A New York la violenza è in vertiginoso aumento e il mese scorso contro borseggi, rapine e sparatorie sono stati schierati perfino i riservisti della Guardia nazionale. Però almeno con l’islam va tutto bene, anche se la pace costa un po’. Venerdì la polizia della città più popolosa degli Stati Uniti ha accettato di pagare 17,5 milioni di dollari per chiudere una class action nata dal fatto di aver costretto due donne a rimuovere l’hijab, il velo islamico, per scattare le foto segnaletiche dopo il loro arresto. Le signore si sono sentite «violate» e «spogliate», a dire dei loro avvocati. E un portavoce della municipalità, dopo il patteggiamento dell’altro ieri, ha espresso soddisfazione parlando di «un buon accordo che rappresenta anche una positiva riforma per la polizia di New York». Sottomessi e contenti.
Per capire il contesto di sicurezza e ordine pubblico nel quale operano gli agenti del Nypd basta un numero, ufficiale: i reati e le violenze da strada sono aumentati del 13% nell’ultimo anno. Il mese scorso, sono aumentati di mille unità i poliziotti schierati ogni giorno ai tornelli della metropolitana e sono oltre un migliaio i soldati della Guardia nazionale chiamati a dare manforte nella lotta contro rapine e aggressioni dalla governatrice Kathy Hochul. Anche in guerra, però, bisogna stare attenti alle maniere forti o anche semplicemente spicce, specie se si è nel democratico Occidente. Così, la polizia di New York ha deciso di patteggiare e pagare 17,5 milioni di multa per mettere fine a una disputa legale collettiva, nata da due donne musulmane al quale fu tolto brevemente il velo per le foto segnaletiche. I fatti sono del 2018, ma sono arrivati a un punto fermo solo venerdì, in tribunale, anche se formalmente bisognerà attendere il via libera del giudice distrettuale Analisa Torres. La somma dovrebbe consentire di risarcire circa 3.600 donne islamiche che avrebbero subito lo stesso trattamento dagli agenti, tra il 2014 e il 2021. Gli importi per le singole ricorrenti oscilleranno tra 7.800 e 13.125 dollari.
I legali di una delle due donne, che si chiamano Clark e Aziz, hanno riferito le parole della prrima: «Quando gli agenti mi hanno costretto a levare il mio velo, mi sono sentita come se fossi denudata. E non credo che le parole possano descrivere appieno come mi sono sentita umiliata e violata». Va detto che, dopo la causa, già nel 2020 il dipartimento di polizia della metropoli ha accettato di lasciare che uomini e donne mantengano i loro copricapi o veli durante lo scatto delle foto segnaletiche, a patto che i tratti somatici siano in qualche modo riconoscibili. Al New York Times, Nicholas Paolucci, portavoce dell’ufficio legale della municipalità, ha affermato che «l’accordo si è tradotto in una riforma positiva per la polizia», perché «bilancia con grande attenzione il rispetto del dipartimento per le convinzioni religiose con l’importante necessità della polizia di fotografare gli arrestati». Le nuove regole si applicano non solo ai veli delle donne islamiche, ma anche a qualunque copricapo o velo religioso, inclusi quelli utilizzati da ebrei ortodossi o sikh.
Per Albert Fox Cahn, avvocato delle due islamiche, questo accordo «manda un potente messaggio in base al quale Nypd non può violare il primo emendamento (libertà del singolo, non solo religiosa, ndr) dei newyorkesi senza pagare un prezzo». Esultano i vertici del Consiglio delle relazioni tra americani e islamici (Cair), con il leader Afaf Nasher che ringrazia «le donne musulmane che con coraggio hanno portato avanti questa causa». Sullo sfondo, anche di questa manifestazione di debolezza di una città simbolo come New York, resta sempre l’ambiguità che circonda l’esibizione del velo islamico: imposizione maschilista, libertà religiosa o messaggio politico di conquista?
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