Con le sanzioni occidentali, i rapporti commerciali tra le due potenze nel 2023 cresceranno ancora di più. La terra dello zar è la riserva di materie prime del Dragone. Che, in cambio, inonda il partner di allumina.

La visita del presidente cinese Xi Jinping in Russia, oltre ai pesanti risvolti geopolitici, riveste particolare importanza anche per gli effetti economici derivanti dal consolidamento dell’alleanza tra i due Paesi. Una partnership che si avvia a divenire più stretta e articolata proprio sull’onda dell’isolamento politico in cui l’Occidente sta spingendo il Cremlino.

Le sanzioni decretate dal blocco occidentale nei confronti della Russia non sono applicate in Africa, Sud America e Asia, dove anzi i due maggiori Paesi, Cina e India, stanno stringendo ancora di più i propri legami con Mosca. Lo stesso Xi Jinping ebbe a dichiarare espressamente, lo scorso autunno, che la Cina intendeva forgiare una stretta alleanza con la Russia sui temi energetici per «assicurare la sicurezza energetica globale».

Non c’è da sorprendersi, dunque, se mentre la Russia cercava mercati di sbocco alternativi per le proprie materie prime energetiche, offrendo robusti sconti, la Cina si affrettava a raccogliere il testimone lasciato cadere dall’Europa. L’embargo occidentale ha infatti spinto i prezzi verso il basso e in questo modo Pechino ha potuto risparmiare miliardi di dollari comprando a prezzo più basso energia dalla Russia, facendo anche buoni margini di intermediazione con l’export di occasionali surplus.

Proprio ieri sono stati diffusi alcuni dati ufficiali dalle dogane cinesi. L’import cinese di carbone dalla Russia è arrivato a 14,8 milioni di tonnellate, o 250.847 tonnellate al giorno, nei mesi di gennaio e febbraio di quest’anno (+127% rispetto ai primi due mesi del 2022), facendo della Russia il secondo fornitore di Pechino dopo l’inarrivabile Indonesia (34,8 milioni di tonnellate nei primi due mesi dell’anno). Da notare che l’exploit del carbone russo esportato in Cina è limitato dalla scarsità delle infrastrutture di collegamento ferroviario tra i due Paesi, situazione che appare paradossale ma che, molto probabilmente, non durerà a lungo.

Per quanto riguarda il petrolio, sempre nei primi due mesi di quest’anno la Russia ha superato l’Arabia Saudita quel principale fornitore della Cina. Da Mosca sono arrivati in territorio cinese 15,68 milioni di tonnellate di greggio, ovvero 1,94 milioni di barili al giorno, in aumento del 23,6% rispetto a 1,57 milioni di barili al giorno nello stesso periodo del 2022. Per marzo ci si aspetta che questi quantitativi aumentino ancora. Vi è da notare che già nel 2022 le importazioni di greggio russo erano aumentate dell’8% circa (toccando gli 86.3 milioni di tonnellate, mentre quelle dagli Stati Uniti sono diminuite di oltre il 30% (scendendo a 7.9 milioni di tonnellate). Ricordiamo che a fornire alla Cina un terzo del petrolio acquistato dalla Russia provvede l’oleodotto Skovorodino-Mohe, cosa che consente ai due Paesi di non incorrere in sanzioni né in restrizioni legate a navi o trasporti. Il greggio in arrivo nei porti cinesi, invece, è soprattutto della qualità Espo, che ha avuto a febbraio un prezzo scontato di circa il 10% rispetto al petrolio Brent. Anche il petrolio Urals, di qualità inferiore rispetto all’Espo, che era venduto a uno sconto compreso tra i 10 e i 20 dollari al barile rispetto al Brent, ha avuto grossi quantitativi in arrivo, soprattutto grazie all’azione delle due grandi compagnie statali Sinopec e PetroChina. In aumento anche l’import cinese di petrolio dalla Malesia, Paese utilizzato a volte come transito per il petrolio sotto embargo proveniente da Venezuela ed Iran.

Ma non è tutto. I dati diffusi dall’Agenzia delle dogane cinese mostrano che la Cina a gennaio e febbraio ha esportato verso la Russia ben 242.276 tonnellate di allumina, contro le scarse 698 tonnellate dello stesso periodo del 2022. Un vero boom dell’export cinese che segue il divieto di esportazione in Russia di allumina e minerali applicato dall’Australia nel quadro delle sanzioni economiche. Gli ambiti di collaborazione tra Cina e Russia, dunque, sono a due vie e si estendono proprio in reazione ai vincoli posti dai Paesi del G7 più l’Unione europea e, appunto, l’Australia.

Anche il gas naturale vede un’estensione della collaborazione tra i due Paesi. Nel 2023 si prevede che i flussi di gas trasportati dal gasdotto Power of Siberia aumenteranno del 50% circa, passando dai 15 miliardi di metri cubi forniti nel 2022 a oltre 22 miliardi di metri cubi. Il gasdotto è parte di un accordo della durata di trent’anni tra Cina e Russia stipulato nel 2019. Entro il 2027 i volumi dovrebbero raggiungere i 38 miliardi di metri cubi all’anno. Vi è poi un accordo per l’acquisto di altri 10 miliardi di metri cubi all’anno dal 2026 dagli impianti nell’isola di Sakhalin.

Dunque, la stretta sanzionatoria nei confronti della Russia sta gettando la stessa tra le braccia della Cina. Una saldatura che si fa ancora più stretta con il passare del tempo, a prescindere dagli esiti della guerra in Ucraina.

Ieri, intanto, il prezzo del gas al Ttf è sceso in chiusura sotto i 40 euro al MWh (39,20), un prezzo che non si vedeva dal luglio del 2021. I prezzi del petrolio Brent, dopo aver toccato un minimo di 70 dollari al barile, hanno rimbalzato poi sino a 73 dollari. Le turbolenze sui mercati finanziari innescate dal caso della banca svizzera Credit Suisse hanno, infatti, posto una serie di interrogativi sulle scelte future della Federal Reserve in merito ai tassi di interesse, cosa che influenza i prezzi delle commodity. Oltre alle materie prime, la questione delle banche occidentali è un importante indicatore di come il decoupling tra Occidente e Oriente sia effettivamente in atto. Presto sarà più chiaro che il terreno di scontro è quello valutario.

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