• Antonio Savasta, il coindagato di Tiziano Renzi avvicinò il magistrato chiamato a occuparsi dei suoi affari, che ora ammette: «Andai a Roma, cercavo aiuti per la mia situazione».
  • Il giudice è stato convocato per questioni disciplinari. In passato contro di lui ci fu l’esposto di un imprenditore e un procedimento del Csm sul suo lavoro si fermò perché chiese di cambiare città.
  • Un maggiore delle Fiamme gialle ricorda che Luigi Dagostino non fu iscritto a Trani: «Feci presente i rapporti con Tiziano…».


Lo speciale contiene tre articoli.

Antonio Savasta, giudice dell’ottava sezione civile del Tribunale di Roma, è indagato per intralcio alla giustizia e corruzione. È accusato di aver chiuso un occhio su un’inchiesta che coinvolgeva l’immobiliarista barlettano Luigi Dagostino, suo compaesano e coetaneo. Un’indagine su un giro di fatture false emesse in favore di società riconducibili all’imprenditore. In cambio di quel trattamento di favore, secondo l’accusa, Savasta, insieme con l’avvocato Ruggiero Sfregola, si sarebbe fatto introdurre a Palazzo Chigi al cospetto dell’allora sottosegretario Luca Lotti e a una cena privata a cui parteciparono tre pezzi da novanta del Csm che aveva aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Gli ospiti eccellenti erano il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini e i consiglieri Paola Balducci e Giuseppe Fanfani (molto vicino alla famiglia Boschi), nominati in quota Pd.

Ma con La Verità Savasta non accetta questa immagine di magistrato traffichino.

«Io non posso fare il processo sui giornali, ma una cosa posso dirgliela: che quando ho fatto trasmettere gli atti a Firenze il nome di Dagostino non emergeva nel mio fascicolo e che avevo delegato tutto alla Guardia di finanza. Le assicuro che non ho creato nessun ostacolo all’indagine».

Eppure le società beneficiarie delle fatture erano tutte collegabili a Dagostino

«In realtà il suo nome, almeno nelle prime informative, non c’era assolutamente. Forse era presente nell’ultima. Per questo se a un incontro arrivava tizio o caio a me non diceva nulla».

A insospettire i suoi accusatori è il fatto che lei in quel periodo frequentasse proprio il convitato di pietra della sua indagine…

«Io non l’ho frequentavo nella maniera più assoluta».

Ma sull’agenda di Dagostino sono segnati più incontri con lei al bar Igloo di Barletta…

«Io non ho mai avuto incontri con lui al bar Igloo. È un’invenzione, non l’ho mai visto lì».

Dagostino ha dichiarato di averla portata da Lotti a Palazzo Chigi.

«Nemmeno questo è vero. Io sono andato da Lotti con l’avvocato Sfregola».

Dagostino ha fatto mettere a verbale di essere entrato insieme con lei nell’ufficio di Lotti e di averglielo presentato.

«Quando sono entrato non l’ho visto. A me Sfregola ha detto di aver organizzato lui l’appuntamento».

L’avvocato Sfregola sosteneva di essere lui il contatto con Lotti?

«Con persone vicine a Lotti e io non gli ho chiesto chi fossero i suoi referenti. E comunque in quel momento non collegavo Dagostino al mio fascicolo giudiziario. Mi sembra che lui sia arrivato alla fine, quando io avevo già terminato di dialogare con Lotti. Il quale si è limitato a prendere le mie referenze».

Che cosa voleva ottenere?

«La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta».

Perché Lotti accettò di incontrarla?

«Mi è stato detto dall’avvocato Sfregola che c’era la possibilità di parlargli perché stavano cercando dei giuristi che avevano trattato la materia degli appalti a livello penale e io mi stavo occupando indagini di quel tipo. Ma purtroppo la mia candidatura non è stata presa in considerazione».

Ha più visto l’ex ministro?

«No, non mi hanno più chiamato».

Che idea si è fatto delle inchieste che la riguardano?

«Le parlo a cuore aperto: io ho già subìto persecuzioni pazzesche per il solo fatto di fare certi tipi di indagini che mi hanno distrutto la vita».

Per esempio?

«Un giorno le racconterò io le verità su Trani, le dirò che fine abbiano fatto certe inchieste. I problemi sono iniziati quando abbiamo cominciato a indagare sulle banche, sulle agenzie di rating, su questioni che attengono ai derivati, su tutte le società che intendevano trasformare la Puglia in una pattumiera. Noi ci siamo opposti alle lobby dell’immondizia che venivano dalla Campania, ci siamo messi contro tutto il mondo e alla fine abbiamo pagato. Vogliamo parlare della vicenda del treno di Corato? Io facevo parte del pool che se ne occupava e siamo stati trucidati soltanto perché stavamo indagando su dove fossero finiti i soldi destinati alla sicurezza. Consideri che in Italia ci sono delle storie parallele e che quando si entra in certi meccanismi e si scoprono certe cose, i magistrati diventano pericolosi. Oggi si procede in maniera diversa per fare fuori magistrato, non si fa come prima. Ed è quello che hanno fatto con me, perché ci siamo esposti, abbiamo esagerato come piccola Procura a fare determinate indagini. La stiamo pagando cara».

Mi sta dicendo che si sente vittima di un complotto?

«In realtà ho grandissima fiducia nel lavoro dei magistrati, soprattutto quelli della Procura di Lecce che si è sempre comportata in maniera equilibrata. E, poi, effettivamente, come l’ha pensato lei, anche ai magistrati può sembrare che nella mia vicenda ci siano delle stranezze, ma, lo ribadisco, non ho fatto nessun atto che abbia potuto occultare o impedire attività investigative».

L’ex comandante della Guardia di finanza di Barletta sostiene che a dicembre 2015 le segnalò gli stretti rapporti tra Dagostino e la famiglia Renzi.

«Mi è stato detto: “Vogliamo fare delle belle investigazioni, così indaghiamo su Renzi, facciamo lo scoop eccetera eccetera?”. Io ho risposto: “Noi di Trani non siamo il Tribunale d’Italia”. Secondo lei, in un periodo in cui ero sotto procedimento disciplinare, sottoposto a una serie di attacchi proprio perché si diceva che Trani voleva essere al centro del mondo, mi sarei dovuto mettere a fare le indagini in Toscana? Soprattutto quando emergeva una competenza rilevante sul territorio fiorentino? Allora ho detto: se emergono questioni che riguardano Firenze, io non vorrei fare le indagini, perché non mi sento competente, in particolare in un momento in cui, tra parentesi, sono in queste condizioni di difficoltà».

Non voleva occuparsi di Renzi?

«Non è che non mi andasse di toccare Renzi, avrei fatto probabilmente un’indagine fuori territorio e avrebbero detto: “Ecco, di nuovo Trani!”. Si metta nei miei panni, non me la sentivo di fare quel tipo d’indagine, per poi sentir dire… Io adesso faccio il giudice civile, ho deciso di inabissarmi».

Con Dagostino lei andò anche alla cena di Roma dove c’era LGiovanni egnini, vicepresidente del Csm. Per quale motivo?

«Mi avevano detto che c’erano delle persone che, visto che in quel momento ero sotto procedimento disciplinare, erano di un certo livello. “Fai vedere che magari frequenti gente così…”. Ma non è che ci sono andato con strani intenti…».

Lei sperava che fosse l’occasione giusta per incontrare qualcuno del Csm?

«Speravo semplicemente che mi vedessero e che mi potessero ascoltare. Il mio desiderio era di mostrarmi in un contesto di persone di un certo tipo per dire: “Guardate che non sono quel pm di provincia da quattro soldi che magari ha fatto la cavolata della sua vita”. Era solo per quello…».

Come è andata con Legnini, Balducci e Fanfani quella sera?

«Furono molto freddi, probabilmente perché il mio procedimento era pendente».


Giacomo Amadori



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