più quella che un tempo veniva chiamata «anima sensitiva». Quanto all’uomo, il suo stesso corpo non sarebbe altro che una macchina, guidata dall’anima razionale umana, unica realtà immateriale non spiegabile, per il matematico francese, in base ad alcun meccanicismo.

Anche gli animali, per Cartesio, non sono altro che automi. Ma quella di Cartesio è una visione che viene respinta già da molti filosofi e teologi dell’epoca, e che oggi non è più accettabile, risultando evidente anche alle neuroscienze l’impossibilità di scindere anima e corpo come fossero due realtà puramente giustapposte. Oggi sappiamo infatti che tutto ciò che accade a livello spirituale ha un’incidenza sul corpo, e tutto ciò che accade a livello corporale si riflette sullo spirito: in altre parole che l’uomo è, come insegnava san Tommaso, un «corpo animato» e un’«anima incarnata». Oppure, con linguaggio moderno, «embodied mind», una «mente nel corpo».

Dopo Cartesio diventa facile, per qualche spirito superficiale, andare oltre: l’universo è una grande macchina; gli animali sono macchine; anche l’uomo è solo e soltanto una macchina. A sostenerlo è Julien Offroy de la Mettrie (1709-1751), nel suo celebre L’uomo macchina. La Mettrie è un medico di livello mediocre, che ritiene appunto che l’uomo sia «una macchina così complessa che è impossibile farsene di primo acchito un’idea chiara». L’uomo è una macchina, che il medico è chiamato a riparare così come l’artigiano aggiusta un orologio rotto. Ma una macchina costruita da chi? Per la Mettrie un Dio costruttore di tutto è altamente «probabile», ma che esista o meno poco importa. Siamo, di fatto, in un’ottica materialista.

Per nulla convinti che l’uomo sia davvero soltanto una macchina sono però tutti coloro che le macchine le conoscono davvero: da Blaise Pascal (1623-1662), padre della prima macchina per fare operazioni matematiche, a Gottfried von Leibniz (1646-1716), padre della seconda macchina calcolatrice, sino a Charles Babbage (1792-1871), l’inventore del Difference engine e dell’Analytical engine, archetipo meccanico del calcolatore elettronico.

L’idea che l’uomo sia riducibile ad una macchina sarebbe sembrata sciocca anche al più celebre matematico ed ingegnere del Settecento, contemporaneo di la Mettrie, e – a differenza sua – autorità mondiale in campo scientifico, Leonardo Eulero (1707-1783). Per colui che per primo fu definito «principe dei matematici», infatti, «pensare, giudicare, sentire, riflettere e volere sono qualità incompatibili con la natura dei corpi», e quindi anche con la natura delle macchine (che sono molto meno dei corpi, potendo assomigliare, piuttosto, ai cadaveri).

Se dal passato voliamo all’attualità, non possiamo che osservare stupefatti la capacità di costruire oggi dei robot incredibilmente capaci e «intelligenti». Ma cosa sanno fare, questi robot? Dove può arrivare l’intelligenza artificiale?

Occorre notare anzitutto che anche i più straordinari non sanno produrre, come avrebbe detto Pascal, nulla di ciò che è tipicamente umano: né un singolo pensiero cosciente, né un singolo atto d’amore. I robot non hanno vita (in questo sono molto più banali di un semplice filo d’erba, o di un batterio); non hanno una vera interazione con l’ambiente, perchè mancano di un corpo, di sensi, di emozioni; non hanno autocoscienza, né un linguaggio paragonabile a quello umano, né libertà. Sono in tutto e per tutto oggetti, e non soggetti.

Secondo il filosofo vivente John Roger Searle, coscienza, intelligenza e intenzionalità non sono nelle macchine, ma soltanto nelle menti di chi le programma.

Roberto Cingolani, fisico, direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, guida, insieme all’ingegner Giorgio Metta, lo sviluppo del robot umanoide Icub, considerato la piattaforma robotica umanoide più diffusa al mondo. Icub robot dispone di 53 motori grazie ai quali può muovere la testa, gli arti superiori e inferiori e la vita. Può vedere e sentire e ha il senso della sua posizione nello spazio. Sa gattonare e mettersi a sedere, può afferrare e in generale manipolare oggetti grazie alle sue mani dotate di tatto, caratterizzate da nove snodi. Possiede circa 4 mila sensori in tutto il corpo in parte ricoperto da una membrana artificiale simile alla pelle.

Eppure, scrivono Cingolani e Metta nel volume Umani e umanoidi. Vivere con i robot (Il Mulino, Bologna, 2015), le macchine «non hanno alcunché di sentimentale, di personale o di emozionale» e «non esiste tecnologia che possa rendere una macchina intelligente anche dotata di emozioni e di autocoscienza, con buona pace di tanto cinema e letteratura».

Quanto al Dio Orologiaio della fisica classica, o al Dio Programmatore di Babbage, alla domanda di un giornalista, «Dica la verità, lo scorge Dio in ciò che studia?», Cingolani risponde: «Come nanotecnologo mi impressiona l’idea di un Architetto che con sei atomi ha fatto tutto quello che c’è di organico e di biologico: io, lei, un mobile, un cavallo… cambia solo la disposizione nello spazio di questi atomi. Chi l’ha fatto era un genio di portata illimitata. Di fronte a questa trascendo. Se poi penso all’universo devo accettare l’esistenza di un infinito insondabile o di un nulla – pre Big bang – altrettanto irraggiungibile dalla mente. E mi trovo a trascendere anche lì. In quei momenti annuso la trascendenza» (Avvenire, 19 giugno 2015).

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