- A Bruxelles si sentono fuori pericolo, ma le votazioni iberiche registrano la fine del bipolarismo della Madrid postfranchista. E il flop dei popolari porterà il Ppe dall’intesa con i socialdemocratici a quella con i sovranisti.
- I socialisti hanno vinto le elezioni ma non hanno i numeri per governare. Servirà un patto allargato anche ai baschi o un asse con Ciudadanos, all’ombra di George Soros.
- Nessun compromesso con i separatisti e linea dura sull’immigrazione, strizzando l’occhio a Donald Trump. Il partito di Santiago Abascal è balzato da zero a 10%, conquistando 24 seggi.
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«La maggioranza schiacciante degli spagnoli ha optato per partiti chiaramente pro europei», dice il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas. «Confidiamo che Sánchez formi un governo stabile e pro Ue».
A Bruxelles tirano un sospiro di sollievo per l’esito delle elezioni in Spagna. Come già era successo dopo il ballottaggio del 2017 in Francia, gli eurocrati festeggiano: sono ancora vivi. Ma le loro prospettive di sopravvivenza sono appese a un filo, che rischia di spezzarsi il 26 maggio, quando si apriranno le urne per rinnovare il Parlamento europeo.
È vero: Pedro Sánchez ha vinto. I socialisti hanno sfiorato il 29%, hanno ottenuto 123 seggi e sono tornati a brindare con la sangria dopo 11 anni dall’ultimo risultato positivo. Ma quello per il prossimo esecutivo è un percorso insidioso, soprattutto per gli europeisti, che suonano la lira mentre Bruxelles va in fiamme. Il Psoe sarà pure il primo partito, avrà inviato «un messaggio all’Europa e al resto mondo», si sarà convinto di poter formare un esecutivo pro Ue («se puede», ha detto Sánchez), ma intanto deve fare i conti con la morte del bipolarismo. Ovvero, del sistema che aveva caratterizzato la Spagna postfranchista, quella che si lasciava alle spalle la dittatura e abbracciava con convinzione il progetto europeo. Per avere una maggioranza sicura, il Psoe dovrebbe allearsi con Ciudadanos, il partito dei moderati che ha però escluso un’intesa. Il suo numero uno, Albert Rivera, ha anzi approfittato del capitombolo di popolari per accreditarsi come leader dell’opposizione. La seconda ipotesi era mettersi con Podemos. Lo schieramento di Pablo Iglesias, il cui grillismo di sinistra è uscito piuttosto ridimensionato dalle urne, si è detto disponibile a una trattativa. Ma per la maggioranza assoluta serviva il contributo dei nazionalisti baschi, canari, valenciani e cantabrici. La peggiore delle ipotesi sarebbe stato il matrimonio con gli indipendentisti catalani, con i quali i socialisti non hanno mai voluto il pugno di ferro e che nondimeno temono, considerandoli inaffidabili. Peraltro, è paradossale che per salvare l’Europa ci si debba rivolgere ai fan delle micropatrie, dei regionalismi, se non a quelli che vorrebbero lacerare l’unità del Paese e che l’Unione europea, ai tempi della fuga di Carles Puigdemont, aveva cordialmente scaricato, per il bene del fido esecutore dei suoi ordini, l’ex premier Mariano Rajoy. Alla fine, il Psoe ha confermato che punta a un monocolore. Siccome gli mancano 53 seggi, però, dovrà sperare in un appoggio esterno di qualche «responsabile». In parole povere, Sánchez ha fatto «vincere il futuro», però aspira a quella che ai tempi della prima Repubblica italiana chiamavamo la «non sfiducia». Il domani europeista avvinghiato a un governicchio alla Giulio Andreotti.
Non bisogna dimenticare nemmeno che, in chiave europea, i risultati delle elezioni in Spagna sanciscono l’affermazione di movimenti distanti dalla grande coalizione che esprime l’attuale Commissione. Il Ppe, con la débâcle dei popolari, cui evidentemente non ha portato bene fare i Mario Monti in traje de luces, scontano l’ennesima emorragia di consensi, dopo quelle dalla Francia, dall’Italia e dalla Germania. E questo non fa che spingere i moderati tra le braccia dei sovranisti, ovvero di quell’intesa, propiziata da Viktor Orbán e Matteo Salvini, che spezzerebbe l’asse con il Pse dell’era Juncker–Merkel–Timmermans. I socialisti Ue, dal canto loro, si preparano a spagnolizzarsi. E questa è una pessima notizia per i piddini nostrani, che pure salutano con letizia il risultato del Psoe, dall’ammiccante «adelante Pedro» del tweet di Paolo Gentiloni, all’«alternativa a sovranisti, populisti e destre» celebrata da Nicola Zingaretti. L’ascesa di Sánchez relega i dem a un ruolo marginale nel Pse e archivia il ricordo del famoso 40%, che galvanizzò Matteo Renzi nel 2014. La sconfitta di «autoritarismo» e «involuzione» somiglia dunque al classico illusorio miglioramento del paziente moribondo. E se l’analisi post elezioni politiche è un profluvio di retorica europeista, quella post 26 maggio rischierà di svolgersi sul tavolo autoptico della vecchia Europa. Tanto più che, dopo la Francia, dove Marine Le Pen è oramai sdoganata e in crescita, pure la Spagna, sancendo il boom di Vox, dimostra di aver superato il tabù della destra radicale.
A tutto ciò si aggiunge un altro parallelismo con l’esperienza di Emmanuel Macron: il galoppino dell’establishment era una delle tante figurine investite dell’ardua missione di salvare l’Europa, ma la sua presidenza, dagli immigrati alla politica estera, trabocca di sciovinismo. I suoi progetti di riforma dell’eurozona sono stati congelati dalla gelida accoglienza di Berlino. Pure il premier Sánchez aveva esordito facendo sbarcare a Valencia la nave Aquarius, respinta dall’Italia. Ma il nobile paladino iberico dell’Europa accogliente ha fatto presto a cambiare idea: a gennaio, per dire, l’Ong Open arms ha trovato chiuso il porto di Barcellona. La nave, peraltro non era in arrivo, ma partiva per raccogliere un po’ di migranti in mare. La bontà del guapo Sánchez è durata da Natale a Santo Stefano. Per citare un famoso titolone di Time: può quest’uomo salvare l’Europa?
Alessandro Rico
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