La Commissione europea stila la prima bozza della tassa digitale prevista per il 2020. Il testo lascia a ciascuna amministrazione fiscale il compito di suddividere i ricavi creando ulteriori complicazioni burocratiche. Alla fine il rischio è che parte del gettito resti nelle mani di Bruxelles. Intanto, la Svizzera smonta la nostra imposta sull’online: «Un Paese non può muoversi da solo».
Lo speciale contiene due articoli
Amministrazioni fiscali nel caos a causa della digital tax messa in campo dalla Commissione Ue. Nella proposta di direttiva, annunciata il 21 marzo 2018 dal commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, non è stato infatti chiarito come le multinazionali del digitale pagheranno il conto. O meglio quale entità, facente capo alla corporate digitale, erogherà la somma alle varie Agenzie delle entrate.
Stando alla proposta della Commissione le multinazionali del digitale dovranno pagare una tassa del 3% nello Stato in cui vengono generati i ricavi derivanti da determinate attività digitali quali: la vendita di spazi pubblicitari online, la vendita di dati generati da informazioni fornite dagli utenti e di attività di intermediazione che possono facilitare la vendita di beni o altri servizi tra diversi utenti.
A dover riscuotere la tassa del 3% saranno le varie amministrazioni fiscali europee, per un totale di 5 miliardi di euro l’anno. Il problema nasce proprio dall’attività di riscossione. Chi erogherà i soldi all’Agenzia delle entrate italiana, se in Italia sono presenti solo filiali che si occupano di marketing e distribuzione dei prodotti? Gli headquarter delle big del digitale sono infatti localizzati nei paradisi fiscali europei (Irlanda, Olanda, Belgio e Lussemburgo) dove pagano una corporate tax (tassa sui profitti dell’impresa) molto vicino allo 0%. E il reddito, non può certo restare a Bruxelles. Per farlo gli Stati dovrebbero dare espressa volontà alla commissione di raccogliere le tasse, al loro posto, così che questo resti nell’Ue. Lo scenario, in questo caso, vedrebbe una parte degli incassi degli Stati venir destinato alle risorse proprie Ue.
Stando allo scenario attuale, lo schema che si profila è invece il seguente. La multinazionale digitale, con sede negli Usa, comunica all’headquarter europeo la somma dovuta ad ogni singolo stato dell’Ue. La sede europea si relaziona con il fisco locale che, a sua volta, raccoglierà, per conto di tutte le amministrazioni fiscali, le varie tasse, e solo in secondo momento le ridistribuirà tra le varie Agenzie delle entrate. Questo significa, dunque, che quattro amministrazioni europee dovranno gestire 5 miliardi di euro e raccogliere le tasse per 23 paesi dell’Ue. Ma significa anche un continuo scambio tra le 28 Agenzie delle entrate con un alto rischio di errori e ritardi.
Tuttavia c’è dire, che lo schema appena proposto non tiene conto degli schemi di elusione fiscale messi in campo da molte multinazionali. Google e il Double Irish with Dutch Sandwich, ne sono un esempio vivente. In Europa Google ha stabilito: Google Ireland Ltd, Google Ireland Holdings e Google Netherland Holding. A Google Ireland Ltd è concesso lo sfruttamento economico delle proprietà intellettuali dell’algoritmo, in cambio di royalties, da parte della holding irlandese, che si occupa della stipulazione dei contratti e della fatturazione con i clienti europei del Medio Oriente, dell’Africa, dell’Asia e dei Paesi dell’Area del pacifico. Nella holding Olandese vengono dirottate tutte le royalties, e pagate le tasse al fisco nazionale. Questa sede non ha però né un’attività né un’autonomia gestionale propria. È usata solo per trasferire gli utili e dunque, per ridurre la base imponibile del gruppo. In questo caso, deve essere l’Agenzia delle entrate Irlandese o quella Olandese a dover riscuotere le tasse per i restanti paesi dell’Ue?
Altro aspetto che complica la digital tax è la ridistribuzione della ricchezza. Non si può negare che con questa direttiva la Commissione stia cercando di ridistribuire i ricavi della multinazionali del digitali tra tutti i paesi dell’Ue. Fino ad oggi, infatti, i ricavi delle corporate venivano fagocitati solo in pochi stati dell’Ue. La ridistribuzione significa però che paesi come l’Irlanda e il Lussemburgo dovrebbero rinunciare ad una parte sostanziosa dei loro ricavi per «condividerla» con tutti gli altri Paesi dell’Ue. Rinuncia, che potrebbe generare buchi di bilancio, se non si dispongono di entrate sostitutive, e perdita di posti di lavoro, nel lungo periodo, a favore di altri Stati membri, dato che le multinazionali non avranno più nessun incentivo (fiscale) nel volersi stabile in Irlanda piuttosto che in Francia o in Italia.
Non stupisce dunque che paesi come l’Irlanda e il Lussemburgo siano stati i primi a manifestare la loro opposizione al progetto digitale della Commissione.
Leggi qui la proposta di direttiva sulla tassazione digitale temporanea.pdf
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