La piaga della fede politicizzata è figlia di un equivoco sul Vaticano II
VATICAN - OCTOBER 11: First session of the ecunemical council, at the Vatican II in Rome on October 11, 1962. This 21st council, gathered together by JOHN XXIII and finished by PAUL VI, took place in Rome from October 11, 1962 to December 8, 1965. It set back up the Church's actions to face the new geographical dimensions and the new evolutions of society. (Photo by Keystone-France/Gamma-Keystone via Getty Images)

Dopo la recente, inevitabile, scomunica della Fraternità sacerdotale San Pio X, molti cattolici si stanno chiedendo perché ciò che è permesso alla Repubblica popolare cinese non lo sia ad altri. Perché ha senz’altro ragione Alessandro Rico quando dice che queste ordinazioni e questa scomunica possono rappresentare l’occasione – ex malo bonum – per chiarire tutta una serie di questioni teologiche e dottrinali che da decenni attraversano la Chiesa, ma per farlo occorre il coraggio, soprattutto nella Chiesa, di dire come stanno le cose una volta per tutte. Chi ricorda la vicenda che portò Marcel Lefebvre alle ordinazioni del 1988 non può non constatare come la lettura degli eventi sia divenuta molto più superficiale di allora malgrado allora si trattasse di una «piccola resistenza destinata alla scomparsa» e oggi di una realtà mondiale di indubbio peso. Simbolico in tutto ciò l’essere ritornati alla questione dello «scisma» dopo che i maggiori esperti hanno affrontato e chiarito la questione, nel corso degli anni, giungendo alla conclusione che di scisma non si tratta. Fu proprio il cardinale Rosalio José Castillo Lara, presidente della Pontificia Commissione per l’interpretazione autentica del diritto canonico, a chiarire che: «Il semplice fatto di consacrare un vescovo non è di per sé un atto scismatico» e che la questione verta sull’aperta e consapevole disobbedienza all’autorità del Papa, atto meno grave di uno scisma ma pur sempre punito dalla scomunica latae sententiae. Ed è qui che inizia la riflessione teologica e pastorale, una riflessione che il cardinale Gerhard Müller, non certo un accanito modernista, ha definito con l’espressione: «Sono peggio dei protestanti». Erano decenni che non sentivamo definire i protestanti in termini negativi, erano anni che nessuno osava ammettere che si tratta di scismatici, eretici e scomunicati, anche perché nel frattempo abbiamo assistito a innumerevoli atti di benedizione reciproca. E visto che ai protestanti si riserva apertura, comprensione, vicinanza, ascolto, rispetto e probabilmente anche assoluzione, viene da chiedersi se tutto ciò non debba essere riservato, a maggior ragione, anche a chi è addirittura «peggio di loro». Ma più in generale viene da chiedersi perché la Chiesa, mater et magistra, dal Concilio in poi riservi apertura, comprensione, ascolto e «non giudizio» a tutti («todos, todos, todos…») tranne che ai tradizionalisti, tranne a quel mondo, in tutti i suoi carismi, al quale viene riservata la più rigida delle severità.

Sì, perché occorre essere onesti e ricordare che le azioni che comportano la scomunica latae sententiae, e cioè per il solo fatto di averle compiute, non si limitano alle ordinazioni senza mandato. Forse è il caso di ricordare, ad esempio, che tutti coloro che concorrono a un aborto sono scomunicati, che chi nega pubblicamente un dogma – ad esempio la presenza reale di Cristo nell’Eucarestia – è scomunicato, che chi aderisce apertamente e consapevolmente al Modernismo è sicuramente passibile di processo canonico per eresia. La Francia, «figlia primogenita della Chiesa», ha recentemente inserito l’aborto in Costituzione ma non si sono sentite riflessioni in merito da coloro che in questi giorni stanno condannando la Fsspx. Il problema risiede nel concetto di «adattamento ai tempi» grazie al quale vale tutto, giacché se primaria diventa l’esigenza di adattare la Chiesa al mondo sorvolando su ogni forzatura, anzi facendo di tali forzature armi contro chi le fa notare, allora ci si chiede perché gli unici a non dover essere considerati parti di quella «novità» da accogliere debbano essere proprio solo i tradizionalisti. Ma non cadiamo nell’errore di affrontare i temi in maniera separata – ben sapendo che ci sarà sempre un teologo che affermerà che dire il contrario di Sant’Agostino significa in realtà interpretarlo nella maniera autentica – e chiediamoci se questa situazione non affondi le sue radici nel fatto che, al contrario delle intenzioni, delle attese, degli auspici e degli sforzi, il Concilio Vaticano II si sia rivelato un problema.

Al netto dei «risultati disattesi», che dipendono dalla Provvidenza e non dagli uomini, non si può negare che il Concilio abbia aperto una serie di questioni, tensioni e fratture che hanno costretto tutti i Papi postconciliari ad affrontare. E non si può altresì negare che una precisa parte della Chiesa, dal Concilio in poi, abbia una chiara agenda eminentemente politica spacciata per «pastorale». Il nodo quindi non è il Concilio in sé ma la sua dichiarata assunzione come cesura, non come approfondimento organico della Tradizione ma come fondamento di una «teologia della discontinuità» che ambisce a ridefinire la Chiesa stessa in uno strumento politico, cioè nella madre di tutte le Ong.

La fuoriuscita dal problema postconciliare si trova nel discorso pronunciato dal cardinale Joseph Ratzinger alla Curia Romana il 22 dicembre 2005, quando si distinse nettamente «l’ermeneutica della discontinuità e della rottura», amata dai media e da una certa politica, dall’«ermeneutica della riforma nella continuità». E se la repressione selettiva oggi non sembra rappresentare una soluzione, appare del tutto plausibile l’ipotesi che papa Leone XIV condivida l’analisi di Benedetto XVI proprio sulla necessità di un’«ermeneutica della continuità», avendo egli affermato il 28 gennaio di quest’anno, parlando proprio del Concilio, che: «Scrittura e Tradizione formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine […] e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità».

Ci sono cose che cambiano e cose che non possono cambiare: dire che un Concilio può cambiare tutto quello che vuole è un’eresia già condannata soltanto l’abbandono della quale risolverà, a Dio piacendo, ogni problema legato a questo interminabile postconcilio.

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