- Per i 50 anni dalla prima proiezione, la pellicola capostipite della saga di nuovo in sala il 27 marzo. Dalla signorina Silvani a Filini, da Calboni al cinefilo Riccardelli: alcuni personaggi sono eterni.
- Gli italiani dovrebbero odiarlo e invece lo amano, come se non li riguardasse. Eppure lo sappiamo che mostra il peggio di noi. Si salvano solo i megadirettori: hanno potere e non possono far altro che usarlo per opprimere.
- L’attore ed erede Gianni Fantoni: «Paolo era geloso del suo Ugo, ha messo nero su bianco che potevo interpretarlo solo io. In Russia è amato. Lo porto a teatro ma in un universo parallelo».
Lo speciale contiene tre articoli.
Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci».
Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.
Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.
Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga – dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa – da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.
Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti – specie i meno nobili – del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero – e con forza – al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando – con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche – il Pantagruel di François Rabelais.
Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.
Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.
Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.
Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che – fatta eccezione per pochi privilegiati – condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza – come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito – è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.
È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.
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