Dazi, Ursula: «Siamo pronti a rivalerci». Il Ppe minaccia imposte alle Big Tech
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Il presidente della Commissione europea: «Se servirà, lanceremo contromisure molto decise».

Alla vigilia dell’introduzione dei dazi, continuano le dichiarazioni incrociate tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e Bruxelles. Non è ancora chiaro quale sarà il piano di Washington. Ieri è continuata la girandola di annunci e minacce di ritorsioni, di ostentazione di muscoli ma anche di instancabile lavoro diplomatico. Trump ha ribadito che sarà «molto gentile» con i partner commerciali degli Usa che «si sono approfittati di noi, rispetto a quello che hanno fatto», assicurando che i dazi doganali Usa saranno «più bassi» e in alcuni casi «significativamente più bassi» di quelli imposti da altri Stati. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, in un’intervista a Fox, ha detto che le tariffe «metteranno fine alle pratiche commerciali sleali e il resto del mondo proverà quello che gli americani hanno provato finora». Ci sarà una situazione di «reciprocità». Poi con tono minaccioso ha sottolineato che «ogni Paese che ha trattato in modo scorretto gli Stati Uniti dovrebbe attendersi dazi» specificando che Trump si è consultato con il segretario al Tesoro Scott Bessent. Secondo i media americani su alcuni Paesi la politica doganale della Casa Bianca picchierà più duro che su altri. Oggi quindi Washington dovrebbe scoprire le carte. Un paio di settimane fa proprio Bessent, aveva individuato, in una intervista, una lista di «Dirty 15». Si riferiva al 15% delle nazioni – scrive Cnbc – che rappresentano la maggior parte del volume degli scambi statunitensi. Il segretario al Tesoro però non aveva fatto nomi.

Intanto il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, con una mano brandisce la clava e minaccia ritorsioni e con l’altra invita alla ragionevolezza. Parlando alla plenaria del Parlamento europeo, ha detto che «uno scontro tra Usa e Europa non è nell’interesse di nessuno» poiché le «relazione commerciali sono le più grandi e prospere al mondo e staremmo tutti meglio se potessimo trovare una soluzione costruttiva». Allo stesso tempo, ha ribadito che «non è stata l’Europa ad iniziare. Non vogliamo necessariamente vendicarci, ma abbiamo un piano forte per rivalerci, se necessario con contromisure molto decise». Poi, rivolta a chi ha paventato una Ue divisa tra Paesi che puntano a iniziative forti e quelli che invece non vogliono innescare un pericoloso effetto a catena, ha sottolineato che c’è un fronte unico. «Sono già stata in contatto con i nostri capi di Stato e di governo sui prossimi passi. Valuteremo attentamente gli annunci per calibrare la nostra risposta con l’obiettivo di una soluzione negoziata. Tutti gli strumenti sono sul tavolo», ha evidenziato Von der Leyen, citando poi l’intenzione di continuare a «diversificare il commercio con altri partner e raddoppiare gli sforzi sul nostro mercato unico per abbattere le barriere che restano».

A stretto giro il commento del vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini. «Fare la guerra agli Usa non è intelligente, le cose vanno risolte al tavolo». Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ribadisce che «non si può trattare a livello nazionale. Non dobbiamo piegare la testa, ma neanche essere antiamericani».

Dal leader del Ppe, Manfred Weber, è arrivato l’affondo: «Se Trump mette i dazi colpiremo le Big Tech». E ha ricordato il peso che l’Europa ha come potenza economica: «È il 22% del Pil globale, mentre gli Stati Uniti sono il 25% – quindi siamo uguali! Se Trump si concentra sui beni europei, noi dovremmo concentrarci di più sui servizi americani. I giganti digitali pagano poco le nostre infrastrutture».

Intanto le case automobilistiche sono in pressing sulla Casa Bianca. Lunedì il presidente di Stellantis, John Elkann ha avuto un secondo faccia a faccia con il tycoon. Il gruppo è tra quelli che rischia maggiormente con i dazi. Negli Usa impiega circa 75.000 dipendenti, e ha consegne pari a circa 1,4 milioni di veicoli. Anche Ford e General Motors, secondo Bloomberg, stanno tentando di convincere l’amministrazione americana per escludere alcuni componenti per auto a basso costo dai dazi.

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