Luca Ricolfi: «Campo largo schiavo di automatismi mentali sessantottini»
Luca Ricolfi (Ansa)

Il professor Luca Ricolfi è docente di Analisi dei dati all’Università di Torino e presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume.

Professore, dopo Parigi e Madrid le proteste sono arrivate in Italia. Pur distinguendo ragioni e contesti, siamo all’internazionalizzazione della guerriglia urbana?

«Se per internazionalizzazione intendiamo la formazione di una rete globale organizzata direi di no, non mi sembra che siamo ancora a quel punto: organizzarsi sul serio è rischioso, molto più rischioso, che agire in modo scollegato. Penso, semmai, che siamo di fronte a meccanismi imitativi di emulazione, qualche volta – per le grandi occasioni – supportati da trasferte da un Paese europeo all’altro, un po’ come per i rave. La pericolosità di queste frange è che non hanno un programma politico, e perciò possono sfruttare qualsiasi evento pubblico, come pulci che cambiano cane».

La violenza nelle piazze e le giustificazioni del mondo progressista

Come valuta che, prima degli ultimi vandalismi, settori della cultura e dei media parlavano delle mobilitazioni francesi e spagnole come dell’espressione della meglio gioventù?

«È il solito meccanismo di proiezione: dietro la violenza altrui si pretende di vedere le buone ragioni della propria parte politica. Il mondo progressista non ce la fa a condannare la violenza senza se e senza ma».

Che credito si può dare a mobilitazioni intitolate «No Meloni day» e «contro il carovita»?

«Le piazze di questi giorni sono molto diverse, per cui non si può fare un discorso generale. Non c’è niente di male a mobilitarsi contro il governo Meloni, e tanto meno contro il carovita, ma a due condizioni, una ovvia, l’altra meno. Quella ovvia è rinunciare alla violenza. Quella meno ovvia è denunciare i violenti senza ambiguità, giustificazionismi, sofismi. L’atteggiamento più pericoloso è quello che dice: “io sono contro la violenza, condanno saccheggi e devastazioni, però i ragazzi che le mettono in atto hanno le loro buone ragioni, che noi dobbiamo capire”. No, se usano la violenza automaticamente declassano le loro buone ragioni».

La campagna elettorale già in corso impedisce di far passare il concetto che il caro benzina e i problemi energetici hanno cause internazionali?

«Il potere dei governi è enormemente sopravvalutato, perché non c’è nessuna consapevolezza dei vincoli cui qualsiasi governo, anche di sinistra, è costretto a sottostare».

Gli adolescenti e i minorenni avvertono in modo così drammatico il problema dell’inflazione e del caro benzina?

«Non credo. Se lo avvertissero, quando saccheggiano riempirebbero solo i carrelli della spesa anziché assaltare i negozi del lusso».

Maranza, centri sociali, sinistra e islam nelle piazze anti Meloni

Come interpretare il fatto che una buona parte dei manifestanti sono maranza e immigrati di seconda generazione?

«Nel caso di Milano mi sembra evidente che c’è un problema di frustrazione economica: l’ostentazione del lusso, congeniale alla città ed enormemente cresciuto con la finanziarizzazione e le speculazioni edilizie degli ultimi anni, suscita risentimento e invidia sociale. Una parte dei membri delle seconde generazioni fanno il confronto con lo stile di vita dei figli di papà milanesi e vorrebbero bruciare le tappe. Ovvero: prendere con la forza e subito, anziché con il lavoro, quello cui pensano di avere diritto. Niente di più lontano dalla umiltà e laboriosità degli emigranti italiani del secolo scorso».

L’altra componente sono gli incappucciati dei centri sociali: sinistra e islam si saldano nelle piazze anti Meloni?

«Non ho elementi per valutare la forza di questa saldatura. Però una cosa me la sento di affermare: i centri sociali sono quasi sempre coinvolti negli scontri, e non prendono quasi mai le distanze dalla violenza. Quindi la richiesta da fare alla sinistra non è di condannare la violenza (niente di più facile, a parole), ma di spiegare a) perché non assume una posizione netta contro i comportamenti di tanti membri dei centri sociali; b) come mai continua a finanziare e proteggere quei centri a dispetto della loro evidente compromissione con la violenza».

Il sogno multietnico e l’integrazione tra islam e Occidente rimane fantascienza?

«Quello multietnico sarebbe stato un sogno felice se avessimo accolto di meno, e soprattutto meglio, con organizzazione, severità e umanità. Così sta diventando un incubo. A mio parere nessuna integrazione è possibile se non c’è rifiuto totale e incondizionato della violenza. Ci balocchiamo con i “valori dell’Occidente” ma dimentichiamo che, dal Seicento in poi, il nostro valore supremo è stata la rinuncia alla violenza dei privati verso altri privati. È questo che accomuna Hobbes e Locke».

La regia delle mobilitazioni è attribuita alla sigla «Italia in piazza» operante sul Web: in piazza per spaccare tutto come i casseur francesi?

«Allo stato se ne sa poco. Bisognerà chiedere al ministero dell’Interno di dare informazioni su questa sigla, e ai giornalisti di inchiesta di scoprire quel che il ministero non può rivelare. Sarebbe un ottimo inizio per la nuova stagione di Report».

Qualcuno si è stupito che a Torino, dove Askatasuna rimane attivissimo, sia stata vandalizzata una libreria Feltrinelli e non un marchio del lusso.

«Può anche essere casuale, gli obiettivi prescelti dipendono anche dal grado di protezione garantito da parte delle forze dell’ordine. Ma non si può escludere che invece non sia un caso: a Torino il lusso è poco esibito, e la ricchezza è molto minore che a Milano».

Landini e la «rivolta sociale»: le responsabilità della politica

È questa la «rivolta sociale» auspicata da Maurizio Landini?

«Non credo che Landini si augurasse saccheggi e violenze. Ma questo aggrava le sue responsabilità: se davvero non voleva scatenare una rivolta, ha fatto un errore imperdonabile a usare quella parola. Se uno si accende una sigaretta con un fiammifero non puoi accusarlo di piromania, ma se lo fa in una foresta in pieno agosto sì».

Silvia Salis ha detto che le proteste giovanili sono «legittime e motivate» e il segretario del Pd Elly Schlein ha intimato al governo di «non offuscare le ragioni delle proteste». Silenzio da Giuseppe Conte. C’è un approccio diverso nel campo largo a questi temi?

«Le proteste giovanili potrebbero essere giudicate “legittime e motivate” se fossero accompagnate da un rifiuto esplicito e non ambiguo della violenza. Nel momento in cui tollerano la violenza perdono una parte importante della loro legittimità, è grave che Schlein non se ne renda conto. Sul silenzio di Conte mi sto interrogando anch’io. A me è capitato di intervistarlo qualche giorno fa al Teatro Umberto di Nola proprio sul tema della sicurezza, e ne ho ricavato l’impressione che, su questo, sia infinitamente più avanti di Schlein. Proprio la sicurezza potrebbe essere il punto che differenzia il programma dei 5 Stelle da quello del Pd».

Secondo lei, ora che sono state devastate le Ztl, Partito democratico e Avs saranno meno indulgenti verso queste manifestazioni?

«Tenderei a escluderlo. Sulla sicurezza i dirigenti del campo largo sono prigionieri di automatismi mentali sessantottini, che non riescono a superare proprio perché, loro, il Sessantotto non l’hanno né vissuto né praticato né capito. E se una cosa l’hai solo orecchiata, senza viverla dal di dentro, hai anche più difficoltà a superarla».

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