È questione di teologia politica: Donald Trump, per citare il Vangelo di Luca, funge da «segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori». Rappresenta l’opposto del kathéchon, il «potere che frena» l’arrivo dell’apocalisse, ossia della rivelazione finale: lui, semmai, lo accelera. Costringe l’Europa a guardare nel suo nietzschiano abisso. Anche l’abisso guarderà dentro di lei?
Il ciclone dei dazi è un’occasione. Qualcuno spera di sfruttarla per trasferire all’Ue ancora più competenze; qualcun altro ci legge la prova che, al contrario, l’Unione deve snellirsi, rinunciare al centralismo (poco) democratico e sciogliere lacci e lacciuoli. È il bivio cui la Casa Bianca ci ha messo davanti. E una lunga filiera, che spazia più o meno dal Quirinale alla Bce, è convinta che la strada da intraprendere sia quella alla Spinelli: più superstato, meno nazioni. Lo chiamano federalismo, ma in effetti sarebbe una concentrazione di poteri nelle mani di una classe di burocrati, tenuti il più possibile «al riparo», come da vivida descrizione di Mario Monti nel 1998, «dal processo elettorale».
Il metodo che questa trasformazione intende sfruttare è quello del «fate presto», la reazione concitata a un’emergenza esogena, che sopprime gli spazi della contrattazione e del negoziato in nome della granitica necessità. È il paradigma del «there is no alternative», benché spiaccia accostare Margaret Thatcher a Ursula von der Leyen. L’obiettivo primario è cancellare il meccanismo che riesce a mettere in comunicazione le sovranità nazionali con l’esercizio dell’autorità a livello comunitario. Si tratterebbe, quindi, di abolire il principio dell’unanimità in Consiglio, sottraendo ai Paesi membri dell’Ue il diritto di veto.
La logica che giustificherebbe il passaggio è quella dello snellimento: le sfide sono complesse, urge istituire procedure rapide e flessibili di decisione. Altrimenti, ammoniva già a novembre 2023 Sergio Mattarella, «si rischia la paralisi». La contropartita reale l’ha segnalata sulla Verità Claudio Antonelli, subito dopo le esternazioni di Christine Lagarde sulla controversa riforma: gli esecutivi nazionali si ridurrebbero a semplici amministratori di condominio. La governance al posto del governo. È il sogno tecnocratico, legato alla filosofia della globalizzazione, dalla quale faticano a congedarsi i nostalgici di un ordine in agonia già da molto prima che questa crisi storica producesse il trumpismo. Ça va sans dire: visto il blocco di popolazione che recano in dote, il voto a maggioranza nel vertice dei capi di Stato si tradurrebbe in un assegno in bianco a Francia e Germania.
Accanto all’usuale spinta per avere «più Europa», tuttavia, si sta facendo largo un’alternativa. Una ricetta che, formalmente, non chiede di smantellare l’Ue; piuttosto, di tenerne ciò che è buono, sopprimendo il Leviatano. Sussidiarietà, semplificazione. No all’ipertrofia regolatoria; e quel che gli Stati possono fare meglio, non lo facciano la Commissione né un Consiglio riveduto e corretto. È l’idea che si scorge dietro le proposte di Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, pertinenti alla critica di Washington, che è indirizzata altresì ai vincoli Ue. Venerdì, il presidente del Consiglio ha suggerito di far fronte alle tariffe cominciando da un’operazione di buon senso: rivedere il Green deal. È un amo gettato affinché qualcuno possa abboccare pure a Berlino: se le più preoccupate per le barriere commerciali sono le industrie automobilistiche tedesche, sarebbe nel loro interesse congelare obblighi e sanzioni che ne danneggerebbero ulteriormente il business. Al contempo, archiviare il radicalismo verde ci libererebbe da un fardello opprimente e oneroso. Ieri, poi, il ministro dell’Economia è tornato a promuovere un’istanza che era emersa nei dibattiti sul riarmo e alla quale, da mesi, lavora Guido Crosetto, titolare della Difesa: se davvero dobbiamo seguire il modello spagnolo, se davvero dobbiamo destinare sostegni economici alle imprese penalizzate dai dazi, occorrerà che le risorse accantonate vengano scorporate dal Patto di stabilità. Soldi nostri, che decidiamo noi come usare, per l’esercito o per le Pmi, vedendocela con i mercati ma non con i pallottolieri dei commissari.
È una posizione il cui interesse è più politico che tecnico: significa che i dogmi ragionieristici europei, calibrati sul putrescente ordoliberalismo tedesco, si possono discutere. Sarebbe un ritorno all’Europa pre Maastricht? E sia. Ma è meglio un grande passo avanti che ci avvicina al fallimento, o un passetto indietro che conservi il progetto europeo?
Giorgetti ha ammesso che «siamo di fronte a un cambiamento di portata storica e politica che mette sotto tiro la politica della globalizzazione». Altri confidano in soluzioni intermedie: Antonio Tajani, al congresso di Forza Italia, ha vagheggiato l’unificazione della «figura del presidente della Commissione europea con il presidente del Consiglio europeo, eletto magari direttamente dai cittadini». Ciò basterebbe a mitigare le conseguenze dell’abrogazione dell’unanimità? La verità è che la prova è epocale. Sarà difficile salvare capra e cavoli.
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