In questi mesi Astrazeneca è stata accusata di tutto e del suo contrario. Tranne che degli errori strategici effettivamente commessi dal punto di vista industriale. Il primo: il gruppo anglosvedese ha dimensionato la propria capacità produttiva, e di conseguenza la propria offerta commerciale, senza considerare dei margini di sicurezza, sulla base di un’efficienza massima solo teorica, dalla produzione dei vettori virali alla qualità del principio attivo del vaccino (il cosiddetto bulk). I risultati sono sotto gli occhi. È bastato che uno stabilimento, quello di Seneffe, non riuscisse a raggiungere le prestazioni richieste e si è innescata una catena di problemi. Alcuni indizi lasciano supporre che Astrazeneca si fosse accorta che qualcosa non andava e forse l’acquisto dello stabilimento sul filo di lana da parte dell’americana Thermo Fisher avrebbe dovuto sistemare le cose, ma certi interventi non sono possibili a produzione in corso.
Secondo: Astrazeneca non ha previsto che la crisi pandemica si sarebbe presto trasformata da crisi sanitaria a crisi di sicurezza nazionale e persino identitaria. Per cui la società ha costruito una strategia «di guerra» ricorrendo a strumenti utilizzati in tempo di pace, come l’import/export libero, la flessibilità delle supply chain e della loro composizione. Non ha capito che la globalizzazione si stava regionalizzando e che il Covid avrebbe accelerato il processo. In particolare il semi blocco dell’India alle esportazioni di bulk e di fiale ha messo in crisi il piano B dell’azienda per aggirare i problemi produttivi in Europa. Forse nei prossimi mesi i vertici del gruppo guidato da Pascal Soriot riusciranno a correggere una strategia per ora zoppa. Ieri, intanto, la commissione permanente per il vaccino tedesca (Stiko) ha raccomandato la somministrazione del vaccino ribattezzato Vaxzevria solo agli over 60 e tutti i länder hanno già recepito l’indicazione. Da oggi stop agli under 60.
Per tornare nel campo della pandemia, la posta in gioco è restare protagonisti nella seconda generazione di vaccini. Di certo, se si vanno a comparare le strategie globali delle aziende che producono i vaccini anti Covid si vede che sono molto diverse. Pfizer Biontech, ad esempio, ha deciso che -tranne il mercato Usa e quello cinese (con l’alleanza tra Fosun e Biontech che procede però a rilento) – tutto il resto del mondo in termini di rifornimenti viene seguito dall’Europa. La produzione è accentrata in hub regionali da cui poi parte la distribuzione, una soluzione che diventa efficiente dal punto di vista della concentrazione risorse e resiliente quando appunto la crisi non è più solo sanitaria. Anche per Pfizer Biontech, comunque, l’execution è per ora impeccabile solo negli Stati Uniti, che infatti hanno in sé l’intera supply chain.
Anche Moderna si è basata sugli hub ma facendo servire a ciascuno di essi il proprio mercato di riferimento interno: negli Usa ha siglato accordi con Lonza e Catalent, mentre per il Vecchio continente il vero centro produttivo è in Svizzera sempre con Lonza dove si produce la stragrande maggioranza del bulk in modo controllato (l’uso del brevetto è libero sino a fine pandemia ma il know how è tenuto segreto). In Corea del Sud Moderna lavora con Gc pharma, in Giappone con Takeda, che sono licenziatari ma non producono. La strategia di Curevac è invece totalmente eurocentrica: si tratta di un vaccino tedesco per la Germania e per l’Europa, senza una proiezione globale per ora.
L’americana Novavax ha acquistato un’azienda e un impianto in Repubblica Ceca e ha tenuto per sé i mercati europeo e Usa facendosi aiutare come tutti gli altri dalle cosiddette Cmo (Contract manufacturing organization). Ha però anche siglato accordi di licensing, tanto che i trial vengono effettuati con Takeda per il Giappone e con Serum per l’India, che produrranno il vaccino nei rispettivi mercati. Infine, Johnson&Johnson segue uno schema simile a quello di Moderna, con maggiore attenzione però all’Africa, anche perché è un vaccino monodose più semplice da somministrare in Paesi con una struttura sanitaria poco sviluppata. La multinazionale fornirà, per esempio, all’Unione africana fino a 400 milioni di dosi a partire dal terzo trimestre grazie a un accordo produttivo con l’African vaccine acquisition trust (gran parte delle forniture sarà prodotta da Aspen pharma in Sudafrica).
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