«Professionalità e umanità, il valore dell’aggiunto dell’Easo». Sul suo sito Web, l’ufficio europeo per il sostegno all’asilo (Easo) si presenta così, celebrando l’operato dei propri addetti nell’hotspot di Lampedusa. Questa struttura dell’Ue è nata nel 2010 per occuparsi di accoglienza degli immigrati. Giusto ieri, tramite Twitter, l’Easo spiegava di essere impegnata a «fornire ai migranti in arrivo in Italia informazioni utili sull’asilo e sulla protezione internazionale». In effetti, il 22 novembre del 2017 l’Easo e il nostro Paese – rappresentato per l’occasione dal super prefetto Franco Gabrielli, dalla responsabile Immigrazione e libertà civili del Viminale, Gerarda Maria Pantaleone, e dalla Garante dell’infanzia Filomena Albano – hanno sottoscritto un protocollo d’intesa riguardante proprio la tutela dei richiedenti asilo.
L’accordo conferisce all’agenzia Ue «un ruolo rafforzato nel sostenere la gestione della registrazione delle domande di protezione internazionale, anche attraverso la preparazione di fascicoli nella procedura nazionale di asilo. Questa misura ha lo scopo di alleviare alcune delle pressioni sul sistema italiano di asilo». Insomma, ci siamo capiti: stiamo parlando di un organismo comunitario che negli ultimi anni ha alacremente lavorato onde favorire l’invasione. A quanto pare, i vertici dell’Easo sono molto attenti ai diritti dei migranti: «Professionalità e umanità», ripetono. Ma di umanità ne mostrano un po’ meno nei confronti dei loro dipendenti. A mostrarlo è un’inchiesta realizzata da Jacopo Barigazzi per il celebre sito Politico.eu, in cui si spiega come «le molestie del personale, una “cultura dell’irresponsabilità” e l’uso della “violenza psicologica” come strumento di gestione» siano caratteristiche della «principale agenzia dell’Ue per la gestione della migrazione».
Il portoghese José Carreira, direttore esecutivo dell’Easo, è sotto indagine da gennaio da parte dell’ufficio antifrode della Commissione Ue, l’Olaf, per «presunta cattiva condotta in materia di appalti e risorse umane e possibili violazioni delle norme sulla protezione dei dati». Il capo delle risorse umane dell’agenzia, il francese Emmanuel Maurage, si è dimesso dall’incarico, denunciando una «violenza psicologica pervasiva in questa istituzione, che da alcuni è considerata una maniera normale di dirigere uno staff». Secondo Maurage, i dipendenti che hanno provato ad aprire bocca sul clima all’interno dell’Easo sono stati messi a tacere con metodi da regime, ovvero «spiandoli, diffondendo voci false, fabbricando documenti, estorcendo false testimonianze, pagando gli avvocati per denunciare i membri dello staff». Il principale destinatario delle accuse è, ovviamente, José Carreira, sulla cui condotta hanno avuto parecchio da ridire anche altri dirigenti dell’Easo. Il quale, ovviamente, nega tutto, sostenendo che gli attacchi nei suoi confronti arrivano «da tre specifici impiegati e non costituiscono in alcun modo un’oggettiva o autorevole analisi della situazione dell’agenzia».
Vedremo come si risolverà questo guazzabuglio. A luglio dovrebbe terminare l’indagine dell’ufficio antifrode, ma anche la questione delle «molestie» e «violenze psicologiche» dovrà essere affrontata seriamente. Quel che resta, però, è la sensazione di stare assistendo a uno spettacolo grottesco. L’Easo è un organismo che maneggia una marea di soldi. Il suo budget annuale è cresciuto dai 15,5 milioni del 2015 fino ai 69 milioni del 2017. Il direttore Carreira, da alto dirigente, guadagna circa 14.000 euro al mese.
Cifre allucinanti per un lavoro la cui utilità è abbastanza discutibile, specie se si considera che l’apporto europeo nella gestione dell’immigrazione nel nostro Paese è stato sostanzialmente nullo (anzi, molto spesso pure dannoso). Ma, soprattutto, è allucinante leggere le testimonianze dei dipendenti dell’agenzia che denunciano maltrattamenti, vessazioni, isolamento e altri comportamenti analoghi. Questo genere di cose si verifica all’interno di un’agenzia europea la cui principale occupazione consiste nel diffondere «buoni sentimenti» nei confronti degli stranieri. L’Easo, tra le altre cose, sponsorizza il Migration media award 2018, un premio da conferire ai giornalisti che producono i migliori servizi sul tema della migrazione. Scopo dell’iniziativa è quello di modificare il modo in cui l’immigrazione è raccontata. «L’attuale discorso sulla migrazione», spiegano gli organizzatori sul sito, «ha assunto una svolta drammaticamente negativa nell’ultimo decennio». Motivo per cui, proseguono, è necessaria «una revisione del modo in cui le informazioni relative alle migrazioni sono raccolte, condivise e diffuse tra i diversi attori, il che influenza notevolmente sia la politica migratoria che la percezione pubblica». L’Easo viene a farci la morale sul modo in cui i giornali parlano dei migranti. Poi, però, sugli stessi giornali ci finisce per via delle molestie e delle violenze psicologiche esercitate dai capi sui dipendenti. Un ritratto perfetto dell’Europa.
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