• Carlo Cottarelli, pensionato di lusso del Fondo monetario, quando Letta lo nominò commissario confuse netto e lordo della busta paga. Cantante per hobby, portiere mancato, alle feste intona anche Bella ciao.
  • Il «neutro» accetta l’incarico. Già oggi al Colle con i ministri tecnici in tasca: Raffaele Cantone, Marta Cartabia, Guido Tabellini. Il programma: «Essenziale stare nell’euro».
  • Ma Lega, 5 stelle, Fdi e anche Fi hanno già alzato le barricate: l’esecutivo dell’economista è privo dei numeri. Matteo Renzi chiama all’unità ma la Fedeli apre il fronte: «Mica detto che lo sosteniamo». Elezioni 7 o 14 ottobre.
  • Nel suo ultimo libro, il presidente del Consiglio accarezza l’ipotesi di Italexit: «I problemi degli italiani potrebbero essere risolti uscendo dalla moneta unica». A lui certe idee sono permesse.

Lo speciale contiene quattro articoli

Brandywine street sembra uscita da una serie tv americana, la classica via di villette e prati appena tagliati. Qui, nello storico quartiere Tenleytown di Washington, si trova il buen retiro di Carlo Cottarelli, 64 anni, cremonese, pensionato di lusso del Fondo monetario internazionale, dove ha lavorato per 25 anni. Nel 2015 confidò a un giornalista: «Qualche giorno fa, qui a Washington, abbiamo organizzato una festa della Repubblica alternativa, con canti e cori. Il repertorio? Cantautori italiani assortiti: Battisti, De Gregori, Guccini e qualche pezzo resistenziale. Bella ciao e le altre». Tom Wolfe è morto, ma ci sono poche situazioni a cui si adatti meglio la sua fulminante definizione di «radical chic».

Cottarelli si è guadagnato il soprannome di «mister forbici» quando il governo Letta lo nominò commissario al taglio degli sprechi. Ma se fare i conti nelle tasche altrui sembra essere la sua specialità, non è altrettanto puntiglioso con le proprie.

Quando tornò in Italia nel 2013 aveva 59 anni e dichiarò, in ossequio alla trasparenza, di percepire una pensione di 220.000 euro lordi dal Fondo monetario internazionale dove è stato funzionario ed è diventato direttore del dipartimento fiscale, una delle posizioni più prestigiose, raramente occupata da italiani. Al ricco assegno a stelle e strisce il governo aggiunse sul suo conto 258.000 euro annui di stipendio e quando scoppiarono le polemiche sul lauto compenso (ridotto poi a 240.000 euro) lui parlò di conti fatti male e di «cifre improbabili», visto che aveva deciso di assoggettare la pensione al prelievo fiscale italiano, ben più oneroso di quello statunitense. «A tale scopo ho chiesto un chiarimento all’Agenzia delle entrate sulla tassabilità delle pensioni del Fmi in Italia specificando nella corrispondenza che “se i redditi in questione risultassero esenti, destinerei comunque al fondo ammortamento Titoli di Stato un importo equivalente alla tassazione corrispondente per la durata del mio attuale incarico”. Al netto delle tasse, la pensione del Fondo si riduce a circa 118.500 euro», scrisse in un’autocertificazione. Non sappiamo se sia riuscito a farsi decurtare la pensione, ma in un’intervista specificò: «Le tasse che pago in Italia sulla pensione del Fmi coprono più dell’80% del compenso che ricevo per il lavoro di commissario». Per arrivare a questa percentuale sottrasse i 111.500 euro di ipotetiche tasse ai 140.000 di retribuzione netta: «Il mio lavoro costa alla Repubblica Italiana circa 28.500 euro l’anno», 2.375 euro al mese, fu la sua conclusione.

Peccato che come minuendo non avrebbe dovuto considerare il netto che incassava, ma il lordo pagato dallo Stato, 258.000 euro.

Nella stessa autocertificazione Cottarelli ha elencato le sue proprietà, dichiarandosi proprietario della villetta di Washington del valore di 850.000 dollari e della casa avita di Cremona da 250.000 euro. All’epoca aveva anche una partecipazione nel fondo di investimento Azimut del valore di 1,8 milioni.

Gli immobili sono in comproprietà con la moglie Miria Pigato, originaria di Bassano del Grappa e dirigente della Banca Mondiale. È stata lei a far scappare Cottarelli dall’Italia. «Avevo fatto due colloqui con Cesare Geronzi per andare alla Cassa di Risparmio, ma Miria a Roma non si trovava bene e quindi…», ha raccontato il quasi capo del governo. Nella capitale aveva lavorato nel Centro studi di Bankitalia, dove aveva fondato la band dei White Noise che suonava canzoni di Enrico Ruggeri e Fausto Leali. Con l’Inter e la serie tv Il trono di spade, la musica (in particolare «strimpellare» la chitarra) è una delle sue grandi passioni.

Sino ad oggi lo aveva affascinato molto meno la politica. Al Corriere della Sera dichiarò: «Negli anni Settanta ero uno di quelli che entrava in classe malgrado ci fossero manifestazioni e contestazioni».

La famiglia, originaria di Vescovato, dove c’è la cappella di famiglia, non è mai stata attratta dalla Cosa pubblica. Il nonno paterno era insegnante, quello materno aveva una tipografia.

Unica eccezione il padre Celeste, laurea in Scienze economiche ed ex segretario generale dell’ospedale di Cremona, il quale è stato assessore al Bilancio e consigliere comunale, prima nelle fila del Partito liberale e poi del Psi. La madre Carla era docente di Lettere e il fratello minore Mario, 62 anni, dottore in Scienze biologiche, è un impiegato del quotidiano La Provincia, per cui ha fatto il correttore di bozze e a cui ha rilasciato la prima intervista. Mario fa anche il compositore e il suo repertorio va dal progressive rock alla musica commerciale: «Ho collaborato pure con Ivana Spagna e Claudio Simonetti». Ci racconta che il consanguineo ha come principale qualità l’onestà e come difetto un carattere un po’ fumantino: «Ogni tanto si arrabbia». E si fa scappare qualche vocabolo che a Mario non piace: «Io ho scritto un libro che si intitola Come dire le parolacce senza dire parolacce». Entrambi non sono credenti: «Mio fratello non ha fiducia neppure nella psicologia e nella sociologia, si fida solo delle scienze esatte».

Il rapporto tra i due è stato molto stretto finché Carlo non si è iscritto all’Università di Siena, facoltà di Scienze bancarie, e poi alla London school of economics dove ha conseguito un master. «Da bambino e da ragazzo studiava poco, ma andava molto bene a scuola e ha fatto il liceo classico. I suoi hobby? Gli piaceva costruire modelli di nave, giocare a scacchi e fare il portiere». Carlo Cottarelli difendeva la porta dei Diavoli rossi, la squadra dell’oratorio: «Ero in classe col fratello di Antonio Cabrini. Un giorno venne a fare una partitella con noi. Battemmo la sua squadra 9 a 1, ma lui non era concentratissimo», ha ricordato lo stesso premier incaricato. La sua carriera calcistica si concluse in fretta: «A 13 anni ebbi uno choc: presi otto gol in un’unica partita e smisi di giocare».

Carlo e la moglie tornano ancora in ferie a Cremona coi figli. Niccolò, laureato a Princeton, ha 26 anni e lavora a New York in una società che ristruttura aziende. Elisa, ventiquattrenne, si è laureata all’università della California, Ucla, e sta completando un master d’economia a Londra come fecero i genitori. Chissà se anche loro, prima o poi, verranno richiamati come riserve della Repubblica.

Giacomo Amadori


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