Cautele Usa, paletti belgi sugli F-16. Nel no all’escalation Roma non è sola
F-16 (Ansa)
Joe Biden vuole raid limitati alla protezione di Kharkiv: lo ribadirà Austin a Zelensky, che già protesta. Antonio Tajani: «Difendiamo sia Kiev sia la pace». Ma Mattarella entra a gamba tesa: «Non va barattata con la sottomissione».

«Italia isolata»: è la versione della stampa nostrana. Quella che, ai tempi della guerra in Iraq, fomentava i girotondi pacifisti e invece oggi ci vuole più «amerikani» dell’America.

In realtà, la nuova fase dell’escalation in Ucraina – autorizzare la resistenza a colpire il territorio russo con le armi occidentali – non ha entusiasmato l’intero blocco Nato. I Paesi membri si sono mossi singolarmente, anziché sotto l’egida dell’Alleanza. Nessuna deliberazione è passata per l’unico organismo dotato di potere politico, il Consiglio del Nord Atlantico; è stato prodotto soltanto un documento non vincolante in seno all’Assemblea parlamentare.

Sono in primis gli Stati Uniti a muoversi con cautela. Joe Biden consentirà alle forze ucraine di colpire esclusivamente postazioni nemiche al di là del confine con Kharkiv. Sul piano militare, è una mossa sensata: la caduta della città aprirebbe a Vladimir Putin un’autostrada verso Kiev. E l’occupazione della capitale è una prospettiva che Washington non può tollerare: significherebbe perdere la guerra per procura sotto gli occhi della Cina, il convitato di pietra che registra gli eventi con la mente rivolta a Taiwan. Proprio per assicurarsi che non vi siano incidenti, il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, discuterà al forum di Singapore con Volodymyr Zelensky, per definire quali target sarà lecito bombardare con gli ordini Usa. Il timore della Casa Bianca è che vengano presi di mira i sistemi di allerta precoce che schermano la Russia, com’è già accaduto nel Sud Ovest della Federazione, a opera di droni. Sentendosi vulnerabile, Mosca potrebbe davvero concretizzare la minaccia nucleare, fin qui agitata così tante volte da aver perso di credibilità. Non dev’essere una coincidenza il fatto che Jens Stoltenberg, segretario generale Nato, abbia raccomandato agli ucraini di usare «in linea con il diritto internazionale e in modo responsabile» le armi occidentali.

Che la svolta americana, a Kiev, sia stata accolta con soddisfazione solo parziale, lo prova l’intervista di Zelensky al Guardian. Il presidente ha detto di aver bisogno di razzi «potenti», a lunga gittata, per attaccare in profondità la Russia. E parlando della decisione di Biden, restio a superare questa linea rossa, si è lamentato: gli Stati Uniti avrebbero dovuto «credere di più in noi». La preoccupazione dell’ex attore è che altri Paesi, a cominciare dal Regno Unito, facciano retromarcia, prendendo atto delle titubanze americane. Zelensky ha persino segnalato che l’ultima tranche di forniture belliche a stelle e strisce non è ancora arrivata in quantità sufficienti ad alimentare gli immani sforzi della resistenza, nel Nord Est dell’Ucraina.

In definitiva, il comportamento di Roma è tutt’altro che un’eccezione o un disallineamento da Washington, che porrebbe Giorgia Meloni in rotta con Biden, con la pessima compagnia di Viktor Orbán. L’altra notte, ad esempio, il premier belga, Alexander De Croo, ha parlato chiaro col leader Usa: i suoi F-16 non andranno utilizzati al di là dello spazio aereo ucraino e, in generale, i propri armamenti non potranno essere impiegati per colpire la Russia. Significherà qualcosa se la nazione che guida il G7 – l’Italia – e quella che detiene la presidenza di turno dell’Ue – il Belgio – non intendono partecipare agli strike contro la Federazione?

La storiella dei paria sovranisti, più che la descrizione degli equilibri sullo scacchiere, è un argomento strapasano da campagna elettorale. Purtroppo riproposto, con sottile malizia, dal Quirinale. Sergio Mattarella, ieri, ha lanciato un monito a orologeria, invitando a rifiutare «baratti insidiosi», tipo l’«assenza di conflitti aggressivi in cambio di sottomissione». Una frase che stride, se pronunciata dal garante di una Costituzione che vieta le offensive armate. L’ha ricordato più volte il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto. Perciò il titolare della Fernesina, Antonio Tajani, pur manifestando la disponibilità a consegnare alla resistenza altre contraeree e annunciando, ieri, che entro poche settimane verrà approvato un ulteriore pacchetto di aiuti, ha chiesto che i Samp/T siano messi all’opera solamente entro i confini ucraini. Il numero uno degli azzurri ha sottolineato che «non siamo una potenza militare: noi mandiamo tutto ciò che possiamo». Tuttavia, «non siamo dei guerrafondai». «Basta un piccolo errore», ha ammonito davanti ai giovani di Confindustria Tajani, «per provocare conseguenze nefaste». Pertanto, «non manderemo neanche un soldato italiano a combattere in Ucraina» e «non autorizziamo l’uso di armi italiane fuori dai confini dell’Ucraina». Siamo «fermissimi» nel difenderla, «ma anche fermissimi nel difendere la pace. Questo è quello che vuole il popolo italiano». Il quale, Colle permettendo, è ancora sovrano.

Certo, può darsi che l’ultimo tappo avvitato da Biden, presto o tardi, salti. È la rana bollita, ma con l’elmetto: ritrovarsi in guerra senza rendersene conto. Prima dovevamo spedire giubbotti e scarponi, dopo armi difensive, poi armi offensive, poi jet, poi istruttori; ora l’America ci spiega che bisogna distruggere l’artiglieria russa al di là della frontiera ucraina; infine, un aereo polacco abbattuto o la scheggia di una bomba che cade nel posto sbagliato potrebbero trascinare la Nato nel conflitto. Se accadesse, allora sì, l’Italia magari si ritroverebbe isolata. Ma è sempre meglio soli che male accompagnati.

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