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Rita Dalla Chiesa prende posizione sul caso del carabiniere Emanuele Marroccella: chi salva un collega finisce condannato, mentre delinquenti e recidivi tornano liberi. Un atto d’accusa contro una giustizia che scoraggia le divise, ignora le vittime e lascia i cittadini sempre più insicuri.
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2026-01-12
Alternativa magra al salmone per chi cerca gli omega 3. Le virtù dello scorfano, il «brutto» ras dei fondali
(IStock)
Cacciatore implacabile in mare, a tavola è protagonista di piatti leggendari come il cacciucco alla livornese o la bouillabaisse. Ma occhio alle spine.
Si tratta di uno dei pesci più brutti che ci siano, ma al contempo dei più amati e pregiati: è lo scorfano, nome con cui ci si riferisce a varie specie di scorfano, quella più diffusa in primo luogo da noi ha il nome zoologico di Scorpaena scrofa (anche a livello nominativo allo scorfano non va proprio benissimo).
La famiglia cui appartengono gli scorfani è quella degli Scorpaenidae, famiglia di pesci di mare ossei (quelli con lo scheletro fatto di osso, a differenza di quelli cartilaginei come la razza). Pochissime specie di questa famiglia possono vivere nelle acque dolci. Gli Scorpaenidae appartengono - salendo ancora più su - all’ordine degli Scorpaeniformes che si trovano in tutti i mari temperati, nei mari tropicali e subtropicali. Le specie di scorfani presenti nel nostro mar Mediterraneo sono tante: lo Scorpaena scrofa, appunto, cioè lo scorfano rosso, lo Scorpaena porcus (aridaje) ovvero lo scorfano nero, lo Scorpaena elongata cioè lo scorfano rosa, lo Scorpaena notata o scorfanotto, sottodimensionato rispetto ai suoi parenti perché arriva fino a circa 20 cm, esemplare più da zuppe che da altro, lo Scorpaenodes arenai, che non è parente di Tananai e che in italiano si chiama scorpenode mediterraneo, ancor più piccolo perché arriva a poco più di 10 cm e specie molto rara che da noi si trova soprattutto nello stretto di Messina, la Scorpaena maderensis in italiano scorfano di Madeira o scorfanotto squamoso che si trova in Portogallo, Canarie, Azzorre e Madera oltre che nel Mediterraneo.
Gli scorfani sono pesci bentonici. No, non abbiamo omesso lo spazio tra ben e tonici intendendo dire che hanno il corpo bello sodo. Anche se poi lo hanno. No, bentonico vuol dire che vive nel benthos, parola greca che significa abisso. La fauna bentonica (è quella dello zoobenthos, mentre i vegetali appartengono al fitobenthos), in mare o in acqua dolce, vive sul fondo. Gli scorfani hanno tutti forma più complessa, mettiamola così, del pesciolino argenteo e sottile che si disegna quando si vuole stilizzare un pesce. Il corpo, che a seconda delle specie come abbiamo visto può essere lungo dai 10 ai 90 cm e avere colore diverso, ma comunque molto vivo e con pelle dalla funzione mimetica, è schiacciato ai lati, la testa è grossa e accessoriata di creste ossee. Lo scorfano vive sui fondi rocciosi, di solito da 20 a 200 m di profondità, ma si può trovare anche in acque più basse, anche tra gli scogli e anche su fondi di sabbia. Non possiede un solo habitat, ma quello dei possibili in cui vive diventa il quartiere di cui lui diventa il ras: è talmente abitudinario che ci si può immergere in mare a distanza di tempo negli stessi punti e trovarci gli stessi scorfani. Che stanno lì a vivere e a cacciare per mangiare. Lo scorfano è un predatore che mangia altri pesci e crostacei e noi mangiamo lui. Il suo modo di cacciare è molto particolare. Stanzia immobile in un punto rialzato del fondale e appena una preda passa il nostro «bel» cacciatore scatta a razzo a catturarla a fauci aperte e gnàm. Lo scorfano può essere pericoloso non solo per chi, nella fauna acquatica, finisce nel suo stomaco, ma anche per noi. I raggi spinosi delle pinne dorsale, anale e ventrali e le spine opercolari dello scorfano, infatti, possiedono ghiandole velenifere. Insomma, è brutto e anche pericoloso, è brutto fuori e anche dentro, essendo un pesce velenoso. Diciamo relativamente velenoso e spieghiamo meglio. Ciò che avvelena sono le sue spine ma raramente, nell’increscioso caso in cui ci si punga, l’esito è mortale, diversamente dalle specie velenose tropicali. Le spine caratterizzate da ghiandole velenifere sono soprattutto quelle sulla pinna dorsale. Inoltre, il veleno è più tossico nel pesce da vivo, mentre in quello morto risulta meno tossico. La puntura risulta molto dolorosa e nell’increscioso caso in cui capitasse di pungersi con le sue spine (spinone) dorsali, mentre si corre prima possibile dal medico può essere utile sapere che il veleno, termolabile, si inattiva col calore e quindi giova immergere la parte punta in acqua calda, sui 45 °C. Quando lo scorfano è acquistato già pulito, questo rischio di puntura è ovviamente eliminato e, comunque, lo abbiamo detto, raramente la puntura è mortale. Definiamo il «raramente»: le eccezioni alla regola della non letalità dell’intossicazione da veleno di scorfano sono due parenti dello scorfano, il pesce scorpione, Pteroinae volitans, e il pesce pietra, Symanceia verrucosa. Di queste punture si può morire. Tuttavia, nel Mediterraneo gli scorfani abitualmente consumati sono lo Scorpaena scrofa, lo Scorpaena porcus e l’Helicolenus dactylopterus, rispettivamente lo scorfano rosso o di scoglio, lo scorfano nero o di fondale e lo scorfano di sabbia. Però il pesce scorpione sta invadendo il Mediterraneo, quindi se pescate fate molta attenzione.
Lo scorfano si riproduce tra maggio ed agosto e si pesca anche adesso in gennaio con lenze, palamiti e reti a strascico.
Come pulire lo scorfano per cucinarlo? Seguiamo i consigli del sito Galbani.it: «Innanzitutto, quando dovete pulire e sfilettare lo scorfano, munitevi sempre di guanti per evitare di pungervi con le sue spine perché la pinna caudale e le sue protuberanze sono urticanti. Potete scegliere normali guanti di lattice o, se siete professionisti della cucina, quelli adatti alla pulizia del pesce. Infilate i guanti e sistemate il pesce su un piano di lavoro: con un coltello affilato, incidete il ventre partendo dalla testa fino alla coda ed eliminate le interiora. Sciacquatelo subito sotto l’acqua corrente e tagliate le pinne, partendo da quella del ventre, per arrivare a quella pettorale e dorsale. Con il coltello, private lo scorfano delle squame e delle spine velenose, dalla coda alla testa e risciacquatelo sotto l’acqua. A questo punto, asportate la testa per rendere l’operazione più agevole e incidete lo scorfano lungo il dorso e apritelo in due. Fate scorrere la lama del coltello per staccare il primo filetto e procedete allo stesso modo anche dall'altro lato. Con gli scarti potrete insaporire risotti, secondi e primi piatti, degni del migliore ristorante di pesce».
In cucina, lo scorfano è ingrediente innanzitutto di zuppe leggendarie, come il cacciucco alla livornese e, in Francia, la bouillabaisse. E oltre che buono nelle zuppe o in altre preparazioni, come al forno, intero, in umido eccetera, è anche un pesce che fa bene. Si tratta innanzitutto di una fonte proteica, completa di tutti gli amminoacidi come è per le carni animali, fonte proteica però decisamente magra rispetto ad altre. 100 grammi di scorfano infatti offrono un apporto di circa 82 calorie, ripartite in questo modo: 93% da proteine, 4% da lipidi e 3% carboidrati. Esaminando i valori in grammi e milligrammi e anche i micronutrienti (vitamine e sali minerali) oltre che i macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi, acqua e fibre), in 100 grammi di polpa di scorfano troviamo: 79 g di acqua, 19 g di proteine, 0,4 g di lipidi, 67 mg di colesterolo, 0,6 g di carboidrati, 465 mg di potassio, 21 mg di magnesio, 61 mg di calcio, 5,5 mg di ferro, 1,8 mg di zinco, 0,5 mg di rame. E non dimentichiamo lo iodio, fondamentale per il corretto funzionamento della tiroide.
Abbiamo detto pesce magro e ciò fa la differenza con pesci più consumati per approvvigionarsi di omega 3, il motivo principale per cui ci rivolgiamo al pesce, che recentemente vanno di moda e che però sono più grassi (oltre che per lo più di allevamento, mentre lo scorfano è un pesce pescato). Il salmone, per esempio, che fresco ha 185 calorie ogni 100 g, quasi il 60% da grassi e il 40% da proteine. In 100 g di salmone fresco noi troviamo 12 g di grassi e tra 35 e 70 mg di colesterolo, una situazione lipidica complessiva diversa da quella dello scorfano. Non bisogna assolutizzare, né ora demonizzare il salmone, vogliamo solo dire che invece di mangiare solo salmone sette giorni su sette come ahinoi molti fanno davvero, si può alternare con lo scorfano, per fare sì scorta di omega 3, evitando però il quantitativo complessivamente superiore di grassi del salmone. Gli omega 3 riducono il rischio di infarto e ictus, abbassano i livelli di trigliceridi e colesterolo LDL (cosiddetto cattivo) nel sangue, prevengono la formazione di trombi, migliorano l’umore, riducono il rischio di sviluppare demenza e Alzheimer. La carne magra dello scorfano è altamente digeribile e questo la rende adatta anche ad anziani, bambini e a chi ha lo stomaco che non tollera pesantezza. Insomma, brutto fuori e dentro per la potenzialità velenosa, ma in fondo buono per la nostra salute.
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Monsignor Antonio Staglianò (Imagoeconomica)
Il teologo di punta del Vaticano Antonio Staglianò: «La loro natura è essere testimoni. Ma senza senso del Mistero salgono i casi di depressione e stress».
Essendo un uomo, anche un sacerdote può sentirsi solo, come il giovane protagonista del romanzo del 1936 di Georges Bernanos, Diario di un curato di campagna, che, destinato in un piccolo villaggio francese, Ambricourt, deve affrontare la dura realtà delle cose e anche l’ostilità di alcuni suoi parrocchiani fino ad ammalarsi di cancro, abbracciando la sua mistica evangelica, «Tutto è grazia». Monsignor Antonio Staglianò, classe 1959, è presidente della Pontificia accademia di teologia, il teologo e filosofo di punta della Santa Sede. Vescovo emerito di Noto, è stato ordinato sacerdote il 20 ottobre 1984 e subito dopo nominato viceparroco della cattedrale di Crotone. Ha appena pubblicato Pop-Christology (ed. Ancora), un volume di 800 pagine al servizio dell’evangelizzazione.
In Italia, negli ultimi decenni, il numero di sacerdoti cattolici è diminuito. Oscillano tra i 32.000 e i 38.000. Sovente, oltre alla parrocchia principale, devono operare anche in piccole comunità sprovviste di parroco. Essi riescono a gestire il carico di attività oppure possono trovarsi in difficoltà?
«Sì, i dati indicano una situazione di forte stress. Un sacerdote che deve gestire più comunità rischia di essere ridotto a un “erogatore di servizi sacramentali” - battesimi, messe, funerali - costretto a un logorante “nomadismo pastorale”. Questo modello può portare a una doppia difficoltà. Per il sacerdote, il rischio del burnout (esaurimento nervoso, ndr.) e della riduzione del suo ministero a funzione amministrativa e, per le comunità, quello di diventare semplici “destinatarie” di un servizio, perdendo vitalità propria in attesa di un pastore stabile. La cura delle anime, l’ascolto, la prossimità, la crescita della comunità - dimensioni essenziali del ministero - diventano estremamente difficili in queste condizioni. Ma non possiamo aspettarci che la soluzione arrivi solo da un aumento numerico dei sacerdoti. Tuttavia, la situazione attuale, per quanto gravosa, sta già obbligando molte diocesi e parrocchie a una conversione».
Ciò cosa potrebbe significare?
«Potrebbe significare, primo, rivalutare il ruolo dei battezzati. La carenza di sacerdoti rende visibile e urgente il coinvolgimento dei laici, non come “supplenti” in attesa del prete, ma come protagonisti a pieno titolo della vita e della missione della comunità. Pensiamo ai catechisti, agli animatori della carità, a chi guida la liturgia della Parola. Poi, ripensare le forme di comunione tra comunità. Invece di tante piccole parrocchie isolate e “scoperte”, si sta facendo strada il modello delle “unità pastorali” o dei “distretti”, dove più comunità condividono risorse, progetti e anche il presbiterio. Questo può favorire una pastorale più corale e meno dipendente da un solo individuo. Terzo: un ministero sacerdotale meno “gestore unico” e più “animatore”».
A un sacerdote può accadere di sentirsi solo o incompreso? Nella lettera apostolica dell’8 dicembre 2025 Una fedeltà che genera il futuro, papa Leone XIV ha scritto anche della dolorosa realtà dell’abbandono del ministero.
«Sì, la solitudine e l’incomprensione sono rischi reali e dolorosi, come il Santo Padre ha riconosciuto. Il sacerdote oggi rischia di sperimentare una solitudine strutturale. Queste ferite sono anche un segnale d’allarme per tutta la Chiesa: ci dicono che il modello di ministero e di comunità che abbiamo ereditato ha bisogno di essere curato e rinnovato, perché il sacerdote possa vivere la sua vocazione non come un “lupo solitario”, ma come un membro vitale e amato di quel Corpo di cui è servitore».
La fraternità pastorale ha spazio?
«Anche la fraternità presbiterale, che dovrebbe essere il primo sostegno, a volte fatica a essere uno spazio di vera condivisione vulnerabile. Competizione, differenza di sensibilità, paura del giudizio possono portare a relazioni di superficie. Inoltre, il sacerdote può sentirsi incompreso dalla stessa istituzione ecclesiastica, quando le sue fatiche e le sue proposte non trovano ascolto in un dialogo sinodale vero. Infine, c’è la solitudine esistenziale».
Un sacerdote come può affrontarla?
«Il sacerdote è chiamato a essere un segno di un Altro, a portare il Mistero. In una cultura che spesso guarda al ministero con diffidenza o indifferenza, questa posizione di “testimone” può essere vissuta come un isolamento radicale. Se mancano momenti di approfondimento teologico e spirituale che diano continuamente senso al suo servizio, il rischio è che il “fare” sostituisca l’essere presbitero, portando a un logoramento interiore e alla perdita di gioia. È qui che il sentirsi incompreso può diventare più acuto. La risposta non può essere solo un invito alla resilienza personale, ma una conversione comunitaria».
Nel film di Nanni Moretti, La messa è finita, del 1985, un sacerdote torna dalla missione per guidare una parrocchia a Roma. Celebra una messa, solo, con i chierichetti, nella chiesa vuota. Nella sua famiglia trova il padre innamorato di un’altra donna - e di conseguenza sua madre si toglierà la vita -, la sorella in crisi con il fidanzato e incinta con progetto di abortire, un amico in depressione perché lasciato dalla donna da cui ha avuto un figlio, un altro entrato nella lotta armata… Alla fine sceglierà di fuggire in una parrocchia nel Circolo polare artico.
«Il film di Nanni Moretti è un ritratto profetico e struggente di una crisi che non è solo del sacerdote protagonista, ma di un’intera generazione e di un modello di Chiesa. Quel sacerdote, don Giulio, incarnava l’ideale post-conciliare di un prete “vicino al mondo”, ma si scontra con un mondo che non solo non lo ascolta, ma sembra implodere in frammenti di dolore incomprensibile, proprio attorno a lui. La sua fuga finale in una comunità sperduta è la metafora di un ministero che, di fronte alla complessità del reale, sceglie la purezza del deserto, ma rischia di diventare una rinuncia alla missione. Tuttavia, la nostra risposta alla sensazione d’impotenza non sta nella fuga, ma in una radicale conversione del proprio sguardo e del proprio ruolo. Il primo passo, profondamente teologico, è accettare che l’impotenza fa parte della missione. Cristo stesso sulla croce è l’icona dell’impotenza di fronte al male e alla morte, un’impotenza che però diventa il luogo della salvezza. Il sacerdote non è un supereroe chiamato a risolvere tutti i problemi. La sua tentazione è spesso quella di sostituirsi a Dio, di voler “aggiustare” le vite degli altri. Il sacerdote non è chiamato a essere l’architetto della felicità altrui, ma il custode della domanda di senso nel cuore del caos. Il crollo di questo mito, come accade al protagonista del film, è doloroso, ma necessario».
In Luci d’inverno di Ingmar Bergman, ambientato in Svezia, un parrocchiano con famiglia confida a un pastore i suoi dissidi esistenziali. Questi tenta di dare risposte ma quel parrocchiano si suicida. Un caso diremmo opposto a quello accaduto il 5 luglio 2025, in Piemonte. Un curato di 35 anni si è tolto la vita. Il suicidio di un consacrato sgomenta ancor più.
«Grazie per questa domanda, che sposta il dramma dal piano pastorale a quello personale più profondo e tragico, toccando il tema-tabù del suicidio nel clero. La citazione di Bergman è illuminante, perché mostra il crollo di un paradigma: il pastore come “risolutore” di problemi altrui che, a sua volta, può essere travolto dalla stessa ondata di disperazione. I due casi che cita - il parrocchiano di Bergman e il giovane curato piemontese - sono due volti della stessa tragedia: l’urlo muto della disperazione che bussa alle porte della cura d’anime e, in un caso, ne travolge il ministro stesso. C’è un modello culturale, purtroppo spesso interiorizzato nella Chiesa, del sacerdote come “roccia”, “uomo forte”, immune dalle crisi o capace di risolverle solo con la preghiera e la volontà. Questo modello è teologicamente insostenibile. L’unico “uomo forte” del cristianesimo è Cristo, che però ha vissuto l’agonia, il sudore di sangue e l’abbandono sulla croce. Un sacerdote che nega la propria vulnerabilità, le proprie ansie, la propria depressione, tradisce l’Incarnazione. Sta fingendo di non essere pienamente umano. Il primo, fondamentale sostegno è la legittimazione culturale e spirituale della propria fragilità».
Qualora le problematiche esistenziali diventino difficilmente sostenibili viene da pensare che un sacerdote possa e debba chiedere un sostegno, da confratelli ma anche da uno psicologo…
«Ci vuole una fraternità presbiterale vera, non formale, dove sia possibile dire “non ce la faccio”, “ho paura”, “sono in terapia”, senza sentirsi giudicati o meno degni, dove un confratello anziano o un amico possano essere la prima sponda di ascolto. È poi urgente superare qualsiasi residuo stigma sulla salute mentale nel clero. La depressione, l’ansia, il burnout non sono mancanza di fede ma patologie dell’anima che spesso richiedono un intervento professionale specialistico, come una frattura richiede quello di un ortopedico. Un vescovo o un superiore che incoraggia e facilita l’accesso a psicologi e psichiatri competenti - magari con formazione anche antropologico-teologica - non compie un atto di sfiducia, ma di profonda cura paterna. È infine indispensabile il rapporto con un direttore spirituale maturo, che sappia accompagnare la crisi senza facili risposte, che aiuti a discernere la voce di Dio anche nel buio, che ricordi la Sua misericordia infinita».
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2026-01-12
La docuserie di Corona su Netflix pagata dal Mic di Giuli: 793.000 euro di tax credit
Fabrizio Corona e la locandina della docuserie Io sono notizia (Ansa)
L'ex re dei paparazzi torna sotto ai riflettori dopo la vicenda giudiziaria con Alfonso Signorini. La docuserie Io sono notizia è in onda da venerdì 9 gennaio.
Fabrizio Corona sempre al centro dell’attenzione. Dopo la querelle giudiziaria iniziata con il conduttore televisivo Alfonso Signorini, è disponibile su Netflix da venerdì 9 Io sono notizia, la docuserie composta da cinque episodi che racconta la parabola personale e professionale dell’ex re dei paparazzi «ripercorrendo gli scandali e i cambiamenti sociali della storia italiana recente», promettono da Netflix. Un’opera, quella del regista Massimo Cappello, per la quale il produttore, Bloom media house (una srl guidata da Marco Chiappa, Alessandro Casati e Francesca Cimolai), ha speso complessivamente quasi 2,5 milioni di euro ricevendone, però, quasi 800.000 (per la precisione, 793.629) dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli sotto forma di tax credit produzione.
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